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NON SI MUOVE FOGLIA

CHE IL PAPOLATRA NON VOGLIA

 

La papolatria, figlia del papalismo e del populismo, è il morbo più micidiale che impedisce agli uomini di emanciparsi.

Colpendo tutti, anche i non credenti, questa malattia invade l'attività interiore dei fedeli di ogni ceto, partito, e professione, portandola ad identificare in questo o in quel pontifex, o nuovo faraone, condottiero, o duce, l'apporto di valori unici, essenziali, e indiscutibili, da difendere con assoluto zelo contro tutto e tutti.

La papolatria è sostanzialmente il male dell'ANACRONISMO, che da millenni affligge anche l'uomo d'oggi, 14° anno del terzo millennio, con echi mediatici impressionanti.

La malattia è come una placenta restrittiva di ogni sindéresi umana, che anziché funzionare come autonoma facoltà di discernimento del bene e del male, opta per l'irresponsabile "sicurezza" di obbedire al discernimento altrui, creduto autorità morale migliore di sé.

In questa placenta anacronistica in cui il nuovo schiavo si sente protetto dalla paura della propria libertà, l'umanità non vuole crescere, né va a tempo con lo spirito del tempo, danneggiando il ritmo di tutti, attraverso misure ritmiche, tutte diverse fra loro, in quanto misurate da convenzioni, convenienti solo ai pochi che si sottomettono al nuovo faraone di turno che si spaccia per Padre liberatore degli uomini dalla schiavitù mentre, di fatto, la crea già con l'accettare il titolo anticristiano di "vice-dio", o di "Santo Padre"...

Il problema del male o della teodicea consiste nell'ANACRONISMO che porta gli uomini a genuflettersi, oggi come ieri, davanti a uomini creduti divinità.

Non così per Gesù di Nazaret, nella cui obiezione al potere costituito da Roma e al sinedrio (anche Obama dall'America si è affrettato ad applaudire al poker papolatrico con una telefonata a Roma, esattamente come avrebbe fatto Pilato se fosse esistito il telefono) il problema del male era di volta in volta risolto nell'obiezione "MA IO VI DICO" in rapporto a ciò che era scritto nella Legge, obiezione a cui seguivano fatti come quello della mano inaridita curata in giorno di sabato e perciò contro la Legge, o parole contro l'abominio di convenzioni non convenienti a tutti: l'abominio del chiamare un nostro simile "padre" non fu mai accettato dal Cristo.

Non chiamate nessuno "padre", "enim est Pater vester qui in caelis est", perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo (Matteo 23,9).

E se veniva chiamato "Domine" rispondeva: "Quid autem vocatis me Domine Domine et non facitis quae dico?": Perché mi chiamate Signore, Signore e non fate quello che dico? (Luca 6,46).

E per tutta risposta a questa politica di EPIKEIA di Gesù noi ci lasciamo ancora turlupinare dai giocatori del potere faraonico che ci viene incontro in modo planetario come "Poker di Padri", chiamando non solo Padre ma Santo Padre un nostro simile, e spegnendo in tal modo quell'impulso cristico che pur vive in noi e che sempre ci dice da dentro: NON CHIAMARE NESSUNO PADRE!

Lo spegniamo, così come ogni domenica crocifiggiamo lo spirito del Cristo dicendo Alleluia, Alleluia con la faccia triste e spenta, tipica di chi, ignaro, è abituato, ormai da millenni di anticristianità, a rimuovere l'unica facoltà di distinguersi come "io" dalle cose del mondo e da quel Santo Padre che si presenta ancora bardato da Faraone...

