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(Massimo Scaligero)

Il sistema del dialettismo automatico, come espressione dell'alterazione mentale, accusa una possessione della coscienza da parte di influenze ad essa estranee, con cui essa s'identifica, credendo di essere autonoma e perciò operando come in stato d'ipnosi.

Il gruppo di influenze estranee, che non sarebbero lesive per la coscienza, ove essa assumesse, mediante una precisa tecnica (per la quale si rimanda il lettore alla II parte di questo libro) la loro forza come sua forza da svincolare dalla forma alteratrice, ma giungono a manovrarla, mediante la sua inconsapevole identificazione con tale forma, epperò mediante l'alienazione della forza, noi chiamiamo «inconscio»: con senso essenzialmente diverso da quello invalso mediante la psicanalisi, la quale pone l'«inconscio» a fondamento della coscienza.

Per noi è sperimentalmente fondato il presupposto che la coscienza ha il suo principio in sé, non traendolo da alcun supporto fisico o psichico. Dalla mediazione fisio-psichica essa trae unicamente la possibilità di determinarsi dialetticamente nella forma individuale, tuttavia secondo il proprio essere originario. L'esperienza di questo essere originario, come sollecitazione di una forma superiore di coscienza, è possibile grazie a una tecnica che esclude la teoria dell'inconscio psicanalitico, identificandone l'oscurità e l'irrealtà. L'identificazione neutralizza il carattere negativo dell'inconscio, la cui pericolosità consiste appunto nel poter assurgere a entità mitica autoritaria, in quanto le viene attribuito in termini scientifici un potere da cui la coscienza, malgrado il suo essergli superiore, dipende.

La dipendenza dall'inconscio che, come si è veduto, può manifestarsi in forme dialettiche apparentemente legittime, essendo esse una speciale immediatezza dell'alterazione mentale, può anche assumere veste filosofica e psicologica. In questo secondo caso si tratta della psicanalisi, in quanto dottrina fondata sulla inconsapevolezza dell'identificazione della coscienza con quel che le è estraneo: che essa sogna proiettare innanzi a sé, essendone dominata. Il suo esserne dominata diviene appunto dottrina psicanalitica.

Il culto dell'inconscio in tal senso non ha limiti, perché non è soltanto quello dell'inconscio psicanalitico, ma soprattutto quello che, come illegittimo ethos della cultura, si costituisce e si diffonde per induzione dialettica, provocando un contagio sostanzialmente psichico, che a sua volta si ripercuote come alterazione mentale e si esprime in ulteriore dialettica. Gran parte della produzione letteraria e artistica contemporanea ha una simile scaturigine.

L'alimento di tale dialettica non può non essere continuo, in quanto non viene dal pensare libero, che ha bisogno ogni volta di compiere un atto di svincolamento dalla serie dei pensieri mediocri, ma viene da una condizione mentale-cerebrale persistente, perché fisicamente fondata. La situazione cerebrale diviene fatto psichico con espressione mentale-dialettica: situazione che è indubbiamente il risultato di una serie di processi anteriori, rinvianti ad una crisi generale del pensiero umano.

Quello che è il presupposto del sistema dialettico automatistico - che il cervello o la materia, pensi - in realtà è la conseguenza di un modo di pensare già condizionato dalla meccanica cerebrale, ossia dal fatto che i processi fisici del cervello intervengono irregolarmente nella genesi del pensiero, il loro compito essendo invece costituire il supporto assolutamente «immobile».

Schematicamente si può accennare che, nella vicenda dell'intelletto umano, alla soglia dei tempi «storici», dapprima è ravvisabile un pensiero la cui necessità espressiva è conforme al ricordo di un'originaria dimensione spirituale perduta. Tale pensiero nel tempo tende sempre più a identificarsi con la mediazione cerebrale, per una specifica esperienza del mondo fisico e perciò del sistema concettuale che gli è correlativo. È l'inizio dell'era della filosofia, che forse nei nostri tempi si è conclusa, a causa della compiuta fisicizzazione del pensiero: scendendo al di sotto della quale, esso non può non divenire espressione dell'animalità.

Allorché l'attività concettuale finisce col coincidere con la meccanica cerebrale, questa inevitabilmente predomina, e con essa la natura animale dell'uomo, se il rapporto non viene equilibrato da una contrapposta attività del pensiero libero dalla cerebralità: che è la possibilità intuitiva pura o il potere insito nel pensiero di ripercorrere consapevolmente il processo della propria assunzione quantitativa del mondo. Non dandosi tale azione riequilibratrice, la «meccanica» cerebrale predomina, eliminando il residuo potere intuitivo. Sembra che attui un più sicuro sapere scientifico, ma in realtà è l'alterazione mentale in atto. Dietro la parvenza del sistematismo scientifico, si verifica un deterioramento mentale dovuto al prevalere della meccanica cerebrale sul processo pensante. È come se l'apparecchio telefonico, invece che trasmettere il discorso, intervenisse con un suo guasto e conseguenti rumori a sostituirlo. Il paragone è insufficiente, ma valido.

Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto dell'errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l'alterazione della verità circa la loro funzione storica: alla rottura dei poteri, temporale e religioso, con la Tradizione, e alle premesse della perdita dell'elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d'intelletto [la dialettica vuota d'intelletto non è altro che l'odierno parlamentarismo di destra, di sinistra e di centro - ndr].

(Automatismo formale e paranoia in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 4.5, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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