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[...] La sacralità della Terra di Israele consiste nel suo essere parte del Corpus Domini reale della Terra, non nel costrutto legale che vorrebbe fare dell'uomo un fratello a condizione che abbia in sé del sangue ebreo certificabile burocraticamente.

Gli israeliti dovranno prima o poi riconoscere lo spirito del linguaggio che da sempre forma le parole "Israele" ed "ebreo", anche se attualmente tale riconoscimento sembra essere pieno di difficoltà.

, Israel, è infatti un nome il cui significato può variare a seconda degli interessi: il medio oriente giuridico filoebraico lo studierà, per es., come "Iashar-Kel" col significato di "giusto per Dio", e per fare "guerre giuste" o "sante" lo farà consistere in "Sciarah-El", cioè nel nome di "chi combatte per il Signore"; l'orientale o lo studioso dei Veda gli attribuirà la parentela col dio nepalese "Ishwara-El", espressione dell'Atma consistente nel principio di relazione fra il Creatore e la creatura e riferibile alla manifestazione di ogni forma di ricchezza, di abbondanza e di prosperità; il cattolico o l'antisemita tradurrà "Israele" con "contendere con Dio", e così via.

Proverò pertanto ad esaminare la parola secondo percezione e concettualizzazione delle sue parti.

La parola "Israel" è formata da cinque lettere, iod, shin, resh, alef e lamed, che secondo le corrispondenze ideografiche indicate da Fabre d'Olivet (Fabre d'Olivet, "La lingua ebraica restituita", Ed. Quaderni dell'Officina, Paris, 1815), esprimono l'idea di un potere, la cui espansione risulta dal muoversi di un soggetto nel tempo.

Al centro della parola, il moto è dato dalla lettera "erre" o resh.

Nel mio libro "Numerologia biblica" ho mostrato come la lettera zodiacale dei Pesci sia razionalmente attribuibile alla lettera resh, e non alla lettera qof, come è invece indicato dal Sefer Yezirah assieme ad altri errori di corrispondenze alfabetico-astrali pedissequamente ripetute senza ragione dai testi tradizionali di astrologia ebraica. Tali conoscenze dell'alfabeto ebraico andarono infatti perdute all'epoca della cattività di Babilonia, e quando Esdra volle ricostituire il testo della Torah servendosi dell'alfabeto caldaico - che è la scrittura ebraica oggi impiegata - il nuovo alfabeto ebbe, sì, 22 lettere come l'antico, ma le corrispondenze furono modificate e divennero quelle che si ritrovano nel Sefer Yetzira. Il risultato del mio lavoro di razionalizzazione portò a corrispondenze alfabetico astrali coincidenti col sistema archeometrico originale che precedette le modifiche di Esdra, ed identiche a quelle dell'alfabeto watan pre-diluviano, alfabeto primitivo degli atlantidi, conservato in India e giunto fino a noi mediante i bramana indiani. E poiché nel mio lavoro le corrispondenze trovano sostegno e giustificazione proprio in se stesse, rimangono in sintonia proprio con il Sefer Yetzira stesso, là dove dice: "...e fai stare in piedi la cosa in maniera esauriente..." ("Sefer Yezirah", traduzione di E. Shadmi, cap. I, sez. 3, Ed. Atanor).

In quanto zodiacale dei Pesci, la lettera centrale di Israel esprime dunque il movimento anche attraverso la parte del corpo umano corrispondente astrologicamente a tale segno zodiacale: i piedi.

La lettera "erre" esprime comunque in ogni linguaggio terrestre, antico e moderno l'idea di movimento, che per gli antichi era innanzitutto connesso alla ruota ed alla moto apparente del sole.

L'esempio seguente mostra la lettera "erre" nella scrittura geroglifica del nome Chefren, così come appariva nell'antico Egitto.

KHAEFRA' = Chefren

                                   RA      KHA          F    =  KHA F RA

                                   RA      sorga        egli  =  Che sorga Ra

Come si vede, in questa antica scrittura egiziana del nome "Chefren", il dio Ra, scritto davanti in forma di rispetto, esprime il segno astrologico del Sole.

