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(Massimo Scaligero)

L'opinione secondo cui lo psicofarmaco, o lo psicodelico, oppure lo «stupefacente», non solo risponde alla terapia di specifici fatti mentali, o psicotici, ma è altresì una via dell'uomo sano o dello scienziato verso esperienze di profondità della psiche o verso la realizzazione di stati superiori della coscienza, un tempo conseguiti mediante discipline interiori, può essere veduta come una conseguenza morbosa dell'azione di tale sostanza nell'organismo di colui che ne è assertore.

Che una simile opinione sia avallata da personalità della scienza, da dottrine, convegni e conferenze, vuol dire poco. Non è l'ufficialità di una tesi che può decretarne la giustezza. Lo studioso, lo scienziato, l'uomo normale, non ha bisogno di psicofarmachi per penetrare nel regno della psiche, ossia non ha bisogno di sostanze che esso ravvisa utilizzabili in casi di squilibrio mentale. La terapia mediante psicofarmachi è sempre un'azione meccanica sul sistema nervoso, che dovrebbe restituirlo dallo stato anormale alla regolare strumentalità, mentre nel caso di un'analoga azione su un sistema nervoso sano, qualsiasi risultato psichico, apparentemente intuitivo, ed effettivamente allucinogeno, non è esperienza interiore - quale può essere compiuta dal pensatore o dal mistico - bensì situazione patologica, di cui allo psicologo non dovrebbe sfuggire la morbosità e perciò l'irregolarità.

Mentre la morbosità di un'altra qualsiasi sostanza tossica può essere avvertita anche sulla propria persona dallo sperimentatore, la morbosità di uno psicodelico sfugge facilmente all'auto-sperimentatore, per il fatto che nel processo provocato viene coinvolta la coscienza stessa che dovrebbe controllarlo. Ma, ove la coscienza giunga a controllarlo, non può non avvertire in esso un potere estraneo che tende a sopraffarla.

Il pericolo attuale è che studiosi già psichicamente coinvolti diano giustificazione teorica e scientifica a uno stato di fatto che in realtà non sanno vedere nella sua obiettività, in quanto vi si sono identificati. Da un processo della natura fisica non può derivare un aumento di attività interiore, salvo nel caso di insorgenza di dolore, che però sarebbe stolto chiedere a un tossico, quando la vita stessa ogni giorno pensa a procurarlo. Nel caso del dolore creativo, o del male fisico contro cui si lotta positivamente, l'aumentata attività interiore è sempre conseguenza della capacità di superamento di un limite fisico all'esplicazione della vita dell'anima.

Nel caso d'ingerimento dello psicofarmaco, la situazione è l'inverso: il processo fisico afferra i dinamismi psichici e proietta se medesimo in imagini o in sensazioni extra-normali. Nessuna tensione di pensiero, nessuna disciplina, nessuno sforzo morale: solo l'ingerimento della sostanza, ossia un fatto meccanico, e poi si aspetta comodamente su una poltrona che la qualità spirituale si desti, senza iniziativa dello spirito: si aspetta che avvenga qualche cosa che funzioni spiritualmente in luogo dello spirito.

Non si potrebbe obiettare che il valore dell'uso della sostanza dipende da CHI la usa. L'errore non cambia, perché esso consiste nel principio onde si ritiene che un'esperienza interiore possa sorgere da un processo dell'organismo fisico. Da un simile processo può meccanicamente sorgere un'esperienza psichica il cui proiettarsi interiore assurge a valore spirituale, non perché lo sia, ma perché l'indebolita coscienza dello sperimentatore l'assume come tale. Tale indebolita coscienza, recante l'impressione illusoria di una trascendenza che la investe, è proprio ciò che impedisce la discriminazione tra verità ed errore.

La situazione non cambia neppure nel caso in cui lo sperimentatore presuma utilizzare positivamente mediante pronte forze di coscienza ciò che in altri si manifesta come trauma psichico. Il sofisma è evidente, perché se queste pronte forze di coscienza sono possibili, vanno ricercate alla fonte da cui vengono, acciocché diano il proprio contenuto originario: non possono essere stimolate da sollecitazioni meccaniche se non a condizione di rinunciare alla propria autosollecitazione e di essere afferrate da altro che da se stesse: che è alienazione di sé, non esperienza sovrasensibile.

Con questo non si vuole affermare che uno psichiatra, o uno psicologo, debba rinunciare a sperimentare su sé gli effetti di uno stupefacente, o di un allucinogeno, se si trova sulla linea di una simile indagine e ritenga necessaria l'auto-esperienza. Come abbiamo accennato, lo sperimentatore si troverebbe dinanzi a processi distruttivi tendenti nel veicolo nervoso ad annientare il suo equilibrio psico-fisico: contro i quali dovrebbe impegnare una drammatica lotta. Se egli non incontrasse in sé tali effetti distruttivi, in seguito all'uso dello psicodelico, ma ne traesse lucidezza, beatitudine, o euforia, sarebbe un triste segno per lui: veramente dovrebbe passare dalla categoria di medico a quella di malato. Ma proprio questo riconoscimento è difficile che avvenga. Oggi il pericolo è che il malato divenga il diffusore scientifico del proprio male [Ed è avvenuto che proprio politici "malati" e da noi delegati a governarci siano LEGALMENTE diventati i diffusori scientifici del proprio male. Oggi ad esempio i politici e i media continuano a ripetere - come cosa buona e giusta e con la massima nonchalance - che la forma è sostanza senza minimamente accorgersi che una simile affermazione è una contraddizione, dato che la sostanza è ciò che sta sotto alla forma delle cose, e non viceversa - ndr].

Ogni sperimentatore è libero di compiere su sé gli esperimenti che ritiene necessari. Ma pensiamo che, in particolare nel caso di sostanze allucinogene, uno studioso deve sapere ciò che veramente fa e mantenersi intatta una zona di pensiero autonomo, non afferrata dal fenomeno provocato, in modo da non scambiare lui per buono ciò che ritiene morboso nei soggetti malati.

("Forme logiche del declino interiore" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 2.8, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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