Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

di Massimo Scaligero ("La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 1, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

Nei tempi attuali, a qualsiasi essere pensante è immediato il concetto «Io penso». Non v'è bisogno di ascesi di pensiero, o di mutamento qualitativo. All'individuo è sufficiente il pensiero con cui quotidianamente si orienta nel mondo, il livello ordinario, la logica lineare, per credere di essere un Io che pensa e che perciò in qualche modo regola la sua vita, assume iniziative e responsabilità.

Per la semplicità di un simile assunto, vi sono serie di responsabili della cultura che, comportandosi come la generalità umana, credono di realizzarlo. Essi in effetto non si pongono questo problema, non si preoccupano di conseguire coscienza di un simile pensiero, perché la ritengono attuata nella loro opera intellettuale, per il semplice fatto che questa opera producono.

Un tale tipo di intellettuale non crede necessario soffermarsi a considerare di essere con qualche probabilità il soggetto del suo pensiero: di essere l'Io che pensa simile pensiero. Gli basta ritenerlo implicito al suo discorso, comportarsi come se egli fosse tale Io: verificarlo non ha importanza, come può averla su una linea normale d'indagine la verifica di un'ipotesi scientifica. Egli può anche essere persuaso che ciò non sia suo compito, bensì della psicologia o della psichiatria: queste possono provvedere a tale verifica, poi egli l'apprenderà, con quella mistica fiducia che oggi, tolta alla religione, si trasferisce ai verdetti della scienza.

Ma tale intellettuale reca veramente in sé un Io, e il suo pensiero viene veramente giustificato da un Io? In realtà, i più solidi eruditi del mondo attuale si preoccupano di tutto fuorché di chiedersi come nasca il loro pensiero e se all'origine di esso vi sia quel responsabile che sempre lo avalla, chiamato «Io». Non è da scartare l'ipotesi che essi siano capaci di tanta analisi, proprio perché evitano di sapere chi in essi pensa e perciò può produrre la sintesi.

L'irrilevanza e l'indifferenza per l'Io potrebbero essere il segno di un'assenza di Io e parimenti la spiegazione di quanto nell'attuale mondo sta accadendo di confuso e di uniforme nella sua caoticità, onde in una sola pagina si potrebbe riassumere il quadro dei fatti tipici della caoticità: a cui codificazione stanno gli aurei ricami discorsivo-analitici degli intellettuali ben inseriti nel sistema e pur forbitamente criticanti di esso il tecnicismo e l'automazione integrale, ma non al punto che tale critica sia pericolosa per la loro situazione personale. Per cui a quanto nell'attuale mondo sta accadendo di confuso e di monotono, tutti finiscono in qualche modo col cooperare mediante un azione quotidiana non collegata con il suo principio. Un'azione forse senza Io.

Nelle pagine che seguiranno si vedrà come la misura della verità o della non-verità del pensiero non possa non essere la presenza in esso del soggetto, a cui necessariamente ogni volta si appella: che dovrebbe essere soggetto in quanto indipendente dal pensiero, per il quale soltanto il pensiero potrebbe svolgersi secondo la virtù della propria illimitata immediatezza. Si vedrà inoltre che, dove l'Io non sia presente, non può darsi pensiero libero: nella corrente del pensiero afferrata dal supporto corporeo, l'Io è sostituito da un suo alterato simulacro, inevitabilmente identificatosi con la corporeità.

Proprio in quanto l'Io illegittimamente s'identifica con il pensiero di sé e il pensiero con la cerebralità e perciò l'Io con la corporeità, la dialettica e la sistematica discorsiva possono sbizzarrirsi senza limite, privi di controllo cognitivo, affrontando i problemi della terra e del cosmo, dell'uomo e della psiche, della socialità e dell'economia, sotto le parvenze dell'esattezza deduttiva e della proprietà terminologica, senza reale penetrazione dei contenuti a cui si riferiscono, perché l'«Io» da cui sembrano prendere le mosse è semplicemente imaginato, o imaginariamente presupposto.

L'equivoco, infatti, è ritenere che l'«Io» o l'«Io penso» siano temi seppelliti della filosofia idealistica, praticamente superata dall'attuale analitica, che in ogni campo oggi assume funzione conoscitiva. L'equivoco è non supporre che si tratti di ben altro che di temi della filosofia: quale che sia la sua forma, idealistica o realistica.

