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Ovvero:

IL CIELO DI TUTTI

La trasformazione dell'io nel noi è un crimine mentecattocominista. Paolo di Tarso diceva: "Non io ma il Cristo in me". Non diceva: "Non io ma il NOI in me", come sembra predicare la chiesa cattolica odierna (cfr. il testo "È il tempo della ri-creazione dell’io nel noi della famiglia e della comunità" in chiesadimilano.it). La trasformazione dell'io nel noi è infatti la TRAGEDIA del cattolicesimo, consistente nell'avere avere inteso il Cristo come sostituzione ed abolizione della Toràh senza però averlo spiegato come involucro di ogni io umano. Di conseguenza, nullificando di fatto anche il Cristo stesso. Ma lo spirito non può essere ingannato sempre. E risorge, anche se la germinale consapevolezza degli esseri umani circa i processi di sottomissione dei popoli derivante da tale errore di pensiero è molto lenta a sbocciare. Viene l'ora, ed è questa, di prendere coscienza della INDIVISIBILITÀ del benessere. Chi pensa solo ai casi suoi e crede di poter separare il bene proprio da quello altrui, dimostra di non saper fare il proprio interesse. Ecco perché poi tutto ricade su di lui... 

 

Aspetti del malinteso "Cristo" nel cattolicesimo

 

La scarsa integrazione della vita ecclesiale nella "persona" del Cristo riguarda una scarsità poggiante su un colossale malinteso della chiesa cattolico romana.

Non così scarsa era invece la comunità dei cristiani ai tempi di Paolo di Tarso, quando si accoglieva volentieri nell'interiorità il popolo ebraico seguace della Toràh, come assimilazione all'io cristiano del destino giudaico (Galati 2, 20).

Questo fatto lo si potrà rigirare o manipolare come si vuole, però non si potrà mai negare che con il "Cristo in me" di Paolo c'è anche una coscienza ebraica in me.

La questione ebraica è da questo punto di vista la "pietra d'inciampo" del cattolicesimo, la cui tragedia consiste nel fatto di avere inteso (cioè malinteso) il Cristo come sostituzione ed abolizione della Toràh senza però avere spiegato il Cristo come involucro di ogni Io umano: tanto in greco quanto in italiano le parole "crisalide" (χρυσαλλίδα) e "Cristo" (Χριστός) hanno la stessa radice e indicano la correlazione tra Cristo e l'io umano che deve trasformarsi da bruco strisciante in farfalla, librantesi nell'universalità del pensare.

Di conseguenza, la chiesa romana ha di fatto nullificato attraverso tale sostituzione ed abolizione - per inconscia conseguenza - anche il Cristo stesso. Ma lo spirito non può essere ingannato e risorge, anche se la germinale consapevolezza degli esseri umani circa i processi di sottomissione dei popoli derivante da tale errore di pensiero è molto lenta a sbocciare.

Risulta infatti da ciò che il "Messia dal volto ebraico" non è - come sostengono erroneamente i teologi storici - alle spalle dei cristiani ma è, al contrario, davanti a loro, ed aspetta di essere conosciuto. Ciò che loro sfugge è proprio il destino ebraico di Gesù di Nazareth, sia nella sua vita che nella sua morte e risurrezione.

La comprensione del cammino d'Israele è "gesuano".

Uso appositamente questo neologismo in quanto oggi il termine "cristiano" mi pare molto inflazionato: vuol dire tutto e non vuol dire niente, in quanto è divenuto MONOPOLIO DEL CATTOLICESIMO in cui si nasce cattolici nella CARTA, cioè nei documenti, senza però diventare mai cristiani nella CARNE.

È curioso altresì il fatto che cattolico in greco significa universale e che la chiesa romana usi il termine greco "καθολικός" (cattolico) anziché quello latino "universalis").

Insomma la comprensione della vita, della morte e della risurrezione di Gesù, è concentrata nella storia d'Israele, e la respinta d'Israele da parte della chiesa romana non è altro che paura del destino, cioè del suo destino ebraico figurato in Gesù, che dovrebbe pertanto anche essere logicamente materia di universalità cristiana.

In altre parole, se è vero che, secondo l'esperienza del cristianesimo il Cristo è personificazione e incarnazione della Toràh, allora è anche vero che proprio l'autocomprensione ebraica della Toràh dovrebbe avere un significato per la comprensione cristiana del Cristo: incontrando la Toràh in Gesù di Nazareth, il cristiano e la chiesa cristiana dovrebbero necessariamente incontrare anche il popolo ebraico. E se è vero che il Messia ha il volto ebraico, proprio per l'"analogia entis" della stessa teologia cattolica, il rapporto Cristo-Toràh non può che coincidere col rapporto Cristo-Israele.

Chi incontra Israele con la sua Toràh, non può dunmque non incontrare anche il Cristo.

Il malinteso del Cristo fa però edificare la sua chiesa su un fondamento giuridico: "Su questa pietra io costruirò la mia Chiesa..." dice Gesù, e questa frase è usata nei secoli per giustificare un "vicariato di Cristo", un'"istituzione del Cristo".

Ma è un'aberrazione, vale a dire un altro sintomo del grave malinteso della chiesa romana...

Si tratta di una paurosa "svista", consistente nel voler vedere il divino in un'idea anziché in un rapporto fra idee.

Se infatti consideriamo anche i versetti precedenti a quello usato giuridicamente, scorgiamo un passaggio importante: "...Voi chi dite che io sia? Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa..." (Mt 16, 15-18).

Nella consapevolezza della maggior parte dei cristiani però questo passaggio è spesso trascurato: Gesù vuole edificare la chiesa non su un concetto ma su un fatto, e precisamente sul fatto che un uomo riconosca in un altro uomo il "Cristo".

E proprio perché l'uomo Pietro riconosce nell'uomo Gesù il Cristo, Gesù pone tale riconoscimento a pietra di fondamento della chiesa o dell'organismo sociale cristiano del futuro.

Si tratta del riconoscimento dell'io cristico nell'uomo. Questo, e non altro, avrebbe dovuto costituire l'edificazione della chiesa reale, chiesa pertanto non certo intesa come mera cupola o istituzione concettual-dogmatica del Cristo ma come vivente organismo di testimonianze ogni volta rinnovabili dell'unica verità possibile tanto nel cielo quanto sulla terra.

Invece "Pietro" fu trasformato giuridicamente in una "definizione apostolica" e il "Cristo", che è involucro dell'io in ogni essere umano, fu trasformato in un'"istituzione", poggiante non sulla vita ma sulla morte che perfino lo stesso concetto di de"finizione" evoca in sé.

Il "titolo" di messia comprende infatti in se stesso non un regno "di questo mondo" (Gv 18, 36) bensì qualcosa che si instaura dentro l'uomo(Lc 17, 21) grazie al "Figlio dell'Uomo", cioè all'io umano che non nasce da carne e sangue, bensì dall'elemento spirituale dell'umanità la cui natura è tale che muove in se stessa la possibilità di tale scoperta. Infatti ogni essere umano bambino, a un certo punto della sua infanzia dice "io" a se stesso ed è questa la vera e propria nascita verginale del "Figlio dell'uomo" da parte della natura umana: senso vero della nascita del Cristo in quanto involucro (sindéresi) dell'"Io sono" negli esseri umani.

Tutto questo malinteso riguardante il monopolio del termine "Cristo", ed il monopolio dell'emissione monetaria da parte dei banchieri, sono concessioni che lo Stato (gli Stati) fecero al "noi" del potere governativo dei popoli, col tragico risultato che sappiamo.... (continua).

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