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(Massimo Scaligero)

[L'odierno uomo di scienza è invero un cretino credente che l'uomo sia una stringa - ndr]. Invero è venuta meno al pensiero un'arte originaria: quella per cui potesse rimanere organo dello spirito anche attraverso l'esperienza scientifico-razionalistica. Il pensiero non è stato preparato ad incontrare le percezioni sensorie con adeguate forze interiori, quando la costituzione dell'uomo ha comportato l'esperienza strettamente fisica del reale.

L'indagine è stata condotta in funzione non dell'uomo, ma del fenomeno. Ciò che si svolgeva nella scena dell'anima dell'indagatore come conseguenza del suo sperimentare fisico è stato ignorato: e questo ignorare si è proiettato all'esterno come esclusione della correlazione interiore con il fenomeno, onde il fenomeno nella sua astratta esteriorità è stato validato e da esso il conoscere dell'uomo ha cominciato a dipendere. Il fenomeno è stato consacrato e ad esso subordinata la logica della scienza.

L'indagatore del mondo fisico è mancato dell'ausilio interiore che sarebbe dovuto venirgli dalle correnti spirituali della religione e della filosofia: le quali, salvo rare eccezioni, si sono chiuse nell'amministrazione rispettivamente della propria rivelazione o della propria speculazione, venendo meno a quello che sarebbe stato il compito di una reale contemplazione e di una reale speculazione: assistere l'uomo alla soglia dell'epoca delle scienze naturali, illuminare gnoseologicamente la sua esperienza, fornirgli la controparte sovrasensibile della ricerca unilateralmente rivolta al fenomenismo sensibile: ricongiungere il pensiero impegnato nella ricerca con la propria forza originaria, così che il pensiero riconoscesse nel proprio intimo moto il CONTENUTO REALE dell'esperienza.

Il fatto che ciò non sia avvenuto spiega l'occasione che la pseudo-filosofia e il dialettismo hanno avuta di fornire essi la controparte teoretica, gnoseologica e logica, alle nuove esperienze dell'uomo: separando queste dalla propria logica interna ed eliminandone il senso fenomenologico. Hanno elevato il fenomeno a valore, costituendo la metafisica inversa. Inversa perché sostanzialmente anti-metafisica, ma costretta a una posizione metafisica dal suo inevitibile carattere di normatività riguardo ai contenuti assunti.

Pseudo-filosofia e dialettismo hanno fornito un'analitica che toglie definitivamente la possibilità di connessione con il proprio interno processo all'esperienza delle scienze della natura, onde lo scienziato in realtà procede ottuso e solo. Il FENOMENO ha cominciato a condizionare la sua ricerca, sino a divenirne il contenuto indipendente dal pensiero, di cui pertanto è necessariamente strutturato.

Lo scienziato avendo impegnato nel fenomeno il pensiero, senza possibilità di sperimentarlo come sua attività esplicantesi nel fenomeno sino ad assumerlo come vero, ha finito col considerare reale il fenomeno senza la sua attività. Si è privato dell'atto più importante: riconoscere quel che di reale opera di lui nell'esperienza del reale. Pago di conseguire gli esatti e quantizzabili concetti dei fenomeni, non ha avvertito come evento determinante la coincidenza del concetto con l'oggetto, è andato perdendo il nesso ideale tra concetto e concetto, quindi il concreto contenuto e la coscienza riguardo alla propria attività scientifica: che è dire la possibilità di giungere alla percezione delle forme-tipo dei fenomeni secondo il procedimento dell'osservazione contemplativa intuito da Goethe.

Così, invece di «forze», egli ha avuto concetti vuoti, rispondenti a quantità misurabili di «fatti» chimici o fisici, da una parte separati dalla vita della natura e, dall'altra, dalla propria attività sensoriale e pensante. Ha dimenticato di dovere la propria esperienza a un moto interiore antecedente la forma metodologica, e quando in questi ultimi decenni ha creduto volgersi al pensiero e costruirsi una filosofia della scienza, non ha potuto disporre se non del pensiero già afferrato dal fenomeno e di una logica deduttiva pronta con i suoi astratti formalismi a riprodurre il vincolo quantico del pensiero discorsivo al fenomeno.