Eppure l'uomo possiede nella propria vitalità un impulso, naturale e sovrannaturale al contempo, che si oppone alle cose cangianti del mondo, in modo da chiedersi il senso del loro divenire ed a produrre, mediante giudizio critico e loro antitesi, il loro essere come sintesi incontrovertibile. Non solo. Con ciò l'uomo ha anche la possibilità di essere sempre più consapevole che questo suo impulso cristico interiore, questa sua dinamica vitale, riguarda tutto il macrocosmo e tutto il microcosmo; riguarda ogni contrasto fra forma e sostanza delle cose, fra qualsiasi elemento dell'aggregato sconnesso di sensazioni e il suo divenir connesso grazie al pensare, facoltà dell'impulso a lottare immaterialmente anche rispetto a qualsiasi forma-pensiero e ad ogni dialettica che vorrebbe addormentare il suo stato di veglia.

Il Cristo è lo spirito dell'io che nei bambini fa chiedere il perché delle cose e che negli adulti fa obiettare contro le varie ideologie, teologie (o "teo-ideologie") che ci vengono incontro dal mondo esterno.

Questo spirito lottatore è in ogni nostro percepire ed in tutta la nostra vitalità in grado di distinguere sindereticamente il bene dal male.

Ai tratta di una facoltà presente perfino nella rétina del nostro bulbo oculare quando percepiamo le cose nella loro luce, ombra, e colori.

Il seguente esperimento te lo mostrerà.

 

 

ESPERIMENTO: se per una manciata di secondi concentri lo sguardo in un punto centrale (circolo grigio) circondato da elementi di colore diverso, sperimenti poi sulla superficie bianca l'apparizione sospesa dello spettro opposto di quei colori, così che, ad es., il giallo diventa blu e viceversa, il rosso diventa verde, ecc... Perché?

Perché nell'occhio rimangono tanto le impressioni delle immagini colorate quanto quelle delle immagini del loro spettro opposto. In tal modo puoi intuire la vitalità della tua rétina.

Di quell'apparizione sospesa dello spettro opposto di quei colori, che dura una manciata di secondi, nessuno parla. E nessuno si chiede il perché di tale silenzio. Effetto ottico o causa prima della nostra evoluzione? Poi, se non la ravvivi con un'esperienza nuova, l'apparizione si spegne, e si spenga la lotta, l'opposizione. E tutto tace...

Eppure è in quella lotta che si esprime ciò che Goethe chiamava il fenomeno primordiale della scienza sociale.

Tale fenomeno è la dimostrazione che in ogni uomo c'è qualcosa di non relativo ma di incontrovertibile, consistente nella possibilità di pervenire ad un pensare nuovo capace di unificare in sintesi universali le cose percepibili del mondo.

In tal modo universale l'umanità concepisce i concetti e le idee di tali concezioni...

Ovviamente quando si fa l'esperimento dei colori al fine di ricavarne la prova scientifica del fenomeno primordiale della scienza sociale occorre ricordarsi di non escludere l'uomo sperimentatore. Soprattutto occorre essere interiormente vivi, non morti in ideologie astratte dallo spazio e dal tempo in cui sono collocate.

Solo se si è interiormente vivi, l'osservazione sperimentale di questo fenomeno ha in sé anche la possibilità di risolvere il problema del male, cioè dell'io negato, o crocifisso come sovrastruttura della materia, che sola si crede valore perché si crede di percepirla coi sensi...

Il fenomeno necessita di due periodi temporali che offrono in un primo tempo uno spettro di colori (in un primo tempo i colori dell'immagine animata), e uno spettro di colori opposto (in un secondo tempo il bianco dell'immagine animata).

Ma cos'è lo spettro di colori opposto?

Lo spettro di colori opposto non è altro che il medesimo spettro di prima, posto fuori da quel primo periodo di spazio e di tempo.

Basterebbero dunque quei 6 o 7 secondi di tempo della tua concentrazione per risolvere il problema del male?

La risposta è affermativa se usi bene il tuo tempo.

Basta quella manciata di secondi per accorgerti che il male non è altro che un bene fuori tempo (o fuori dal suo spazio-tempo).

Il problema dell'esistenza del male è risolvibile nella misura in cui io riesco innanzitutto a comprendere essenzialmente le mie esperienze di opposizione, contrapposizione, avversione, ecc., a qualcosa.

