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(Massimo Scaligero)

È giustificata perciò l'ipotesi che il cervello, come organo del pensiero e come supporto della coscienza dialettica, da un eccesso di dialettismo possa patire un'alterazione «funzionale», che lo porta a intervenire nella determinazione del pensiero: onde cessa di essere il mediatore grazie al quale il pensiero trasforma in espressione concettuale-discorsiva le esperienze intuitive. Le quali possono bensì essere stimolate dalla sfera sensibile, ma non per questo dipendere da essa.

L'indipendenza del pensiero dallo strumento cerebrale, per lo sperimentatore che ravvisi il principio dell'auto-esperienza riguardo a un tale tipo di indagine, dovrebbe essere non soltanto indicativa del funzionamento dello strumento, ma parimenti espressiva di un'attività pensante capace di distinzione tra ambito psico-fisico e ambito mentale puro. Una simile capacità di distinzione dovrebbe essere considerata segno del regolare rapporto tra pensiero e cervello e presupposto interiore di un controllo del rapporto medesimo.

Se la dipendenza del pensiero dall'organo è provocata da una alterazione funzionale, questa non si può cogliere direttamente come tale, ma può essere riconosciuta in un tipico aspetto del discorsivismo, quello univoco automatico: la cerebrazione tendente alla manifestazione monoideistica della dialettica che le è congeniale. Occorre in tal senso saper guardare dietro le espressioni logiche e organiche dell'intelligenza di questo tempo, in ogni campo. Solitamente non si viene giocati dalle espressioni di un pensiero ingenuo e asistematico, bensì da quelle dell'intelligenza che costruisce secondo ferrea univocità la discorsiva veste della serie dei suoi contenuti.

Seguendo il percorso dell'attuale formalismo logico-dialettico, un processo neuro-psichico si può manifestare come organica architettura di concetti, senza reale contenuto organico. Questa architettura infatti è di parole: la relazione vera tra le parole è psichica, ma formalmente è logica e dialettica. La minima attività di pensiero è afferrata dall'automatismo cerebrale. È la ragione per cui l'attuale logica offre un facile modo al dialettico di questo tempo di far valere la propria assenza di pensiero, non certo attraverso formulazioni di tipo logistico - di cui invero non sarebbe capace - ma attraverso strutture discorsive che le imitano e arieggiano.

In realtà tutta la dialettica post-hegeliana - se si escludono alcune forme dell'idealismo - si presta all'equivoco della vocazione discorsiva dei nuovi intellettuali, per il fatto che il linguaggio gnoseologico e logico, scientifico e critico, può essere da essi dialetticamente usato, privo dell'interna sostanza di pensiero di cui è forma. Linguaggio che, nella sua neutra relazione a sé, non implica alcuna effettiva posizione mentale, ma solo estrinsecazione psichica.

Mentre la filosofia analitica aspira a consistenza e ragione d'essere, attingendo alla logica matematica e chiedendole strumenti sicuri per la sua vocazione inferenziale, il materialismo dialettico è sempre costretto a temi che per il loro contenuto esigerebbero penetrazione morale e speculativa e perciò pensiero logico-intuitivo: onde è sempre più impegnato nell'attivismo ideo-fraseologico, il cui progrediente automatismo implica la perdita di qualsiasi relazione con i temi dai quali mosse.

L'equivoco del marxismo come delle filiazioni post-marxiste e socialistiche di qualsiasi gamma, nessuna esclusa, è appunto il proporsi temi di suprema importanza umana, per la conoscenza dei quali comincia col sopprimere l'organo di conoscenza: quasi che la sua occulta missione fosse impedire che tali temi siano veramente penetrati dall'uomo di questo tempo. Non si può non essere mossi da un determinato psichismo, quando si è teoretici e simultaneamente si nega il canone metafisico del pensiero. Rimane perciò come segno del decadere della filosofia non tanto il fatto che sia potuto sorgere un «materialismo dialettico» - che è dire un idealismo della materia - quanto il fatto che la filosofia non lo abbia identificato per quel che era e non lo abbia perciò espulso come un discorsivismo estraneo al proprio mondo.

Il dialettismo ha sempre all'interno di sé non pensiero ma psichismo, capace di assumere la forma di pensiero necessaria a sollecitare non l'altrui pensiero, ma l'altrui psichismo e ad alimentarlo. La forma del pensiero viene asservita a un contenuto che nella sua mediazione le è irrelativo, in quanto contraddice il pensiero quale attività autonoma. È il segno dell'alterazione mentale.

Riflettendo l'iniziale patologica dipendenza del pensiero dal cerebrale, il dialettismo non può non tendere a rappresentarla scientificamente come lo stato di fatto normale: giunge così alla legittimazione dell'ipotesi che il cervello pensa, essendo materia evoluta sino alla possibilità di pensare. E tale ipotesi a un determinato momento tramuta in enunciato assiomatico, come fosse scientificamente provata. Ma la stessa scienza oggi, attraverso dilettantesche indagini catafratte di matematica precisione e di raffinatezza di mezzi tecnici, tende ad affermare questo, eludendo un rendiconto logico sull'argomento, in base al quale avrebbe comunque il dovere di presentare tale asserzione come ipotesi, di cui non ha mai avuto possibilità di verifica. Infatti dal dialettismo materialista ne viene eliminata in partenza la possibilità che solo potrebbe compierla.

(Automatismo formale e paranoia in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 4.2, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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