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(Massimo Scaligero)

Il sentimento che domina il pensiero - in quanto il pensiero smarrisce l'originaria autonomia nell'identificarsi con il processo discorsivo - e perciò utilizza il pensiero, assumendone la veste formale, ma escludendone il moto ideativo, così da prevalere come non gli è dato nell'immediata manifestazione di sé, emotiva e psichica, riuscendo di conseguenza a legittimare la vita istintiva nel veicolo della regolarità espressiva, è la DIALETTICA: termine che ormai - come già si è accennato - per ragioni logiche non può più essere usato nel senso che ebbe da Platone e dagli svolgitori del logos socratico, sino agli idealisti europei, i quali ultimi nel pensiero erano ancora capaci di intuire un movimento recante in sé germinalmente ogni forma logica. Oggi, la dialettica è la retorica del realista, scienziato o politico, ma parimenti dello psicologo, del mistico, dello spiritualista: il guscio vuoto della razionalità.

La situazione odierna del dialettismo formalmente è la persuasione di esprimere qualcosa che sia pensiero, epperò assunzione obiettiva di un tema, mentre in realtà è divenuta l'esigenza del mentale di esprimere la propria possessione da parte di un processo estraneo: che non è errore in sé, come non è errore un male fisico, ma opera nel mondo come errore, dandosi proiezione di pensiero: apparendo forma di un contenuto di pensiero che in verità non c'è. Il problema è scoprire quale effettivo contenuto operi.

Allorché, per esempio, un cultore di scienze morali o psicologiche afferma la possibilità di conseguire esperienze elevate della coscienza mediante uno stupefacente, o un «allucinogeno», adeguatamente dosato e usato, in realtà, non esprime il pensiero indipendente da tale esperienza, ma il pensiero sollecitato da essa, per il fatto che non dispone di un'attività interiore capace di considerare l'effetto della sostanza sui centri cerebrali, ponendosi fuori di essi, ma inconsapevolmente lascia agire i processi fisiologici eccitati da tale sostanza, come produttori del suo stesso giudizio. Uno sperimentatore dotato di indipendenza rispetto ai processi cerebrali, che intendesse sperimentare su sé gli effetti della mescalina, o della psilocibina, o dell'acido lisergico - non certo per conseguire una lucidezza di cui dovrebbe non aver bisogno - li percepirebbe come processi insorgenti dal piano fisiologico contro le sue facoltà di coscienza, per un inversione del rapporto tra mente e corporeità, onde dovrebbe lottare energicamente contro di essi. Si troverebbe dinanzi a processi tendenti a menomare l'organo del pensiero.

Sarebbe ingenuo obiettare che una simile lotta diverrebbe creativa per lo spirito, in quanto stimolerebbe un «in più» del suo potere ordinatore. Le cose, per chi sperimenti con senso di responsabilità in questo campo, stanno esattamente all'opposto.

L'attività interiore lucida, indipendente dalla corporeità fisica, esige, per esprimersi, una cooperazione dell'organo cerebrale sul piano funzionale fisiologico, equivalente a uno stato di completa estraneità all'atto pensante, per il fatto che solo nell'assoluta «immobilità» il cervello può realizzare la sua strumentalità rispetto a tale atto. Infatti, ogni attività ideale nuova incontra normalmente resistenza nella struttura fisica dell'encefalo. Tale resistenza può anche proiettarsi in ragioni ideologiche. Il superamento di essa non può derivare dalla possibilità che l'uomo pensante agisca direttamente sul proprio organo cerebrale, ma dal fatto che l'attività autonoma del pensiero, insistendo nel proprio movimento, malgrado l'opposizione dell'organo, finisca col provocare modificazioni strutturali tali che esso cessi di opporsi.

In effetto, la strumentalità dell'organo non consiste nel condizionare il pensiero, bensì nel conformarsi all'attività di esso. Perciò le abitudini mentali, che invece sono forme del pensiero condizionato, finiscono con il coincidere con processi del cervello, onde questo acquisisce il potere di riproporle al pensiero, e di imporle sino all'automatismo. In alcuni casi, come quelli che esamineremo, tale automatismo troverà la sua logica e la sua espressione metodologica, sino a divenire impulso di cultura.

Il fatto che il cervello rifiuti o respinga un nuovo movimento di pensiero può essere spiegato con l'insufficiente elaborazione dello strumento da parte del pensiero, che è dire con la provvisoria incapacità del pensiero di attuare la propria natura rispetto allo strumento. In tal caso la persona fisica, la razza, la salute, il temperamento, lo stato fisiologico condizionano il pensiero. La vita di pensiero è minima. Proprio in simili condizioni è possibile che nell'individuo attecchisca la mentalità monistico-tecnologica, oppure il materialismo dialettico, ossia un sistema compiuto, che richiede essere appreso e creduto, come una fede, non pensato: ossia non afferrato da un pensiero capace di ripercorrere coscientemente il proprio movimento, e quindi di avvertire l'errore originario del sistema in cui è entrato, pensando. L'errore dovrebbe venir pensato come errore e non semplicemente pensato. Ma l'ERRORE È ORIGINARIO, MENTRE LE SUE DEDUZIONI SONO ESATTE, e il pensatore debole ama vivere nelle deduzioni, nel PENSATO, piuttosto che nel pensiero.

Quando invece la «condizione fisica» manovra un pensiero che manca di possibilità di proiezione logico-dialettica della propria possessione, questa tende a esprimersi direttamente negli stati neuropsichici clinicamente identificabili: si ha allora la nevrosi con le sue ordinarie varianti.

In sostanza l'intellettuale di questo tempo, pragmatista o scientista o materialista, è un nevrotico che cerca sfuggire alla propria inquietudine mediante un atto di fede: nel mito o nel dogma dialettico-tecnologico. Quello di cui manca veramente è il pensiero, ossia la sostanza della dialettica: ciò di cui invece si ritiene speciale portatore o possessore. Essendo invece un «portato», o un posseduto, per via d'insufficienza di pensiero.

In tal senso, coloro che oggi appaiono animosi rinnovatori o rivoluzionari sono in realtà temibili conservatori, in quanto muovono dalla cerebralità, ossia da ciò che costituzionalmente si oppone a ogni pensiero nuovo, rappresentando il passato dell'uomo, il limite della natura divenuto ormai determinante.

("Forme logiche del declino interiore" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 2.6, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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