Attraverso i colori nelle loro diverse gamme di chiaro-scuro è più facile capire il problema, perché il regno della tenebra è superabile da parte del regno della luce NON però con punizioni o sanzioni, bensì con non-violenza: non opponendosi al male, ma comprendendolo, al fine di trasformarlo in bene, dato che quando una parte della luce entra nel male, il male è già superato.

Io percepisco in me stesso che il regno della tenebra del mio soggettivismo di pensiero si libera dal buio grazie alla luce dell'universalità del pensare stesso. Sento di muovermi interiormente verso questa o quella direzione, come in un'altalena fra conoscenza universale e mia esperienza individuale di tale valore universale.

Quando non avverto la prima direzione di queste mie oscillazioni, che è l'universalità, credo che il pensare sia solo un'attività soggettiva, dunque debole.

Quando non avverto la seconda direzione, cioè la mia esperienza individuale dell'universalità, credo di perdere attraverso il pensare la mia individualità. Allora mi rifugio nel non-pensiero, cioè nell'ideologia fuori dallo spazio e fuori dal tempo presente.

In ambedue i casi sono un pensatore debole: se insisto nella prima convinzione, reputo per me impossibile la conoscenza della realtà; se invece insisto nella seconda reputo mi sia impossibile la moralità se non in modo eterodiretto; ma se così insisto, insisto solo in dogmi di fede.

Ambedue queste fedi possono vivere in me, dimostrando erronea l'altra, in base a mille ragionamenti. E qui sta la paradossale mia "forza di pensiero debole": quella di relativizzare ogni tipo di ragionamento e dialogo. Qui sta anche la mia patologica autodistruzione, capace, per es., di astrattamente combattere bacco, tabacco e venere negli altri, e non concretamente in me stesso, o mi accontento di notare la pagliuzza nel tuo occhio senza considerare la trave nel mio. E mi rifugio nella placenta del mio "sinedrio" o del mio "Stato" o della mia "democrazia", ecc.

L'origine del male risiede, appunto, in questa placenta, nel cui anacronismo l'astratto (per di più paradossale) domina il concreto, attraverso legismo del branco, che è la legalità priva di legittimità dell'io.

Proprio in questo legismo avviene la scellerata permuta del nostro io con l'io di gruppo, legato al legismo del branco, per cui l'uomo diventa gregario, anziché individuo, tradendo se stesso. Per cui si sente dire dai più malati il ruffiano motto di tramutare l'io nel noi...

Allora l'io può impunemente ed irresponsabilmente compiere delinquenza, in nome dell'amore per la legalità del gruppo, anche quando la legalità è senza legittimità, in quanto priva di verità. Tanto la verità non esiste, dice Pilato... Cos'è la verità?

Infatti chi ama la legislazione più della verità, si accorge ben presto di amare il proprio organo legislativo più della legge; e di amare se stesso più di tale organo legislativo.

Questo "amore di sé" sarebbe valido, cioè veridico, se fosse poi un io responsabile nel proprio agire. Visto però che poi si è costretti a delegare all’io di gruppo il proprio agire, si agisce in realtà contro il proprio interesse.

Ecco perché l’unica via di rimedio non è la legge ma la sua legittimità, cioè l'interiorizzazione della giustezza dei suoi contenuti, che fa dell'esemplare-della-specie-animale-uomo non solo un osservante acefalo delle regole come vorrebbero i predicatori di morale e i legislatori o i nuovi scribi, ma un individuo responsabile consapevole, cioè un individuo libero dai legami della specie.

Viene l'ora ed è questa, direbbe e dice ancora il Cristo, di prendere coscienza dell'indivisibilità del benessere...

Chi pensa solo ai casi suoi e crede di poter separare il bene proprio da quello degli altri - ed è proprio e solo questo che hanno dimostrato di pensare e di fare questi nuovi scribi e farisei - dimostra di non saper fare il proprio interesse, e tanto meno quello di coloro che da loro son governati.

Da qui dunque l'esigenza scientifico-spirituale, cioè tramite esperimento concreto, della liberazione.