Ma cambierebbe qualcosa se l'intellettuale di questo tempo decidesse conoscere un responsabile dei pensieri e dei sentimenti, che si chiama «Io»? Comincerebbe da parte sua una ricerca diversa da quella analitica e linguistica con cui edifica il suo attuale sapere, o non crederebbe trattarsi di estendere tale tipo di sapere anche all'Io e al pensiero, così che, tra i molti temi acquisiti mediante la connessione delle parole, possa annoverare anche l'Io e il pensiero? Non diversamente da quel che in altra forma fece l'idealismo allorché si pose il tema dell'«Io» o dell'«Io penso», o del pensiero come atto dello spirito?

In realtà, la cultura di questo tempo, tutto riducendo a spiegazioni e definizioni, non potrebbe che rispondere in tal modo. Colui che da manuali specifici potesse ricevere nozioni sull'Io, o sul pensiero, non avrebbe nulla di sostanziale da cambiare in se medesimo: per lui sarebbe come non apprendesse nulla: nulla essendo il contenuto, come la forma di tali nozioni.

Situazione equivalente per altro verso a quella di psicanalisti e di spiritualisti, che vedono nell'Io una sorta di ostacolo all'espansione della vita dell'anima, confondendo l'Io con ciò che lo nega e ad esso si sostituisce come simulacro corporeo o gruppo d'istinti, a cui mentitamente danno il nome di Io: psicanalisti e spiritualisti che si affannano a respingere, a negare e ad esorcizzare l'Io, senza tuttavia rinunciare ad essere essi il soggetto di ciò che così fanno, ossia ad essere l'Io: che allora proprio, minimamente, si affaccia come lo scacciatore di se stesso.

Il pensiero, se si guarda ad esso senza ancora conoscere l'esigenza di sperimentarlo in sé, ma semplicemente risalendone il decorso dialettico, conduce sempre a un punto in cui ancora non è determinazione, in quanto sta per prendere forma da un'originaria immediatezza: punto che non si può fissare senza perderlo, ma presso il quale si può dire «Io penso». Che è bensì un ulteriore pensiero, ma simultaneamente il segno di un limite in cui la mediazione ha la possibilità di avvertire se stessa, il suo ESSERE IMMEDIATO.

Il limite può venir a sua volta considerato, ma tale considerare non può essere novamente riflessivo, anzi deve cessare di avere senso dialettico, se vuole evitare di riportare alla serie dei pensieri di cui intendeva risalire il corso sino all'accennato punto limite. Il filosofare è appunto il tenersi legittimamente entro il limite, mediante un'intellettuale conformità ad esso, e pur speculare sul suo possibile superamento. Mentre il DIALETTISMO è l'arte di consacrarlo discorsivamente, senza neppure concepirlo come limite, bensì assumendolo come fondamento.

Al ricercatore può divenir chiaro come il limite sia in realtà quello dell'ordinario pensare, il punto in cui il pensare cessa di essere se stesso per coincidere con l'espressione dialettica: limite che normalmente tuttavia s'incontra dinanzi all'ignoto, allirrazionale, all'inspiegabile, al fantasma dell'inconoscibile, dell'impensabile, della cosa in sé, o di un «essere» che si pensa senza sapere di pensarlo. La differenza è che questo limite, per solito incontrato esteriormente o psichicamente, ora si dovrebbe incontrare nell'ordine del pensiero. È il limite al quale pertanto si sfugge sempre filosoficamente o dialetticamente.

Non è il limite che si proietta in un problema esteriore, ma che s'incontra nel proprio essere, allorché si decide di osservare in sé la vita obbiettiva del pensiero. Onde si scopre che nessun reale pensiero risponde alle parole con cui l'uomo dell'attuale cultura designa temi morali, ossia temi non appartenenti a quel dominio fisico-matematico, per il quale la conversione dell'essere nel numerabile realizza agevolmente la coincidenza del concetto con l'oggetto. Temi come «inconscio», «anima», «libertà», «società», «socialità», «merce», «lavoro», «capitale», ecc., che potrebbero essere penetrati dall'uomo, ove per lui fossero idee rispondenti agli oggetti cui si riferiscono, non sono idee, ma soltanto parole con cui egli giuoca discorsivamente: mancandogli vita di pensiero [nel post "Il diritto reale non è solo logica formale" trovi una sintesi delle quattro parti che formano l'organismo logico presente in ogni essere umano ma da pochissimi attivato, soprattutto oggi - ndr] che coincida con la realtà di quegli oggetti.

