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[...] Tutte le traduzioni del passo relativo alle nozze di Cana in cui si trovano le parole di Gesù in risposta all'osservazione della madre sulla mancanza di vino, testimoniano che la nostra civiltà è decadente, e che l'umanità - perlomeno quella costituita dai traduttori - ha veramente bevuto un po' troppo.

Secondo costoro la risposta data da Gesù alla madre fu: "Che ho da fare con te, o donna?" (Bibbia CEI), vale a dire una risposta che rientra nella categoria espressiva dell'avversione o dell'obiezione, avente tutte le caratteristiche della ripulsa o della resistenza alla madre che gli proponeva cosa fare.

In espressioni come questa ("Che ho da fare con te, o donna?", CEI) o in altre similari, come ad esempio "Che cosa c'è tra me e te, o donna?" (Nardoni); "Non cercare di dirigermi" (An American Translation); "Non infastidirmi" (The Four Gospels, Torrey), ecc., la frase viene tradotta come in tutti gli altri casi ritenuti simili, per esempio come in quello dei diavoli che dicono a Gesù: "Che abbiamo a che fare con te, figlio di Dio?" (Matteo 8, 29; si tratta di un'antica forma idiomatica di domanda che si trova spesso nella Bibbia: Giosuè 22, 24; Giudici 11, 12; 2° Samuele 16, 10; 2° Samuele 19, 22; 1° Re 17, 18; 2° Re 3, 13; 2° Cronache 35, 21; Osea 14, 8; Matteo 8, 29; Marco 1, 24; Marco 5, 7; Luca 4, 34; Luca 8, 28; Giovanni 2, 4. Si veda anche la forma enunciativa usata in Esdra 4, 3: "Voi non avete nulla a che fare con noi nell'edificare una casa al nostro Dio"; oppure: "Non spetta a voi e a noi edificare una casa al nostro Dio". Lo stesso tipo di espressione, all'imperativo, si ritrova in Matteo 27, 19 nella richiesta fatta a Pilato da sua moglie riguardo a Gesù, che era dinanzi a suo marito per essere processato: "Non aver nulla a che fare con quel giusto"), forma espressiva che tanto nelle scritture ebraiche quanto in quelle greche rivela avversione o obiezione alla cosa suggerita, proposta o sospettata.

Nel caso del vangelo di Giovanni si è di fronte a parole che, come vengono abitualmente tradotte, sembrano una bestemmia.

Se si prova ad immaginare la scena, si nota che qui qualcosa non quadra: durante un matrimonio una persona fa notare ad un'altra che manca il vino, e si sente rispondere, come se fosse una cosa del tutto normale: "Che ho io da fare con te?" (che tradotto nel gergo di oggi sarebbe: "Cosa mi interessa?", "Che me ne frega?").

Non mi sembra possibile accettare queste parole in un simile documento e contesto, a meno che non si voglia porre sullo stesso piano l'ideale di amore descritto nei vangeli nella relazione di Gesù con sua madre e il sentimento di avversione diabolica (Matteo 8, 29) nei confronti di Gesù.

Nel testo greco le parole sono


Ti emoi kai soi, gunai

letteralmente:

"Che cosa a me e a te, o donna?"

Con tali parole, l'evangelista intendeva accennare alla forza (la cosa) delicata e intima che, in sostituzione della consanguineità, avrebbe dovuto passare da un essere ad un altro essere: donna, cosa abbiamo in comune noi due se non quella forza?

Le parole "Ti emoi kai soi, gunai" accennano dunque a qualcosa di massimamente evolutivo che in Gesù e nella madre era già presente, ma che ancora non poteva verificarsi nei presenti, soprattutto in coloro che avevano ancora bisogno della funzione dell'alcool per sviluppare il loro io, distaccato dall'antica visione spirituale connessa al sangue. Perciò egli poi dice: "Non è ancora giunta la mia ora", intendendo dire con ciò: il mio tempo, cioè quando l'"IO SONO" agirà con la sola sua forza, che non proviene da carne e sangue, non è ancora venuto.

L'alcool ha infatti la funzione opposta a quella dell'anima di gruppo.

Dal tempo di Noè, che fu il primo uomo a fare uso di alcool ed a conoscerne gli effetti, l'alcool agisce sugli uomini con la precisa funzione di preparare il distacco del corpo umano dall'antica connessione divina affinché vi si sviluppi l'"IO SONO" individuale. L'alcool porta l'uomo giù nella materia, rendendolo egoistico, e portandolo ad esigere per se stesso il proprio io, in modo da non metterlo più a servizio di tutto il popolo secondo il modo antico (continua).

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