L'individuo va liberato dalla specie tramite esperienza concreta.

Considerare di un problema un suo punto di vista astratto - sia pure esso il problema del male nel mondo - porta solo ad assumere questa o quella fede o ideologia come una droga.

Così facendo si diventa però dipendenti.

Anche appellandomi astrattamente a definizioni legali o a legislazioni del chiaro e dello scuro e perfino ai colori dell'esperimento precedente, resterò sempre dipendente da esse, perché nessuno saprà mai definire in realtà dove incomincia il bene e dove termina il male, dove finisce lo scuro e dove incomincia il chiaro. Chi sa definire con precisione quando termina il regno della tenebra e quando inizia quello della luce? O più semplicemente chi sa dirmi quando termina la notte e quando incomincia il giorno? Per definire astrattamente tenebra o luce si dipende sempre da qualcuno o da qualcosa: per esempio dal calcolo del tempo, dai calendari, e perfino dalle correzioni di questi, dette anche correzioni di Bessel...

Così, volendo immaginare un regno delle tenebre che intenda assalire il regno della luce, la cosa mi si presenta come se da un lato forze tenebrose potrebbero arrivare fino ai confini del regno della luce per conquistarlo ma non vi riescono. Si pensi alle eclissi! Dal lato opposto le forze tenebrose non potrebbero nemmeno essere "punite" da parte del regno della luce, nel quale nulla vi potrebbe essere di imposto o di cattivo, ma solo bene. Gli elementi del male non possono essere puniti dagli elementi del bene... E gli elementi del bene non possono essere imposti agli elementi del male...

Come posso allora continuare a rappresentarmi il fatto?

Posso rappresentarmelo solo in un modo: immaginando che forze del regno della luce possano prendere una parte del proprio regno e mescolarlo al regno materiale della tenebra.

L'esperimento dei colori di Goethe è identico a quello dello swing nel campo sonoro: fra una pausa ed un suono intercorre sempre una durata di tempo; se un suono non arriva a tempo, manca lo swing oppure termina un ritmo. Allora ho il silenzio, la fine di un suono, di un brano musicale.

La fine del suono è identica alla fine del mio essere nel suono dell'"io sono". Sembra un gioco di parole ma la risurrezione è anche alla fine di un suono perché la fine di un suono è come la fine di una parola, ed all'inizio era la Parola, scrive la tradizione giovannea. Quindi un suono che poi "ritorna". Ovviamente se va a tempo con lo spirito del tempo.

Perché ci sarà sempre un'altra canzone... Che l'io o che il suono o che l'io sono risorga, o ritorni, è un dato di fatto presente già nell'esperienza musicale del "ritornello", in quella del "ritorno" delle stagioni, cioè del ciclo del tempo...

L'omelia di Nereo sulla risurrezione o sullo swing non termina qui, dato che nessuno potrà mai confutargli l'essenza del male come bene fuori tempo!

Si può anche sapere a memoria tutta l'economia del mondo, o tutta la Bibbia, ma a che serve se poi non si sa procedere con swing nel nuovo? Swing significa altalena. Procedere senza passare dalle vecchie forme del bene alle nuove, è come sedersi staticamente tanto su un'altalena quanto su una poltrona. Mi siedo. Non mi muovo. Che faccio? Mi annoio nello spazio! L'errore nel tempo è come quello nello spazio.

Gli esempi da fare sono infiniti. L'esempio seguente è di Rudolf Steiner, il fondatore della scienza dello spirito, e riguarda le competenze ed i talenti umani: occorre rappresentarsi da un lato un eccellente pianista e dall'altro un eccellente tecnico del pianoforte, entrambi bravissimi nel loro campo. Il tecnico dovrà anzitutto costruire il pianoforte, e poi darlo al pianista. Se questi è bravo, lo impiegherà in modo adeguato, e così entrambi faranno bene a fare ciò che fanno, e faranno "il bene". Se però il tecnico si mette in testa che vuole tenere lui un concerto al posto del pianista, e martella sui tasti, non è per nulla al suo posto. Occupa uno spazio non suo. Ed il bene diventa male. Ecco dunque che il male altro non è che il bene al posto sbagliato.