Contenuti psichici operano come fossero idee, per il fatto che non si da' articolazione della coscienza nel pensiero, a causa del limite interno al pensiero, che consente entro il dominio del limite ogni architettura di parole, fingente estensione d'indagine e di visione. Mancando la vera attività ideale, si è posseduti da ciò di cui si parla, che perciò non è ciò di cui si parla.

Si può capire allora di essere di fronte al limite del pensiero da cui è condizionata la cultura di questo tempo, e che quanto può essere rievocato come tradizione di un'arte di trascendere il limite, si assume comunque entro la zona dominata da esso, perché esso, quale oggi si presenta, fu ignoto al mondo antico. Il mentale dell'uomo «tradizionale» pativa un limite diverso: il limite aveva valore noetico, indicando la direzione verso il sopramentale, al quale l'uomo poteva elevarsi poiché in esso sostanzialmente si sentiva fondato: egli riconosceva nel mentale, in quanto segno della coscienza individuale, una condizione di caducità. Laddove l'uomo di questo tempo vive entro il limite mentale, come se fosse il suo stato verace ed entro esso fosse suo impegno ridurre tutto.

Quel limite al pensiero è parimenti il limite all'imaginare al meditare, all'intuire. Esso tuttavia, se si osserva, è pensiero: limite al pensiero, che è esso stesso pensiero, ma non sa di sé, come se rispetto a se medesimo fosse in stato di non consapevolezza o di sonno. Come se la coscienza sorgesse soltanto là dove esso si aliena a sé. Onde non avrebbe senso un superamento del limite che si intendesse attuare fuori del pensiero per il quale si forma ed entro il quale può essere incqntrato.

Non la proiezione del limite in altre zone dell'anima va superata, bensì il limite stesso dove s incontra e dove soltanto è superabile, in quanto è il punto in cui la mediazione del pensiero si oppone a se stessa, tendendo a operare come immediatezza, perché il puro immediato pensiero non sia conosciuto. Onde l'uomo non libero viene consigliato da «maestri» in ritardo rispetto ai tempi, come Crowley, o Gurdjieff o Krishnamurti, di liberare se stesso in quella «zona» dell'anima in cui non si da' esigenza di essere liberi, perché non è presente il limite, ma solo la conseguenza del patimento di esso: zona mentale, delle emozioni e degli istinti, dove è facile, ma ingannevole, credere di incontrare il proprio limite e superarlo.

Il limite sembra riconoscibile nella sfera dei moti mentali, dei sentimenti e degli impulsi, ma è altrove, la' dove non si ha forza di guardare, perché si tratta di guardare ciò che un falso asceta non può: il pensiero. Perché altro è il compito di liberare il pensiero da presunti pregiudizi, secondo una mediazione non consapevole, che implica il ripetersi dell'attidudine da cui il pregiudizio in altre forme risorge, altro è liberare il pensiero, per conseguimento di cosciente coincidenza della mediazione con l'immediato pensiero: onde la mediazione non è l'insupposto e perpetuo risorgere del pregiudizio, ma l'atto che risolve la dipendenza da esso.

Normalmente, quando si ha un'idea non si avverte il momento del suo nascere, perché si è subito attratti dal suo significato: non si avverte di percepire qualcosa che è pensiero, che prima non c'era e d'un tratto dall'impercepibile sorge. In realtà si percepisce qualcosa che si avverte solo per il suo prendere forma: qualcosa che in sé è pensiero originario, ma normalmente non si sperimenta come tale, e tuttavia, grazie a un atto contemplativo, si può distinguere dal pensiero che già si pensa, o da un altro tipo di pensiero, così come si distingue un colore dall'altro. Qui è possibile cogliere il limite e il senso di quel che è richiesto alla sua risoluzione.

