Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

(Massimo Scaligero)

Una distinzione posta in questione ma non chiarita dai logico-analisti è quella tra contenuto del discorso in quanto teorica metodologica, e contenuto in quanto pensiero metodologico riguardante un tema. È la distinzione tra pensiero in quanto ricerca esclusivamente formale e pensiero rivolto alla struttura logica di una delle scienze cosiddette «reali». Ma una distinzione più essenziale che i logisti non sembrano intravvedere è quella tra pensiero come pura discorsività logica e pensiero puro, o pensiero come tessuto di ogni possibile forma logica. Di questo basale pensiero logico, la logistica dovrebbe essere un capitolo particolare. E mostreremo come solo a tale condizione essa possa aspirare ad essere una disciplina formale.

Se un filosofo intende essere logista, e se è soccorso da coscienza logica in quanto assume tale compito, non può non rendersi conto che, per qualsiasi operazione deduttiva, egli attinge, sì, a determinate regole che gli sono familiari, ma in quanto simultaneamente prende le mosse da un postulato originario non formulato, che è l'ordine logico nel momento della sua indeterminazione: il dedurre immanente, che reca in sé la possibilità di ogni relazione formale. Il dedurre del logista è anzitutto un'operazione interiore, un'empiria essenziale, la cui regolarità tuttavia a lui sembra esteriore, perché egli è capace di riconoscerla soltanto nella formulazione discorsiva. Originariamente è il dedurre proprio al movimento del pensiero: non avvertendolo, il logista ignora un principio presente nella determinazione dei postulati, degli assiomi, delle definizioni, delle relazioni inferenziali, con i quali è persuaso di attuare l'ordine a cui aspira. Ignora di trascurare ciò da cui secondo un'essenziale logica muove: il dedurre originario.

La logistica, pur rivendicando indipendenza dalla metafisica, dalla speculazione e dall'antica logica, nel pensiero che usa pertanto presuppone un ordine di tipo metafisico, in quanto pensa non secondo un logismo già fatto, ma in vista di un logismo che intende edificare, implicando il logos come produttore della struttura formale: essa aspira a conseguire tale forma secondo un rigore che ancora non ha e che perciò richiede al pensiero, non alla forma ancora da stabilire. In realtà, sulla linea di un'esperienza cosciente della parola, non potrebbe esistere logica deduttiva senza logica trascendentale, né logica trascendentale senza metafisica, né metafisica senza ascesi di pensiero. Il crollo della filosofia si è dovuto appunto al suo mancare di ciò che ha sempre presupposto: l'ascesi del pensiero.

L'attuale indagine deduttiva intende rispondere alla propria vocazione formale e non scadere in una scienza particolare, di transitori fatti logici, allato ad altre scienze particolari. Tuttavia non mostra di voler acquisire coscienza dei limiti entro i quali si chiude per necessità dell'oggetto che a sé presuppone e non perché tali limiti siano validi per il pensiero. Non riesce a evitare che la forma si sottragga alla forza formatrice e l'oggetto trattato, nella sua astratta alterità, domini la ricerca, annientando l'essere senza cui essa non potrebbe neppure cominciare ad essere: il pensiero.

L'indagine analitica potrebbe aspirare a costituire una dottrina formale solo a condizione di controllare la forza coesiva delle proprie strutture, attingendo a una coscienza del puro determinare. Della quale il logismo dovrebbe essere un momento particolare: non può non esserlo, anche se per ora neppure suppone che il pensiero possa darsi puro, libero di parole, come reale pensiero, recante in sé la legge della propria forma. Dovrebbe dischiudersi proprio a ciò che esso specificamente sollecita: il dedurre, quale processo interiore. Riconoscendo la determinazione riflessiva come la mediazione necessaria del processo formale, quale che sia il suo contenuto, non potrebbe non giungere a una coscienza della pura determinazione. Non possono esistere scienze formali senza che esse stesse siano forme di un'unica scienza formale pura, la relazione delle determinazioni: perciò essenzialmente sintetica. Principio, questo, che dovrebbe valere anche per la logica matematica.

Se il logista non rinuncia alla rappresentazione logica, si deve rendere conto come le cose siano designate dai loro nomi unicamente grazie ai pensieri, o alle rappresentazioni o ai concetti delle cose, espressi mediante i nomi. Un nome può corrispondere a una cosa, per il fatto che desta il pensiero o il ricordo di essa. Il problema della logica non è perciò problema di relazione tra nomi e proposizioni, ma di relazioni tra concetti, anche nel caso di formalizzazione semantica.

Il dedurre non è un'attività discorsiva, ma anzitutto concettuale. Credere nell'ogettività della deduzione significa credere nell'oggettività del pensiero, che sa darsi le proprie regole formali e perciò linguistiche, sino a utilizzare in determinati casi un calcolo proposizionale, che però non abbia a sfuggirgli: non divenga esso la determinazione, non elimini il puro determinare, il principio della forma logica.

Un reale dedurre non può non essere la forma del dedurre immanente, v.d. del trarsi di un pensiero dall'altro secondo un movimento relazionale originario, che è la scaturigine pura dell'inferenza nella rigorosa costruzione formale.

("Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 7.3, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

Condividi post

Repost 0