Nel suo passaggio dalle scienze della prima indagine della natura alle attuali, egli non è stato cosciente di non aver più a che fare con il pensiero che inizialmente gli ha consentito l'esperienza del mondo fisico e mediante cui ha potuto costruire un'unitaria sfera della scienza, comprendente la biologia, la fisica, la chimica organica e inorganica, la meccanica razionale, ecc. Illusoriamente egli è entrato in un mondo nuovo d'indagini, mediante cui crede di aver acquisito un rapporto più reciso e più autoritario con la realtà fisica, mentre è contrario: questa tende a sfuggirgli come non mai, lasciandogli nelle mani soltanto le strutture tecnico-metodologiche, ossia il cadavere cibernetico della sfera esteriore, in cui egli invero si muove da padrone, mentre perde sempre più terreno con la concretezza della natura e del cosmo. In tal senso la cibernetica, che entro determinati limiti, potrebbe essere un settore utile di specifiche ricerche, assurge a simbolo della tecnologia integrale, connettendo essa i processi di automazione sorti come sviluppi delle vecchie discipline o attuando l'aggregazione interdisciplinare delle nuove specializzazioni: missilistica, econometrica, biochimica, biofisica, psicocibernetica, strifizzica, ecc. Si sta costruendo il cosmo cibernetico per l'uomo-macchina che sorriderà con compatimento di chi non lo voglia piu riconoscere come uomo perché ternologicamente avrà la sua etica, il suo legalismo, il suo spiritualismo, la sua religiosità (sappiamo che in una città italiana sono in atto i centri di automazione e di analisi strutturale per l'esegesi dei testi sacri), persino le sue recostituzioni tradizionali.

Il tecnologo-ciberneta ora ha tutto: gli manca soltanto il pensiero con cui inizialmente ha avuto a che fare per il fenomeno, perché il fenomeno glielo ha sottratto. E una logica deduttiva oggi è in atto, a sancire tale sottrazione. Oggi, il tecnologo, credendo ora di operare per la scienza, scambia il pensiero inghiottito dal fenomeno e astrattamente recostituito, con il pensiero che gli ha dato modo inizialmente di accedere cognitivamente alla realtà del fenomeno. Tale è in definitiva il senso della filosofia analitica, della sedicente epistemologia e di tutta la dialettica attuale che da queste si lascia dare contenuto e forma.

Quello che presume essere il più razionale uso delle forze del pensiero in sostanza è divenuto l'uso meno logico, perché manca dell'osservazione del pensiero come forma fenomenica pura e del processo essenziale della percezione sensoria: manca della possibilità basale del positivismo riguardo alla scaturigine del processo conoscitivo.

L'uso meno logico del pensiero da parte della logica che presume essere la più rigorosa, non può non essere messo in rapporto con il deterioramento dell'organo cerebrale. Essendo la situazione della logica, è parimenti la situazione della dialettica, la quale ormai non può che dipendere da quella, anche senza esserne la filiazione diretta. Il carattere deterministico-formale della logica deduttiva, nel suo fissare un meccanismo discorsivo alla relazione concettuale, altera il rapporto tra pensiero e organo cerebrale, che è un rapporto vitale, fondato su autonomia del pensiero. Tolta l'autonomia al pensiero, questo è costretto a un'irregolare relazione con l'organo fisico, in quanto deve conformarsi a un automatismo che gli è estraneo e che risponde all'automatismo cerebrale, ossia all'alterata funzione fisiologica dell'organo, non alla strumentalità dell'organo rispetto all'atto pensante.

L'alterazione mentale è in definitiva l'evento che rinvia all'unilaterale uso dell'organo cerebrale da parte del pensiero, sia per eccesso di percezione sensoria, sia per discorsivismo formale, che di tale eccesso è la codificazione. Nel suo rapporto con l'organo cerebrale il pensiero si comporta venendo meno alle proprie leggi: leggi identiche a quelle identificabili alla base della struttura fisica dell'organo.

(Automatismo formale e paranoia in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 4.7, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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