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Massimo Scaligero

 

[Con la denominazione di "pavor metaphysicus" Scaligero parlava già nel 1967 dello scollamento tra discorso e pensiero, consistente nell'incapacità di percepire il pensare come realtà, e quindi indirettamente di "alexitimia", cioè del disturbo odierno dell'umanità, scoperto nel 1976, consistente nella rimozione del proprio giudizio critico, rimozione che porta poi l'uomo all'incapacità di traduzione in parole delle proprie emozioni. L'alexitimia è fra l'altro connessa agli attacchi di panico; cfr. Bruce A. Jones, "Panic attacks with panic masked by alexithymia" - ndr].

La separazione attuale tra discorso e pensiero può essere concessa, come fenomeno d'inconsapevolezza, al filosofare che ha perduto il proprio contenuto noetico e che appunto per questo si sviluppa e signoreggia come dialettismo delle varie dottrine, ma non può essere concessa a un discorso che presume essere norma dei discorsi formalmente rigorosi.

Tale rigore, anche quando si volge esclusivamente alla forma delle proposizioni e alla loro concatenazione inferenziale, non è possibile senza la consapevolezza del momento concettuale dell'inferenza e perciò del suo rapporto con il canone del pensiero che ne rende possibile il rigore.

Il logista obietta che non è suo compito occuparsi del pensiero, o giunge a identificare le leggi del discorso con quelle del pensiero, o considera il pensiero un'attività soggettiva e perciò tema della psicologia. È il punto debole della logica deduttiva attuale, perché riguarda non la proprietà e l'improprietà dell'analisi, ma ciò da cui nasce e verso cui va, ciò di cui essa è trascrizione: il valore. Valore essenzialmente logico, perché rispondente alla noesi strutturale del contenuto, cui il logista si sottrae con il suo esclusivo tendere alle forme calcolabili dell'analisi: vi si muove come in una zona di sicurezza, da cui non desidera uscire, per paura di doverla perdere. Ma questa non può essere la via per stabilire relazioni con le forme del sapere e tra esse.

Come si diceva, è legittimo che il logista si rivolga esclusivamente alla necessità inferenziale, ma a condizione che sappia che cosa logicamente presupponga la sua operazione: altrimenti questa, malgrado la legittimità dell'uso dell'ipotesi postulata, è un costrutto campato in aria, in quanto ha come premesse proposizioni primitive, la cui validità, non potendo scaturire da operazioni deduttive, attende, sì, da queste il suo riconoscimento, ma per via di un atto induttivo-intuitivo che usi queste secondo ciò che vuole sin dall'inizio l'operazione formale.

La validità, non potendo che risultare da un fatto intuitivo e gnoseologico, postula sempre un procedimento logico essenziale indipendente da calcoli, anche quando si giovi di questi. Simile osservazione vale parimenti nel caso che il logista opponga il puro formalismo senza oggetto, o la «logica senza ontologia»: infatti, non è questione di contenuto in senso ontologico, ma di contenuto in senso noetico. Si tratta del contenuto che massimamente dovrebbe interessare l'analista logico, non certo per il procedimento deduttivo, ma per la consapevoleiza di ciò che lo rende possibile: il movimento del pensiero non vincolato ad un particolare oggetto e perciò avente in sé la regola di ogni tipo di relazione.

Se il logico analitico, il metodologo intende dedicarsi alle regole di deduzione, con sicurezza di operare per la scienza, deve anzitutto consegiure coscienza del pensiero che può farsi logico appunto perché non obbligato da una logica che gli preesiste. Né il logista può isolare la parola dal pensiero di cui è simbolo, perché anche volendo, non può, e quando appunto vuole, entra in una zona di non senso, in quanto astrae da una relazione con sé del pensiero, della quale fruisce, proiettandola come una relazione con sé del discorso: la cui esattezza ha appunto un limite discorsivo che egli rinuncia a conoscere, rinunciando altresì a conoscere che oltre quel limite l'esattezza è apparente e può rivestire l'errore.

