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Lo Stato ci ha abituati al “diritto forzoso”, mediante il quale ha preteso e pretende di guidare l’economia.

La logica economica è però essenzialmente diversa da quella giuridica, in quanto appartiene essenzialmente al principio del pensare umano per cui vale il massimo risultato ottenuto col minimo sforzo. Ne è un esempio la divisione del lavoro sulla quale poggia ogni produzione.

La logica giuridica appartiene invece al sentire umano per cui ogni individuo si riconosce nell’uguaglianza fra uomo e uomo. Quando tale sentire diventa legge (giurisprudenza) passa nell'universalità del pensare solo se NON è forzosa, dato che né il sentire, né il pensare NON possono essere forzati: io posso percepire e riconoscere che quello è un albero proprio perché nessun elemento forzoso mi costringe a percepirlo come tale. Il diritto dovrebbe pertanto poggiare su tale autonomia di giudizio. Mancando questa autonomia si genera inevitabilmente succubanza imposta. Allora avviene che il rigore, il quale dovrebbe essere interno e non esterno al pensare ed al sentire, finisce per trovarsi all’esterno come, appunto, le imposizioni, le imposte, e i doveri in genere, eterodiretti!

Ecco perché diventa anacronistico chiudere gli occhi anziché aprirli sul fatto che un democratico Stato di diritto dovrebbe occuparsi solo di diritto, non di economia.

La contraddizione che si ritrova nelle università come dogma di pensiero, dato che lo Stato incomincia a rapia cosiddetta “banca d’Italia” di autodefinirsi addirittura “istituto di diritto pubblico”, è evidente.

Questa è la prima forma di rapina dello Stato: l’appropriazione - ma sarebbe meglio dire la manipolazione forzosa - dei concetti, passata finora inosservata e che modestamente, fino a prova contraria, sono il primo in Italia ad avere rilevato.

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