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(Massimo Scaligero)

La logica diviene una scienza particolare allorché la filosofia perde il magistero dell'universalità e cessa di essere scienza delle scienze. La dialettica si scinde da essa e presume essere il nuovo filosofare, venendo mossa da oscuri impulsi che assumono forma politica e politicamente operano.

Sorgendo come segno della perdita dell'unità della filosofia e perciò separando sapere da sapere, la dialettica tende poi a riunire secondo il denominatore comune discorsivo-politico, le varie scienze, quelle «morali» e quelle della natura, ormai separate, perché private del reciproco rapporto, ossia della loro unità originaria.

Il senso del morire della filosofia riguarda non soltanto la filosofia e il pullulare delle forme della dialettica nei vari rami dello scibile non più controllati da uno spirito della filosofia, ma altresì l'orientamento della cultura e della civiltà, il costume umano. Questo non è più permeabile dal filosofare, ma, scadendo, si codifica e crea ogni volta la sua specifica contingente filosofia.

Così la logica, separandosi dalla filosofia, diviene una SCIENZA PARTICOLARE: anch'essa non può che pullulare, onde varie e particolari sono le logiche, le quali aspirano ad incontrarsi per non contraddirsi reciprocamente, ossia logicamente. Tendono a costituire un sistema unitario, ossia tendono, senza saperlo, a tornare verso ciò che un tempo c'era e da cui si sono separate. Cercando di ricostituire una scienza della logica unitaria, in sostanza esprimono l'oscuro impulso del ritorno al pensiero originario. Ma è un ritorno problematico, perché non conoscono quale unitaria scaturigine veramente ora le congiunga in profondità. Né ciò che può unirle può ormai essere l'antica logica, l'antica filosofia, quali oggi possono essere riprospettate: simulacri di ciò che furono.

La realtà è che la cosiddetta logica formale fondata da Aristotile come primo modo del pensiero di fissare i nessi tipici dei concetti, fu superata dalla filosofia moderna e, con nuovo rigore di pensiero, in particolare da Hegel. Mentre la categoria di Aristotile è un concetto fissato nella sua significazione come contenuto di conoscenza, la categoria di Hegel è l'esigenza di cogliere la conoscenza medesima nel suo interno movimento, come processo noetico. Che tale esigenza, poi, in Hegel non si realizzi, per insufficiente presenza dell'elemento intuitivo nella dialettica dell'intuizione medesima, non significa che essa non sia l'orientamento reale del pensiero oltre l'antica logica. Ma è l'orientamento che non potrebbe avere altro senso finale se non una disciplina metafisica del pensiero.

Che Hegel non abbia realizzato l'intento della sua «Scienza della Logica», come scienza che a sua conclusione postulasse l'ascesi del pensiero, ha significato per l'umano pensiero l'impossibilità di ripercorrere il proprio movimento quando lo sperimentatore del mondo fisico lo ha impegnato nell'analisi dei fenomeni. Non si vuole dire con questo che la filosofia di Hegel ne sia stata la causa, ma soltanto osservare che tale filosofia, incompiuta rispetto all'assunto iniziale, e la conseguente possibilità che il suo tessuto dialettico venisse utilizzato da impulsi non filosofici, avversi alla realtà del pensiero, ne sono stati il segno.

Hegel ebbe l'intuizione del momento intemporale del pensiero, ma non si volse a percepirlo, perché sarebbe stato l'arresto o il mutamento del suo filosofare: preferì seguirne la dialettica, così da poterne descrivere il processo concettuale e trasmetterlo come esperienza coscientemente ripetibile. Ma né dai suoi discepoli né dai filosofi successivi fu compresa come esperienza intuitiva pura, bensì solo come struttura dialettica, né perciò fu afferrata l'interna istanza a un'esperienza metafisica mediata dal pensiero puro, che a un determinato momento si rendesse indipendente dalla mediazione filosofica stessa. La filosofia di Hegel, concettualmente esatta, si presenta come organico sistema dialettico, tuttavia privo di noetica relazione con l'elemento sovrasensibile da cui scaturisce e che soprattutto sarebbe importato egli percepisse e ponesse in luce: così che risultasse dalla stessa esperienza pensante la necessità ascetica implicita al pensare, alla logica in quanto logos.

La resurrezione della dialettica, come dialettismo, e della logica come logistica, sono un regresso del pensiero dinanzi alla necessità della scienza, l'artificiosa resurrezione di impulsi morti dinanzi alla richiesta della moderna indagine e di un rapporto cosciente con la sfera fisica: il segno dell'impossibilità del pensiero riflesso ad affrontare i problemi del tempo. La connessione di tale caduta del pensiero con il fenomeno dell'alterazione mentale, risulta a prima vista dalla logica delle attuali situazioni, dalla logica dei rapporti umani, dei rapporti tra individuo e individuo, tra gruppo e gruppo, tra nazione e nazione, tra continente e continente, tra cultura e cultura. È l'assenza di reale logica: proprio di quella di cui oggi si vorrebbe essere tanto fieri. Il carattere delle diverse situazioni mondiali è invero la illogicità.

Non è sufficiente che la illogicità sostanziale di certa logica, dei dominanti modi di pensare, della metodologia dei programmi politico-sociali, delle pianificazioni, delle teorie sociologiche, pedagogiche, economiche ecc. si manifesti mediante i suoi risultati catastrofici. La catastrofe insegna qualcosa all'uomo saggio, non all'alterato mentale. L'alterato mentale persevera, escogita nuovi logismi alle sue teorie portatrici di catastrofe: soprattutto se dispone di un potere politico, mediante cui possa statalmente obbligare una collettività di sottomessi a rimediare con sempre ulteriore contributo di lavoro o di imposte, alle conseguenze del prodotto dottrinario della sua alterazione.

(La metodologia contro la scienza in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 5.8, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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