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(Massimo Scaligero)

[È pazzesco che le cose stiano così. Ed è ancora più pazzesco che dal 1967 - anno in cui uscì questo libro - ad oggi non vi sia stato un antroposofo, eccetto Francesco Giorgi e Lucio Russo di ospi.it, a farsi carico di queste parole a dir poco profetiche; a dir poco in quanto in esse la "profezia" è razionalmente spiegata ed alla portata di tutti i pensanti, quindi non come qualcosa da credere bensì da sperimentare in sé mediante pensare cosciente - ndr]. La forma logica dunque sarebbe dotata di una verità e di un'obiettività con cui il pensiero non avrebbe a che fare, ma che dovrebbe semplicemente apprendere, una volta determinata mediante i procedimenti analitico-deduttivi. Lascia perplessi il fatto che la più rigorosa estrinsecazione della forma del pensiero presuma svolgersi fuori dell'esperienza delle leggi che obiettivamente regolano il prodursi di tale forma. Perplessità legittima, se questo pensiero intende conseguire una forma logica il cui scopo è espellerlo, presumendo i logisti che la sua verità sia in quella forma, non in esso che la produce.

Procedere all'obiettivazione delle forme deduttive, infatti, è legittimo solo a patto di accordare tale operazione con un'esperienza del processo «architettonico» del pensiero, non quale indagine psicologica, bensì quale pura esperienza logica, che afferri il proprio basale movimento e faccia della logica quel che, dopo Kant e nell'intento di Hegel, sarebbe dovuta essere e non fu: una scienza del pensiero. Scienza che, come verrà mostrato nella II parte di questo libro, in definitiva avrebbe postulato l'ascesi del pensiero. È dimostrabile infatti che, alla vigilia di un'esperienza cosciente del pensiero, perché questa non si compisse secondo le sue leggi, si verificò ciò che doveva fingerne l'identità mediante la fraseologia: sorse il dialettismo generale della cultura sino alla sua acme logistica e metodologica.

Al bisogno di realismo sperimentale del pensiero che avrebbe dovuto costituire la controparte interiore e morale dell'esperienza scientifico-tecnica, avrebbe dovuto rispondere ciò che invero fu preparato da chi ne aveva autorità: un'ascesi del pensiero per l'uomo dei nuovi tempi. Ma per l'inadeguatezza dei mediatori, per la loro velleità espositiva e insufficienza di fedeltà, fu possibile che a tale bisogno andassero incontro l'illusorio dialettismo e l'automatismo logico.

In realtà, secondo le richieste gnoseologiche implicite alla recente esperienza scientifica, l'antica logica si sarebbe dovuta superare non chiedendo in prestito alla logica matematica strutture valide per essa e per le sue coincidenze con altre scienze, non dunque in funzione di un empirico e dogmatico logismo, ma in virtù di un'esperienza cosciente dell'elemento intuitivo del pensiero, e perciò della sua virtù relazionale pura: matrice di qualsiasi espressione formale.

Si sarebbe trattato di portare a coscienza ciò che già operava nell'antica speculazione. Vero inizio di rigore logico sarebbe stato sperimentare il pensiero come «essere», che si era bensì usato nelle forme del filosofare e dell'indagine scientifico-naturale, ma non si era mai osservato, fuor che come processo dialettico e logico.

Non soccorsa da alcuna mistica, da alcuna metafisica, da alcun idealismo - salvo la solitaria luce che irraggiò da Goethe - l'esperienza scientifica si è svolta senza consapevolezza della base interiore del suo procedimento e senza coscienza dell'autonomia originaria del pensiero, come se il pensiero fosse un elemento secondario e non avesse altro da fare che apprendere passivamente i fenomeni, per codificarli e ulteriormente apprendere sperimentando. Così è sfuggito il senso stesso dello sperimentare: la possibilità, cioè, di avvertire quel che dall'interno moveva lo sperimentare. Non è stata più possibile intuizione pura: si è creduto che compito del pensiero fosse riprodurre fotograficamente il fenomeno e in base alla riproduzione interpretare.

È sfuggito il muoversi del pensiero nel fenomeno, come intima identificazione della sua organicità, e si è creduto che il fenomeno si desse al pensiero per virtù propria, anzi esso movesse il pensiero e gli suggerisse la relazione tra momento e momento sensibile, come se la relazione appartenesse meno al pensiero che all'oggetto. Onde il fenomeno, deificato e dogmatizzato, ha cominciato a dominare l'uomo: il quale ormai ha il pensiero per cui i fatti gli sorgono dinanzi veri e obiettivi, ma non deve sapere che il pensiero entra in qualche modo in tale darsi dei fatti.

Così la filosofia della scienza non è il pensiero che ritrova in sé le forze metafisiche con cui è entrato nel mondo fisico, onde abbia l'intuizione ulteriore e il contenuto ideale e perciò morale di ciò che sta compiendo, ma è la scienza del pensiero asservito ai fenomeni, o modellatosi secondo essi, dimentico della propria capacità modellatrice. Però si è visto come il pensiero asservito al fenomeno sia il principio dell'alterazione mentale, in quanto il cervello subisce un'unilaterale pressione, venendo percorso da correnti di coscienza che si determinano unicamente per il sensibile, ma non altrettanto dalla coscienza di tali correnti, secondo concreta relazione del pensiero con sé.

E questa è la strana situazione dell'attuale cultura e in particolar modo della logica della scienza, quella costruita dai filosofi analitici abusanti di procedimenti giustificati unicamente nell'ambito della logica matematica: che la verità sta tutta fuori misurata e indefinitamente misurabile, perché sia afferrabile da un pensiero che, però, non c'è più. Ossia, c'è ma trova dinanzi a sé già tracciato il binario delle parole e del costrutto logico, fuori del quale non può uscire, perché non ne ha la forza né l'autorità. E quando crede di uscirne, s'illude perché non può uscire dall'automatismo dialettico con un altro tipo di dialettica, che è semplicemente una contrapposizione di parole. L'autonomia non è del pensiero, bensì del discorso.

Il discorso che diviene autonomo rispetto al pensiero, il discorso che con le sue forme logiche costringe il pensiero e procede secondo la serie delle inferenze, sicuro di tenere il pensiero nelle parole, come se il pensiero procedesse dalla concatenazione delle parole, è il segno dell'automatismo cerebrale condizionante il pensiero, ossia il sintomo dell'alterazione mentale.

Ma se il sintomo si moltiplica e diviene carattere tipico dell'epoca, è difficile che sia più possibile espressione discorsiva di pensiero vivo, a cui risponda nel lettore o nell'ascoltatore la possibilità di rivivere quel pensiero, poiché può aver significato soltanto ciò che ormai per lui si è congiunto fattualmente con determinate parole e forme del discorso. Onde chi, esprimendosi, non rientri nel giuoco del generale dialettismo o dell'alterazione mentale, in cui è costituita la specifica coerenza dei vari gruppi intellettuali uniti nella contingenza della dialettica ad essi necessaria, persino per fingere una critica di tale stato di cose, è come se non avesse nulla da dire. Un saggio può esser preso per folle, se non si conforma alle regole del dialettismo: che non è la forma del discorso, come forma di pensiero, ma la sua meccanizzazione.

(La metodologia contro la scienza in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 5.10, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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