In base a queste considerazioni, la parola "IS-RA-EL" sembrerebbe derivare dall'unione di tre parole, due di origine egizia "Is" e "Ra" e l'altra "El", che sta per "dio", di origine probabilmente semita.

Ra, nella lingua dell'antico Egitto, identificava il dio sole.

L'espressione "is" la si trova invece come esortazione a muoversi e si scrive con un geroglifico raffigurante un chiavistello trasportato su gambe. Con tale geroglifico si può dare un ordine:

"Andiamo!"

Per cui la traduzione del nome "Israel" - qui comunque posta semplicemente come ipotesi - dovrebbe suonare letteralmente: "Andiamo verso il Sole, Dio", e come espressione di luogo geografico: "luogo del potere solare che si espande attraverso il moto temporale".

Credo che questa ipotesi di lettura del nome "Israele" possa essere accettata tanto dagli ebrei quanto dai non ebrei.

In ogni caso, gli israeliti dovranno prima o poi riconoscersi anche nello spirito del linguaggio che forma la parola "ebreo", la quale mi sembra in armonia con tale mia ipotesi di lettura.

La parola ebreo si dice in ebraico "ivrì" o "ibrì" (le lettere "b" e "v" sono nell'alfabeto ebraico espresse entrambe dalla lettera "bet") ed è formato dalle lettere (da destra a sinistra) "ayn", "bet", "resch" e "iod":

Anche il significato di questa parola è stato dichiarato da molti incerto o oscuro. Nel "Dizionario dei concetti biblici del nuovo testamento" esso è studiato nel modo seguente:

"ibri, in greco hebràios, è un antico vocabolo di significato incerto. Gli ebrei appartengono linguisticamente ed effettivamente alle popolazioni "Habiru" che, attorno alla metà del secondo millennio, vengono spesso ricordate in testi babilonesi, ugaritici ed egiziani. Come l'accadico Habiru e l'egiziano 'pr, il vocabolo biblico iwri (b = w) è un concetto giuridico: indica persone della stessa posizione sociale, senza riferimenti alla provenienza etnica (i loro nomi personali derivano da diversi circoli linguistici), che non avendo una fissa dimora e possedimenti, si mettevano a servizio pattuito, con le popolazioni sedentarie ("servi" in Egitto; 1 Sam 14, 21). A gruppi, anticipazioni delle tribù, e aiutandosi, questi nomadi penetrarono col loro bestiame nel paese della cultura e forse vennero chiamati ewer, immigrati, dai cananei del posto (per es. Gn 14, 13), perché venivano da Ewer, dal (paese) dell'aldilà della steppa dell'est e del sud. Così il termine ebrei venne usato in antichi racconti da parte di altri popoli, talvolta in senso sfavorevole, altre volte da Israele stesso nei contatti con forestieri, con significato dispregiativo (a proposito Gn 40,15; 43,32; Es 1, 15-19; 2,11-13; 3,18 ecc.: "Dio degli ebrei"; 1 Sam 4,6.9; 13, 3.19; 29, 3). Durante il periodo della monarchia, gli ebrei erano persone non libere, economicamente deboli; costituivano un gruppo distinto dalle persone libere in Israele (a proposito Es 21, 2; Dt 15, 12; Ger 34, 9.14)" (L. Coenen - E. Beyreuther - H. Bietenhard, "Dizionario dei concetti biblici del nuovo testamento, Ed. EDB).

Che il termine "ibri" venne usato in senso sfavorevole o dispregiativo risulta anche dalla comparazione fonetica con la parola italiana "ibrido" e con altri idiomi (per es., dal greco "ybris", dall'inglese "hibrid", dal francese "hibride", dal tedesco "hibrid", ecc.). Spesso il linguaggio umano, per quanto diversificato, appare ugualmente sponda o soglia del mondo spirituale universale.