Spazio e tempo sono perciò massimamente determinanti per la mia comprensione del male.

Quando qualcosa che è molto bene in un certo tempo si conserva uguale, pian piano si irrigidisce e diventa senza dubbio molto male: pregiudicando ciò che è progredito, contrasta il bene.

Ed ecco allora che subito saltano fuori tutti i concetti di "apostasia", di "eresia", fino a quelli odierni riassumibili nel "non politicamente corretto".

Ecco perché dal tempo di Manes fino a quello dei templari, o dal tempo di Giuliano l'Apostata al tempo di Giordano Bruno o di Rudolf Steiner, o di Ezra Pound fino ad oggi, costoro sembrano essere tutti eretici...

Eretici?

Vanno puniti!

Manes viene crudelmente suppliziato dai sacerdoti zoroastriani sotto Baharam Primo; i templari vengono sterminati; Giuliano assassinato; a Steiner i gesuiti bruciano il primo Goetheanum; Pound viene messo in gabbia e internato in un manicomio criminale, ecc...

Quindi va detto: il male è un elemento divino cristallizzato nel tempo. E va detto perché tutto ciò che in un certo momento della storia è espressione della perfezione e dell'elemento divino, in un altro tempo, cioè nel tempo inopportuno, è male.

Allo stesso modo se il tuo cuore si conformasse al cuore che avevi al tuo primo anno di vita, scoppierebbe, perché quello sarebbe ed è il vero male: l'anacronismo.

Bene e male sono sostanzialmente della stessa natura. Sono identici sia nel loro iniziare, sia nel loro terminare.

Senza tale comprensione del rapporto fra bene e male, posso solo parlare o parlamentare di riforme.

Ma non posso attuarle!

Perché?

Perché opponendomi al male, ad un partito, o a qualcuno, rischio continuamente di riformare solo lo status quo.

E questo è ciò che da sempre avviene. Perché avviene senza lo spirito giuridico di epikeia.

Per riformare il sistema monetario, cioè per rimuovere il suo anacronistico monopolio, devo perciò innanzitutto rendermi conto di essere io stesso moneta. Moneta vivente, talento vivente, riserva aurea vivente, e tesoro, in quanto corpo fisico mutante. Devo perciò innanzitutto saper curare il mio corpo fisico, in quanto esso è vero tempio (Giovanni 2, 21) di universalità del pensare.

Ciò fa parte di un'evoluzione precisa dell'umanità.

Non si tratta di intellettualismo astratto, né di nozionismo. No, quello che occorre è un intelletto superiore perché concreto, poggiante su logica di realtà del presente; poggiante sullo spirito del tempo presente e del linguaggio stesso.

Perché è lo stesso spirito del linguaggio e dei tempi a testimoniarlo: il nome "Manu" proviene dalla radice indeuropea "man", "pensare", e nell'antica mitologia indiana, Manu era il progenitore di "adàm", il genere umano. Oggi l'uomo è in grado di maturare fino al punto da avere come proprio fratello il "Manu" che a partire da quell'antica epoca lo accompagnò attraverso tutti i suoi vari stadi evolutivi.

Ovviamente, non si tratta di farsi manichei o di seguire Manes o Steiner, o Pound. Si tratta di seguire se stessi...

A partire dal Medio Evo, l'uomo si trova collocato in uno di questi stadi evolutivi, e si trova proprio "nel mezzo del cammin di nostra vita".

Nel corso dell'evoluzione avvenne infatti che la cosiddetta rivelazione, che anticamente guidava dall'alto l'interiorità umana, a poco a poco si ritirò, lasciando l'uomo alle proprie vie, affinché tale interiorità potesse guidarsi da sé.

Anticamente l'attività interiore, l'interiorità agente, era detta anima, e veniva chiamata "madre", mentre chi la guidava, era chiamato "padre".

