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(Massimo Scaligero)

L'esigenza di educare il pensiero secondo l'esperienza dell'immediato suo sorgere nella coscienza, così che la sua stessa forza generatrice si manifesti come realtà pensante, può essere intesa soprattutto in rapporto alla condizione mentale dell'uomo di questo tempo.

Tale forza, a un determinato momento dell'incomunicabilità, già in atto, tra cultura e cultura, tra linguaggio e linguaggio, tra logica e logica [cfr. i principali quattro tipi di logica in "Il diritto reale non è solo logica formale" - ndr], tra corrente e corrente, tra uomo e uomo, dovrebbe risultare nella coscienza individuale l'unico organo di distinzione della verità dall'errore: e di conseguenza divenire operante nel campo delle scienze e delle correlative metodologie, per il fatto che cominci a operare nell'anima del ricercatore: per ragioni che verranno chiarite nelle pagine che seguiranno.

Verrà mostrato infatti che il pensiero, ove sia sperimentato nel suo processo originario, secondo regole implicite al suo immediato movimento nella coscienza, funziona come un «senso» obiettivo della verità, in quanto, sia nell'ideazione che nella formulazione del giudizio, può dar modo al mentale di mantenersi indipendente da influssi che gli sono estranei. Si tratta di influssi che, pur essendo estranei al contenuto mentale, possono assumere forma mentale: naturalmente senza che l'intellettuale contemporaneo, impegnato nell'espressione di tale forma, ne sia consapevole.

Le ultime psicologie hanno creduto di identificare nell'uomo le forme sottili della psiche, rivolgendo l'indagine all'«inconscio», ossia a un ente che, come si è visto, si da' ad esse come semplice ipotesi, e connettendo all'accordo o al disaccordo con esso la possibilità di equilibrio della psiche. Hanno creduto identificare le vie morbose e di conseguenza quelle dell'equilibrio dell'uomo di questo tempo in rapporto all'«inconscio»: fantasma "depictus" e pur presentato come ente reale, mancando di effettiva verifica gnoseologica e sperimentale.

Pertanto è stato possibile il curioso fatto che, con il dominante orientamento psicoanalitico, l'attenzione dei ricercatori è stata distolta da un problema degno di realistica attenzione ed indagine: quello da noi prospettato nel capitolo precedente e che brevemente si può così riassumere: data la premessa che lo squilibrio interiore, il male psichico, può prendere le vie mentali, non è escluso che possa esprimersi in forma discorsivamente legittima. In altre parole: è possibile che il male mentale, facilmente identificabile nelle sue espressioni istero-nevrotiche e paranoidi, si manifesti invece come contenuto valido ove disponga di regolarità dialettico-logica.

Se un simile problema esiste, è senza dubbio il più severo di questo tempo: perché riguarda la possibilità che il male mentale, nella forma dialettico-logica, non solo non appaia tale, ma operi come impulso di cultura, direttiva di vita, filosofia, scienza sociale, indagine psicologica: non come coscienza del male, bensì come coscienza talmente dominata dal male, da funzionare quale organo di espressrone di esso. Né riconoscibile come tale, in quanto assumente la forma concettuale normalmente espressiva dei contenuti intellettuali.

Non si deve rinunciare a guardare spregiudicatamente l'origine reale di taluni monoideismi dominanti la cultura di questo tempo, né a verificare se certe sue forme «universali» rispondano realmente alla vocazione dell'uomo verso l'universale o non ne siano piuttosto l'impedimento. Ma non l'impedimento in sé, bensì quello che diviene posizione mentale, giustificazione logica di se medesimo, assumente parvenza scientifica.

È ora di chiedersi fino a che punto la dialettica, come analitica discorsiva, sia espressione di uno stato mentale rispondente al normale rapporto tra cervello e pensiero, e quando invece assuma una determinata forma logica e sistematica sino ad inaspettate acmi deduttivo-induttive, appunto perché produzione di un cervello mal funzionante o malato.

In tal caso la forma analitico-discorsiva riesce ad occultare l'errore di pensiero, proprio in quanto nel processo formale stesso l'errore giunge ad avere come espressione la propria codificazione. Infatti, a nessuno viene in mente di sospettare che un innovatore sociale, universalmente affermato, o un famoso politico, o l'iniziatore di un nuovo tipo di psicologia, o un commendevole pedagogista, o un ministro dell'economia, sia un malato di mente, se nelle sue opere o nei suoi discorsi mostra coerenza dialettica e penetrazione analitica, perché nello svolgimento specifico di queste non può riflettersi squilibrio mentale, mentre tale squilibrio può occultarsi nella sostanza interna di quanto egli afferma, ossia di ciò che in effetto opera con la forza di un contenuto psichico, rivestendo la regolarità logica. Errore irreperibile nel discorso, perché, come. errore, è pre-discorsivo, o mentale, ma che si può cogliere nei disastri pratici, in cui esso finisce col manifestarsi. Errore che, nella rispondenza del disastro pratico all'enunciazibne teorica, potrebbe essere identificato solo da un pensiero che non fosse caduto nell'automatismo dialettico in cui ha la sua congeniale espressione l'intellettualismo di questo tempo.

("Precarietà dialettica e analitica" in "La logica contro l'uomo". Il mito della scienza e la via del pensiero", 3.1, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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