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(Massimo Scaligero)

In una equilibrata vita della psiche, i processi cerebrali non potrebbero influenzare l'attività pensante e tanto meno proiettarsi in strutture razionali, che sono inevitabilmente l'imitazione del processo razionale. Dovrebbe piuttosto avvenire il contrario: che una pura attività concettuale potesse dare sperimentalmente al pensiero la coscienza di essere tanto più lucido, quanto più indipendente dallo strumento cerebrale. In tal senso una sana attività di pensiero giunge non soltanto a giovarsi dell'efficienza dell'organo, ma anche a educarlo e a trasformarlo, così che risponda semre meglio alla necessità di esprimere, in termini razionali e linguistici, contenuti di valore intuitivo. Una simile possibilità a cui dovrebbe condurre la logica stessa del processo pensante, viene compromessa dalla deviazione automatistica dell'attività pensante e dalle correlative suggestioni di speciali conquiste della coscienza grazie a sollecitazioni esteriori, o chimico-fisiche, dell'organo cerebrale.

Per via di simili sollecitazioni l'organo cerebrale perde la sua capacità di strumentalità rispetto al pensiero: viene retrocesso verso una condizione biologica che precede quella relativa al suo funzionare come organo del pensiero cosciente. Esso viene meno al senso della struttura verso la quale si è sviluppato e, vincolando a sé il pensiero, lo usa come mezzo di proiezione delle sue eccitazioni. Queste equivalgono perciò a una regressione della psiche verso stati «primitivi», o «infantili», e, gradualmente, paranoidi [Sostanzialmente, oggi, molti dei cosiddetti "decreti legge" di coloro che ci "sgovernano" patiscono di queste sollecitazioni cerebrali - ndr].

Le allucinazioni sono l'ottuso linguaggio di tale regressione, ossia la fenomenologia inversa a quella dell'esperienza lucida della coscienza, che esige autonomia dalla cerebralità e intensificazione del suo stato di veglia. Le allucinazioni in qualunque caso sono il prodotto di stimoli sensibili anormali: esse sono costituite dal materiale sensorio-imaginativo che la psiche di continuo espelle come inutilizzabile alla propria esperienza cosciente.

Si tratta di un sedimento che è saggio lasciar posare nel fondo, perché soltanto rimanendo nella sua vera sede, può essere utilizzato dalla coscienza, grazie alle sue forze di profondità, indipendenti dallo strumento cerebrale. Determinati stimoli fisiologici o biochimici possono eccitare i contenuti di un simile sedimento sino a dar loro vita autonoma. Si tratta in tal caso di una situazione difficilmente controllabile dal soggetto ed obiettivamente equivocabile da parte dell'indagatore che manchi di reale esperienza della psiche.

L'inferiore materiale imaginativo-sensorio patologicamente eccitato si proietta in forme che non hanno valore obiettivo, in quanto non sono percezioni verificantisi per il principio cosciente: esse infatti sono possibili solo in relazione ad una diminuzione della coscienza, ossia ad un inizio di alienazione mentale.

Il caso di chi afferma di conseguire stati elevati di coscienza per tale via deve ancor più preoccupare, perché non un incomposto materiale imaginativo si proietta dinanzi all'allucinato, bensì un mondo logico-speculativo o logico-psichico, relativo al suo interesse culturale-professionale quotidiano. In tal caso acquisiscono forza di evidenza pseudo-intuizioni e pseudo-visioni lucide, che si scambiano per intuizioni e visioni obiettive, scientificamente necessarie. Si è sul sentiero di quegli schizofrenici colti, filosofi e matematici, che la casistica psicopatologica descrive talora come particolarmente acuti e coerenti nelle loro espressioni razionali.

Giova considerare quali deviazioni possa subire la cultura se taluni di costoro, dotati di prestigio scientifico e di autorità accademica, riescono a diffondere nel mondo, in legittima forma sistematica, i risultati di loro indagini condotte grazie al guasto dei rapporto tra psiche e cerebralità.

("Forme logiche del declino interiore" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 2.7, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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