Padre e madre erano Osiride e Iside.

La guida, cioè l'elemento divino direttamente fluente, era Osiride, il padre. L'anima era Iside, la "madre" che concepiva e che riceveva l'elemento divino-spirituale.

Osiride ed Iside, insieme, erano potenzialità dell'interiorità umana.

 

 

 

Nel corso dell'epoca che va dal Medio Evo ad oggi, e che durerà (secondo calcoli che tutti possono razionalmente fare) ancora 1500 anni circa, il "padre" dunque si ritira, e l'anima rimane... vedova. Deve essere vedova.

E Manes intendeva proprio promuovere questa consapevolezza negli esseri umani.

Ecco perché Manes era detto il "figlio della vedova": i "figli della vedova" costituivano e costituiscono l'umanità lasciata a se stessa, affinché cerchi in sé la luce della verità per autogovernare.

Altro che ideologia antimanichea dunque!

Manes fu quello che preparò il gradino di questa evoluzione interiore dell'umanità.

Tutto quanto proviene da Manes è istanza di tutto quanto oggi viene definito "immateriale", vale a dire è un appello alla luce dell'attività interiore.

Ciò che proveniva da Manes era una vera e propria rivolta contro tutto quanto non derivasse dall'interiorità e dall'osservazione dell'interiorità tramite il pensare, la cui sostanza era ed è, per chi ha orecchi per intendere, antimateria (si veda a questo proposito Massimo Scaligero in "Il pensiero come antimateria").

Ecco perché Manes diceva agli uomini di cancellare, assieme a tutte le rivelazioni ricevute tramite i loro sensi, anche tutto quanto era trasmesso da autorità esterne, e di maturare ed emanciparsi per guardare solo nell'umana attività interiore.

Ciò che viene da Manes è dunque vero spirito libertario, che ancora oggi nonostante l'inflazione del concetto "libertà" privo di reale contenuto che non sia ideologico, non è ancora approdato all'umanità.

Perché?

Perché siamo stati imbesuiti dalla Chiesa. Agostino affermando esattamente il contrario di Manes, diceva infatti: "Non accetterei la dottrina di Cristo se non fosse fondata sull'autorità della Chiesa"! Bravo pirla da poker d'assi!

La storia si ripete e l'animale sociale diventa sempre più animale e sempre meno sociale!

La storia insegna che vi fu un vescovo manicheo di nome Faustus, il quale affermava con ragione che nessuna dottrina doveva essere accettata per autorità, ma solo in libertà.

Con l'avvento dell'"io sono" (o del Cristo) doveva infatti prepararsi nell'umanità qualcosa di veramente nuovo, che altro non era se non la rivolta nonviolenta al vecchio.

Soggetto di tale ribellarsi era la luce stessa dell'io, che andava formandosi nell'individuo, e che poi manifestò lo stesso contrasto nella "leggenda di Faust", e in successive leggende medioevali.

Da un lato dunque vi è la leggenda di Faust che si ribella appoggiandosi alla luce interiore dell'io (o dello spirito), e ciò lo si può cogliere molto bene nel patto di Faust col male; e questa è la facoltà della luce di inviare dal proprio regno a quello delle tenebre una scintilla, che penetrandovi, permetta alle tenebre di redimersi da sé, affinché il male sia superato in modo non violento. Dall'altro, vi è la "leggenda" di Lutero (1483-1546), continuatore del principio dell'autorità: durante il suo soggiorno a Wartburg in Turingia (1521-22), si raccontava che Lutero avesse gettato il calamaio sulla testa del diavolo che gli era apparso. Ecco dunque come Lutero cercava di allontanare quello che gli appariva come il male. E - guarda un po' quando si dice il caso! - prima di diventare il grande iniziatore della riforma tedesca, Lutero era monaco agostiniano!

