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(Massimo Scaligero)

Il dialettismo come deterioramento della dialettica e perciò espressivo di contenuti psichici più che mentali, la facile intelligenza analitica e sistematica, l'automatismo discorsivo strutturalistico, come segni di un guasto del rapporto tra pensiero e organo cerebrale, e perciò di smarrimento dell'indipendenza del pensiero dal sistema dei nervi, sono fenomeni di questo tempo.

Essi sono riferibili, da una parte, allo scadimento della dialettica in materialismo dialettico e di questo in dialettismo postmarxista, che ne è la disgregazione di continuo ricomposta secondo l'analitica strutturale dei frammenti e in sé ormai anti-marxista, ma inconsapevole, e, dall'altra, alla resurrezione moderna di una logica nata or sono venticinque secoli ed esaurita come funzione orientatrice del pensiero, perché il pensiero, ultimamente identificatosi con il mondo misurabile, qui attua un'astratta coincidenza con l'oggetto, che assume come concreta, e che perciò esige una consapevolezza del proprio movimento, oltre il procedimento dell'antica logica.

La nuova logica, oltre che a fissare in strutture matematiche la propria analitica, mira a codificare il pensiero che si vincola al sensibile ancor più che il pensiero delle prime scienze della natura, assumendo come reale la coincidenza del concetto con il misurabile, e, senza risalire al concetto reale, contempla come pensiero la proiezione astratta di tale coincidenza. Con ciò rinuncia alla vera logica del processo, ossia all'esperienza del concetto, che ha reso conoscibile l'oggetto. Il concetto che realmente ha operato le rimane sconosciuto. Di tale concetto operante e pur stante dietro lo schermo discorsivo, la nuova logica non da' il segno della minima consapevolezza, onde assume come reale il riflesso dialettico del fenomenismo sensibile, privo del concetto che lo ha reso possibile.

L'antico filosofare, meglio che dalla determinazione del concetto, moveva dall'interna intuizione di esso: al moderno sarebbe stata necessaria la DETERMINAZIONE VOLITIVA DEL CONCETTO come atto sollecitato dal tipo nuovo di esperienza del fenomeno fisico. Tale determinazione non è stata possibile se non in forma intellettualistica e astratta. Il nominalismo è risorto teoreticamente: così che l'esperienza del mondo fisico è mancata di orientamento fenomenologico e, oggi, nella sua nuova fase metodo-tecnologia, definitivamente priva di scienza del concetto, è come un corpo senza testa, procedente verso obiettivi su cui sperimenta ma che non vede. In realtà ALLO SCIENZIATO MODERNO MANCA LA LOGICA DELLA PROPRIA ESPERIENZA SCIENTIFICA: che non è l'antica logica restaurata e ammodernata. Non è l'attuale filosofia della scienza.

Il ritorno alla logica formale in questo tempo è il segno dell'insufficiente coscienza del pensiero, rispetto all'esperienza che compie nel mondo fisico, privo delle forze intuitive di cui ancora sia pure debolmente disponeva ai primi di questo secolo. È un ritorno retorico, perché, come sarà mostrato, si svolge a un livello della razionalità inferiore a quello del principio dell'autocoscienza sollecitato per l'esperienza del concetto astrattamente coincidente con l'oggetto: è inadeguato all'esigenza del pensiero totalmente impegnato nel processo della scienza e della tecnica.

Non si tratta infatti di rinunciare a fornire regole formali il discorso scientifico, ma di intendere la differenza tra logica formale correlata alla scienza e contenuto interno dell'esperienza scientifica. Oggi il dialettismo tende a confondere le due forme di pensiero, da una parte, col l'alterazione dei compiti della logica simbolica, giungendo persino a elaborare mediante strutture algebriche teorie formali intuizioniste, e dall'altra, ignorando la possibilità di obiettivazione del pensiero operante nello svolgimento dell'esperienza fisica.

Altro è il discorso, altro la PERCEZIONE del pensiero entrato nell'esperienza del mondo fisico ed esigente, in realtà, il proprio metodo, indipendentemente dalla metodologia formale, il cui valore è semplicemente strumentale ed espositivo. Questo pensiero, che è l'essenza dell'esperienza, è infatti il moto intuitivo e realizzativo della ricerca, ciò che la rende vera: esso non è conosciuto non giunge ad essere esso stesso esperienza, perché lo scienziato non ritiene ciò suo compito e, d'altro canto, pensa che a ciò provveda l'espressione logica. Al tempo stesso crede di possedere il contenuto del concetto scientifico come contenuto della coscienza pensante. In realtà il concetto è assunto non secondo il pensiero che lo concepisce, e neppure nella sua identificazione con l'oggetto, bensì come morta proiezione di tale identificazione, in cui dell'originano movimento del pensiero non c'e nulla.

Manca allo scienziato di questo tempo la coscienza del suo stesso pensiero, che è qualcosa di più che il pensiero conseguente all'esperienza: gli manca la capacità di distinzione tra la logica necessaria alla comprensione e all'ulteriore sviluppo deldell'esperienza, una volta compiuta, e l'essenziale pensiero messo in atto dall'intimo dell'anima cosciente nell'esperienza medesima, perché sia possibile come ricerca e invenzione. A ciò non puo provvedere neppure una logica che riguardo al proprio processo formale manca essa stessa di coscienza del proprio contenuto di pensiero. I moderni sistemi deduttivi non possono costituire una scienza unitaria delle forme del pensiero scientifico, finché sono prive del concetto del loro proprio oggetto - che non è fisico né quantizzabile - e perciò penetrativamente non giungono dove, SENZA SAPERLO, giunge il pensiero impegnato nell'indagine fisica, per la sua correlazione con l'oggetto fisico.

La metodologia è il prodotto relativo a un contenuto di cui essa non può superare i limiti fattuali per tradurlo in termini formali, finché non si rivolge alla relazione di pensiero implicita al contenuto e senza cui questo non potrebbe essere per l'indagatore quel determinato contenuto, ma contempla soltanto le modalità discorsive della relazione.

(La metodologia contro la scienza in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 5.4, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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