Anche in base anche a questa consonanza fonetica, la parola "ebreo" comporta il significato essenziale di "migrante non conforme ad una provenienza etnica definita".

L’etimologia della parola "ebreo" appare allora in tutto il suo significato: ebreo significa "nomade", "colui che passa". E ciò ben si accorda col concetto di movimento concentrato nel termine "Israele".

Secondo questa etimologia, che nella radice di "ibrì" ha in sé l'idea di passare oltre di portarsi "al di là di", si spiega anche come mai l'ebreo abbia tutto il mondo da una parte mentre lui è dall'altra, e come mai a questo popolo, che sfidò tutta l'umanità denunciando nella solitudine della sua diversità gli errori delle genti, sia stata concessa con la lingua sacra, anche una promessa divina di dominio del mondo.

Da questo punto di vista, il sionismo appare inserito in una dicotomia che non può passare inosservata: da una parte vi è l'accesso alla modernità nella domanda sionista "Perché non dovremmo avere anche noi un nostro stato?"; dall'altra vi è la fedeltà alla tradizione ebraica nella risposta: "Se pretendiamo "avere" Israele come Stato, togliamo ''essere" all'Israele come realtà spirituale universale".

Si tratta di una contraddizione per alcuni aspetti simile a quella fra "romano" e "cattolico": se sei romano non sei cattolico, e viceversa, in quanto cattolico significa universale.

Lo "Stato" sionista, cioè lo "Stato d'Israele" limita dunque esso stesso il suo proprio potere nella misura in cui limita l'essenza stessa del significato di "ebreo": il "passante" che anziché passare diasporicamente attraverso i popoli del mondo si ferma in modo statico o statalistico, magari continuando l'opera di chi emette moneta in modo truffaldino, è come il sale che non ha più sapore, e non può passare per sale di sapienza, in quanto lo Spirito risorge e non si lascia ingannare.

Il massimo ideale di Sion, di Roma o di qualsiasi altra confessione religiosa non può non essere il raggiungimento della pace mondiale sotto un unico governo, che sopprima le frontiere tra i paesi affinché esista un sol popolo: quello terrestre.

Ai primordi dell'evoluzione umana sulla terra, i matrimoni avvenivano esclusivamente entro cerchie ristrettissime di famiglie consaguinee. In seguito tali cerchie di consanguinei andarono sempre più allargandosi e ci si incominciò a sposare tra persone di tribù differenti, ma non ancora tra un popolo e l'altro. Il popolo dell'antico testamento si attenne e si attiene ancora al principio della consanguineità.

Questa arretratezza culturale dovrà prima o poi rispondere alla domanda che il mondo cattolico dovrà fare ad Israele per non continuare a offrire traduzioni acefale della Bibbia: "Come mai nel Vecchio Testamento si parla solo di "Cana" (vedi: Giosuè 16,8; 17, 9; 19, 28) mentre solo nel Nuovo si parla di "Cana di Galilea"?

Credo che tale domanda e relativa risposta siano necessarie espressioni di coerenza culturale e di pace mondiale reale.

Sono comunque ben lontano dal pensare che gli ebrei non dovrebbero avere un loro proprio stato o che il popolo giudaico debba "sempre sussistere disperso e vagabondo" come vorrebbe il mondo "cattolico" in base alla sua interpretazione del Cristo (quando nel 1897 nacque l'Organizzazione Mondiale Sionistica che, nel primo Congresso a Basilea, decise di "creare per il popolo ebraico una patria pubblicamente e legalmente garantita in Terra d'Israele", la rivista "Civiltà Cattolica" scrisse "Secondo le sacre pagine, il popolo giudaico deve sempre sussistere disperso e vagabondo. Ricostruire una Gerusalemme che sia centro di un risorto regno ebraico è contrario alla predizione del medesimo).

Credo semplicemente che lo Stato d'Israele sia il solo vero soggetto capace di valutare la questione e che il contributo occidentale non possa prescindere dalla sua capacità di recuperare un po' di logica immaginativa per incominciare a riflettere organicamente sul problema (continua).

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