Si può allora da qui riconoscere che il fenomeno primordiale sopra accennato, sperimentabile tramite i colori, o tramite la musica, trova espressione anche nelle leggende, e nei contrasti fra le leggende: da un lato vi sono i continuatori del principio dell'autorità e dall'altro i ribelli faustiani, cioè coloro che sanno armonizzare in sé la vita e la forma mutevole di essa.

Oggi invece il principio dell'armonia è avversato tanto dai sedicenti filosofi neomarxisti statalisti (che fra l'altro odiano i cosiddetti neomarxiani, e viceversa) e i sedicenti antistatalisti!

Tutto si fa in nome delle rispettive antitetiche ideologie!

Comprendere la cooperazione fra il bene e il male è possibile solo a partire dall'armonia tra vita e forma.

Perché?

Perché a partire dal suo esistere in un periodo precedente, la vita è continuamente catturata da forme. Non sono mere astrazioni queste ma percezioni della vita reale: trovando resistenze che la catturano, la vita diventa forma (ciò ovviamente non avviene di colpo, ma attraverso i vari suoi stadi): si prenda per esempio la vita vegetale. Cosa sono le resistenze? La vita del giglio costruisce e struttura la forma del giglio. Nel giglio, la vita passa da forma a forma. Una volta costruita la forma, la vita la supera, trapassa nel seme per rinascere più tardi come stessa vita in una nuova forma. Così procede la vita: di forma in forma. Non può essere altrimenti, dato che la vita in sé è priva di forma, e non potrebbe rendersi percepibile in se stessa. Così la vita del giglio passa dal primo giglio al secondo, al terzo, e così via. Dappertutto si tratta sempre della medesima vita. Essa sembra resistere intessuta in quella data forma limitata e diffusa. L'ostacolo, la resistenza, è appunto quel suo apparire come forma limitata. Per il tessere della vita è un ostacolo quella forma. Non vi sarebbe forma, se la forza della vita che scorre da ogni parte non vi fosse trattenuta. La forma nasce nel cosmo proprio da ciò che è rimasto indietro, e che, stando al gradino successivo, appare legato a quello precedente. La vita è dunque sempre afferrata, come forma, dalla vita che esisteva in un periodo precedente.

Attraverso questa osservazione si può estendere lo sguardo ad altro.

Si veda ad esempio la vita della politica. La politica, nella sua forma odierna, ideologica, partitocratica, democratica, non è altro che il medesimo antico imperialismo o fascismo o totalitarismo.

Le cose cambiano per essere gattopardianamente le stesse: si può essere comunisti o anticomunisti, democratici o no, ma se l'uomo non passa a essere individuo anziché mero gregario o esemplare della specie-animale-uomo, la sostanza rimane.

Lo stesso può dirsi dell'abominevole e menzognera (almeno per me) chiesa cattolica-romana (già nel suo essere cattolica, che significa universale, e contemporaneamente romana, vi è menzogna, o quanto meno un'impossibilità di universalità del pensare).

Dai tempi di Agostino fino al secolo quindicesimo, attraverso i mistici la chiesa cattolica si definì, sì, cristiana, ma la sua forma non fu altro che quella del vecchio impero romano: vita irrigidita nella forma. Tutto ciò che prima era repubblica e poi impero, lo Stato romano lo trasmise - mediante le proprie manifestazioni di piazza - irrigidito nelle sue forme - al cristianesimo successivo. Trasmise al cristianesimo perfino la capitale, Roma, già capitale dell'impero! E persino gli amministratori delle province si perpetuarono nei presbiteri e nei vescovi. Ciò che era vita precedente, diventa forma successiva per il suo gradino successivo di vita. E ciò continua fino ad oggi con lo IOR, la banca vaticana, e col papa gesuita, agli ordini del papa nero...

E lo stesso si può dire a proposito dell'uomo stesso. Oggi vi è infatti un colossale tabù su ciò che scaturisce dall'"io sono", il cui nome tecnico era per gli evangelisti "figlio dell'uomo" (Urs von Balthasar, "Sponsa verbi", Ed. Jacabook, p. 480). C'è una paura folle dell'io umano proveniente da ogni parte religiosa e politica! Ed i pochi che come Urs von Balthasar osarono affermare quasi balbettando il significato di tale nome tecnico dell'io sono immediatamente espulsi dalla chiesa!