Da una sorta di stato di sonno rispetto al proprio movimento, il pensiero può destarsi mediante un immediato suo essere, nel quale soltanto gli è dato riconoscersi. Lo sperimentatore può avvertire che il momento intuitivo gli sfugge in quanto è pre-dialettico, ma è predialettico perché sorge dal suo reale stato di veglia. L'esperienza che egli può compiere è il riconoscimento dello stato semisognante del pensiero ordinario, rispetto a un pensiero che attua il reale stato di veglia. Ad una fonte intima e viva egli può attingere, se ravvisa il primo essere del pensiero nel momento intuitivo.

L'esperienza lo conduce a comprendere come in generale l'uomo sia minimamente desto e raramente attinga momenti di chiara coscienza, in quanto il suo normale stato di veglia si fonda sul processo discorsivo, non sul processo del pensiero. Questo sonno della coscienza è alimentato sul piano dialettico dallo stato di catalessi delle ultime filosofie rispetto alla vita delle idee, e, sul piano psicologico, dagli pseudo-maestri che suggeriscono «liberazioni», o risoluzioni di «complessi», concepibili mediante un rappresentare analitico, mai afferrabile come strumento d'indagine, e perciò conoscibile solo nei prodotti della mediazione, non diversamente da quel che avviene nello stato medianico, in cui ogni contenuto è possibile grazie alla perdita della coscienza, per la quale soltanto quel contenuto potrebbe valere.

Se una scienza del pensare deve risorgere per l'uomo, non può essere una scienza del discorso. Essa deve, in ogni suo momento, illuminarsi dell'idea da cui nasce, non limitarsi a identificarsi con la sua elaborazione concettuale. Ove l'elaborazione filosofica o formale condiziona l'idea, la funzione dell'umano intelletto viene meno. L'opera dell'intelletto rinuncia nel suo svolgimento a illuminarsi della prima "animadversio" del pensiero, la cui luce, essendo il segno della vita della coscienza, è il presupposto della scienza del pensiero.

Allorché il momento intuitivo non è il presupposto della ricerca filosofica o logica, questa non può muovere se non da una idea riflessa, da una categoria, da un fatto. Ogni suo svolgimento diviene l'uso dell'immediato universale del pensiero, di cui non ha coscienza, secondo un presupposto che è una rappresentazione, un dato empirico, un particolare prodotto del pensiero: che non ha in sé ma altrove fondamento. Così, depotenziato il pensiero, può avvenire che sorga, allato a una dialettica ancora piu organica, una logica corrispettiva: come tecnica deduttiva in ordine all'oggetto che a sé presuppone: la norma discorsiva del pensiero.

Di qualsiasi idea si evochi o pensi, v'è un momento iniziale, che non si da' se non per simultaneamente sparire, perché non riducibile alla necessità dialettica. Momento di autonomia che non si lascia afferrare dalla sua mediazione, non si lascia costringere, avendo in sé la ragione della sua immediatezza: la quale soltanto per attimi intemporali coincide con la mediazione, normalmente tesa fuori della sua luce. L'arte del logico è trarre la scienza del pensiero dall'identità con sé del pensiero a cui attinge: ma gli occorre la possibilità di concepire un simile compito, di non scambiare il puro immediato con la mediazione compiuta: mediazione onde il pensiero si da' ogni volta come la luce perduta, forma riflessa della sfera della libertà in quella della necessità.

Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrarione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente, codifichi l'estraniamento al proprio principio.

Ciò che urge come mutamento nel pensare viene ostacolato proprio da coloro che oggi appaiono specialisti dell'indagine del processo pensante e della conoscenza. Il pensiero, perdendo la possibilità di accordarsi con la propria scaturigine, cessa di essere il motivo di un agire libero anche nel campo dell'indagine riguardante la propria attività.

Un'ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l'obiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata individualmente, in silenzio ed in solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia.

Il pensiero di questo tempo si afferma soprattutto con la forza di un'opposizione al riconoscimento del suo scaturire da forze originarie dell'anima e all'indagare in tale direzione. La sua forma logico-dialettica ignora la forma interiore, a cui pur attinge. La gravità di una simile contraddizione e il suo senso sono appunto il tema dei capitoli che seguiranno.

Condividi post

Repost 0