La parola senza pensiero è nulla, mentre il pensiero senza la parola è un contenuto in sé essenziale, capace di avere il proprio movimento formale come originario scaturire di varie possibili forme, tra cui la relazione logica. Da quanto si è andato sinora considerando, dovrebbe essere evidente che non tanto la forma logico-matematica rende significante il contenuto, una volta espresso, quanto l'atto del pensiero di chi lo apprende, riconoscendolo mediante essa. Si è altresì veduto come la semantica sia una dottrina tale che il suo porre il problema del significato la fa estranea all'atto stesso del significare.

Il logista che intende avere il pensiero coincidente con la parola e con le relazioni formali, escludendo il movimento prediscorsivo del pensiero di cui si serve, perde la distinzione tra questo pensiero e il suo aspetto riflesso, nel quale opera, costringendolo ad una relazionalità meccanica, mediante uno svolgimento analitico che il pensiero in quanto sintesi reca in sé già superato. Onde chi si conforma a tali regole, costringe se stesso ad una diminuzione ed alterazione della propria reale logicità, soprattutto perché finisce inconsapevolmente con l'opporre il discorso al suo reale senso, ossia il prodotto del pensiero al pensiero.

L'analisi che sia veramente pensiero è il rilievo sintetico degli elementi costitutivi di una sintesi. Non può compiere analisi chi non abbia il pensiero come sintesi. L'analisi è il rilievo della separatività provvisoria del molteplice, che il pensiero non deve giustificare o relazionare dall'esterno secondo contingente alterità, bensì dall'interno, secondo il proprio canone sintetico, che già reca in sé la relazione, ma non potrà attuarla se dal discorso viene paralizzato, ossia costretto a operare privo della propria vitalità sintetica:
quella da cui è possibile che sorga il procedimento logico.

In realtà il logista indirettamente attinge al contenuto metafisico del pensiero, ma per "pavor metaphysicus", per subconscia paura di doversi muovere in un terreno in cui non si sente sicuro come in quello formale, lo ignora. Non può ammetterlo. Con ciò contraddice l'intimo movimento logico, perché quel contenuto è presente nel suo argomentare, come ATTIVITÀ IDEALE INCONSAPEVOLE. Questo argomentare, perciò, malgrado i suoi percorsi matematici, cercherà indefinitamente il suo obietto e la giustificazione della connessività inferenziale, senza possibilità di riconoscerli, malgrado il suo muoversi tra essi.

Ci si potrebbe obiettare che, anche se ciò fosse, non toglierebbe nulla all'obiettività dei sistemi deduttivi formali che intendono operare su un piano di autonomia sia dalla sfera metafisica che da quella fisica. Ma è quello che, ove si eccettui il concluso ambito della logica matematica, può essere facilmente contestato, perché la mancanza di coscienza dell'elemento ideale nel processo logico formale impedisce il riconoscimento di come sia possibile il determinarsi di un senso dell'inferenza e perciò del valore del discorso, che è valore ideale anche se il discorso è puramente formale. Qualsiasi discorso si da' perché sia compreso, e viene compreso in quanto risorge nella mente di chi comprende, come idea. Il discorso rigoroso in definitiva si comprende perché in esso muove l'idea.

Ignorare l'elemento deduttivo ideale, significa escludere il canone basale del pensiero di cui il canone formale dovrebbe essere un prodotto: per cui, malgrado il rigore logico, è inevitabile l'errore. Errore che può essere formalmente dimostrato da chi lo avverte, e tuttavia formalmente codificato da chi ne è autore, non soltanto sulla base dell'ambigua immediatezza della premessa, ma anche dell'astratta coerenza dei calcoli delle strutture inferenziali, fuori di un reale significato.

L'esigenza di superare i limiti della logica aristotelica in ordine alle istanze del pensiero moderno fu appena presentito da Kant, come posizione della «logica trascendentale», e portato a espressione da Hegel quale struttura metafisica della nuova logica, ma privo della propria interna identità: v.d. di coscienza della percezione del pensiero strutturale della forma logica. Quello che fu smarrito allora, oggi è doppiamente smarrito e pur formalmente dato come recostituito. Il prodotto di quello smarrimento è l'attuale tecnologia, priva di soggetto umano: esatta, ma escludente l'ordine interiore cui deve il proprio essere e l'essere esatta.

("Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 7.6, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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