Eppure tutta la vita interiore di ogni essere umano è il risultato di questa fecondazione dell'umanità tramite l'"io sono"!

Domanda: com'era nelle precedenti forme la vita individuale degli uomini? L'uomo antico si esprimeva nominando se stesso in terza persona, esattamente come fanno gli infanti: "Il mio spirito esulta"; "Mario ha fame", per dire "io esulto", "io (Mario) ho fame".

Il figlio dell'uomo - vale a dire "colui che si presenta come io ai suoi simili" - non nacque e non nasce da carne e sangue, bensì dall'elemento immateriale dell'umanità la cui natura è tale che muove in sé la possibilità della scoperta dell'io. Ed oggi lo si vorrebbe ricacciare nella forma precedente la sua nascita, lo si vorrebbe ricacciare in una placenta che non esiste, essendo ANACRONISMO.

Si vorrebbe ricacciare l'io nella placenta dell'ANACRONISMO con la folle pretesa simile a quella di fare rientrare nel tubetto il dentifricio appena uscito. Però l'operazione non riesce... Perché? Perché il bambino, a un certo punto della sua infanzia dirà sempre "io" a se stesso!

La nascita verginale del "figlio dell'uomo" da parte della natura umana, il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sinderesi) dell'"io sono" nell'uomo, non è altro che questo.

Vi è infatti un percepibile rapporto di equivalenza fra la storia dell'individuo e quella dell'umanità. Infatti, tanto nell'infanzia dell'umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sé in terza persona a quella in prima persona. Troviamo testimonianza di ciò nei testi più antichi: come cinquemila anni fa il faraone Azoze, V dinastia, circa 2900 a.C., diceva "La mia maestà ha visto" (G. Farina, "Grammatica della lingua egiziana antica", Ed. Hoepli, pag. 183 e 18), anziché dire "Io ho visto", così duemila anni fa, la "madre" dice ancora "l'anima mia magnifica il Signore", anziché dire "io magnifico il Signore" (Luca, 1,46).

Nella misura in cui prova a ripercorrere all'indietro le antiche forme di autocoscienza dell'umanità, dal tempi dell'avvento del "figlio dell'uomo" fino ai primordi, oltrepassando i tempi dell'essenziale esigenza mosaica di un dio che dica di se stesso "Io sono l'Io sono", (Esodo, capitolo 3, versetti 13-16) fino ai tempi prediluviani, è percepibile come l'umanità tenda ad indicare se stessa sempre in terza persona singolare, come gli infanti quando, prima di scoprire la parola "io", indicano se stessi servendosi del proprio nome.

La vita dell'io in terza persona si fece sentire ancora nel "plurale maiestatis" dei papi fino a Montini, perché questa è una legge evolutiva e sempre la vita di un periodo precedente diviene la forma di quello successivo. Ovviamente, il male non consiste nell'evoluzione, ma nel non voler tenere conto dell'evoluzione!

Il problema del bene e del male è perciò dato nella consonanza fra forma e vita, perché il bene di un periodo precedente è collegato col bene di un periodo successivo. Ed in definitiva questo non è altro che - appunto - la consonanza fra il progresso e... i suoi ostacoli.

La nuova forma sociale, la nuova moneta, la rimozione del monopolio per la sovranità dell'individuo, il minimo vitale spettante ad ognuno, la triarticolazione dell'ordine sociale, tutto ciò non potrà che scaturire dalle intenzioni di Manes, dal piccolo gruppo di persone preparate da Manes, che oggi si reincarna in poeti come Ezra Pound e negli amanti della sua poesia: "Non ci sono guerre giuste... La Saggezza giace accanto a te, senza metafora..." (Ezra Pound, "Canti Pisani", Ed. Garzanti, Milano, 2004).

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