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(Massimo Scaligero)

L'alterazione funzionale dell'organo cerebrale di cui il pensiero dialettico-logico riesce a divenire espressione e perciò alimento, come possibile trasmissione del male ad altri, non può essere scoperta da chi la patisce. Chi la patisce e la esprime, la ignora: istintivamente deve negarne l'esistenza perché la sua stessa condizione gli impedisce di supporla.

Solo chi fosse esercitato alla meditazione o ad un sano filosofare (ma come è ormai possibile un sano filosofare?) potrebbe avvertire in sé, ove in lui avesse a manifestarsi, un'alterazione funzionale del sistema cerebrale, poiché la percepirebbe come una opposizione fisica all'indipendenza del pensiero. Egli saprebbe in tal caso come provvedere, essenzialmente, oltre che con eventuali rimedi fisici: sarebbe consapevole della necessità di insistere con energia nelle discipline che rendono il pensiero indipendente dalla cerebralità, ossia da formulazioni discorsive obbligate e automatizzanti. Egli saprebbe che qualsiasi discorsivismo a decorso automatico peggiorerebbe la sua situazione, a meno che non fosse egli stesso il creatore di forme discorsive secondo un invenzione non contrastante con l'intuizione della terapia, e nel caso che un impegno professionale lo costringesse a un determinato automatismo mentale, egli saprebbe trovare vie semplici ed efficaci per rendere indipendente il pensiero dalle CEREBRAZIONI che eventualmente tendessero a manifestarsi. Peraltro ad un pensatore capace di tale disciplina, difficilmente capiterebbe di dover affrontare il problema di una personale alterazione funzionale.

Normalmente, come si diceva, il soggetto che la patisce non l'avverte e converte tale sua condizione in un'attività mentale che egli ritiene libera e che pertanto può manifestare carattere di organicità e fecondità. In tal caso il pensiero esprime sostanzialmente il proprio condizionamento, ossia la dipendenza dal meccanismo dell'attività cerebrale alterata, ma formalmente si da' una veste il cui compito è occultare tale irregolarità mediante la legittimazione più plausibile. In effetto, la dipendenza del pensiero dalla cerebrazione e l'alterazione funzionale si corrispondono reciprocamente.

Occorre guardare, sia pure come ipotesi, il coincidere del processo del pensiero con l'automatismo cerebrale (cerebrazione), quale possibile spiegazione dell'eccesso di meccanizzazione discorsivo-concettuale e di analisi sistematica di cui si va sostanziando la cultura attuale.

Il carattere patologico di tale attitudine della cultura è da porre in connessione con il fatto che alla massima oscillazione della coscienza verso l'analisi, non risponde a equilibrarla un'oscillazione di essa, di pari chiarezza e intensità, verso la noesi in tal modo sollecitata. Questa viene sollecitata, infatti, a un grado di coscienza non realizzato, né supposto. Onde viene coltivata un'«incoscienza» di base, a cui si contrappone l'attività cosciente che essa stessa genera: condizione contraddittoria che costituisce ormai la normalità dell'esperienza intellettuale e implica perciò come normale il fenomeno della cerebrazione alterata.

L'analisi presuppone e postula una sintesi, e la sintesi una capacità noetica, che è la coscienza adialettica del pensiero dialettico. La massima polarizzazione delle forze di coscienza verso il mondo esteriore si compie grazie ad una corrispondente polarizzazione interiore, che esige essere ravvisata, perché l'equilibrio tra pensiero e mondo pensato non venga meno. All'abnorme analisi, invece, non corrisponde un'adeguata capacità di sintesi: che non è la sintesi dell'analisi, possibile allo stesso pensiero analitico, ma la sintesi come relazione del pensiero con il movimento a cui ha dato luogo. Tale movimento, che è del pensiero, sfugge al pensiero, e sfuggendo al pensiero appartiene all'automatismo cerebrale: rientra nel quadro dell'alterazione mentale.

("Precarietà dialettica e analitica" in "La logica contro l'uomo". Il mito della scienza e la via del pensiero", 3.8, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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