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(Massimo Scaligero)

[Che significa "far ripartire l'economia"? "far ripartire il lavoro"? Quale lavoro? Il lavoro di chi? Il lavoro o l'economia ripartono come un treno? L'unica cosa che lo Stato, la politica, e in genere tutti i discorsivisti, possono fare per "far ripartire l'economia" è astenersi da ogni fare, perché ogni loro fare non può che distruggere qualsiasi iniziativa - ndr]. Avendo il discorsivismo perduto la coscienza dell'intima sostanza del pensiero, esso stesso crede provvedere con i suoi mezzi a ricostituire a sé dall'esterno un senso interno: quello di cui invece continua ad essere inevitabilmente espressione e della cui immediata presenza, senza saperlo, si giova per il proprio processo presumente ricostituire tale presenza per imitazione, dall'esteriore: che è il processo impossibile, perché, comunque, dal di fuori mirando a fornire il significato a ciò che come forma è già significato, muove da un interiore pensiero che ignora, e che ritiene avere dinanzi a sé nelle parole, mentre lo ha inevitabilmente non soltanto interno a sé, ma antecedente.

Questa la contraddizione della semantica. La cui dottrina, oggi discostandosi dalla sua legittima consuetudine filologica, presume avere come oggetto ciò che si da' soltanto in quanto non sia già oggetto. Può esistere una scienza del pensiero, ossia dell'atto interiore che si esprime come significato, ma non una scienza del significato come attività astratta separabile dal pensiero di cui è l'identità mediata. È torse la semantica una scienza del pensiero, o una metodologia per l'esperienza sovrasensibile del pensiero? Tutt'altro: ove fosse una scienza del pensiero, automaticamente cesserebbe di essere una dottrina del senso riflesso del concetto, astratto dal concetto, ossia di ciò che solo nel pensiero ha fondamento: nel pensiero di chi esprime un significato e nel pensiero di chi lo interpreta. Fuori dei quali, non è possibile si abbia significato.

Il discorsivista, tendendo a invertire l'originario rapporto tra parola e pensiero, sostanzialmente ignora di compiere ciò, e tuttavia lo compie come se gli fosse possibile. Ma, comunque voglia degradare il pensiero sul piano del discorso e della sua trascrizione in segni, sempre da un interno pensiero dipende, a cui non si può sottrarre, onde in realtà non attuerà mai quello che inconsciamente vorrebbe: costituire una foresta pietrificata dei significati delle parole, in cui il pensiero smarrito sia obbligato a riconoscersi.

Infatti, al discorsivista è possibile un altro tipo di guasto: nel pensiero determinato, non nella determinazione, come atto che gli sfugge. I testi semantici parlano di «influsso del linguaggio sul pensiero», non celando il tentativo di fissare l'essere del pensiero in segni che simboleggino la riduzione dello spirituale al contingente e al finito, tuttavia secondo una significazione inconsapevolmente richiesta allo spirito stesso ancora libero, al pensiero indipendente da significazione.

Una volta sulla linea dell'analisi non soccorsa dal pensiero, che, come sua originana immediatezza, è la sintesi antecedente la provvisoria coincidenza con il molteplice, il discorsivista è inconsapevolmente portato a identificare la riflessione con l'analisi discorsiva e perciò ad analizzare tutto. Con il suo automatismo analitico, però, egli analizza sempre analisi e analisi di analisi: tuttavia, in tale procedimento, egli tenta di includere anche ciò che non patisce analisi.

La riflessione può legittimamente farsi forma deduttiva, ove prenda le mosse da qualcosa che è certo, in quanto cognitivamente acquisito nella sua interezza in base ad esperienza. Nel caso in cui l'oggetto non sia afferrabile nella sua compiutezza, per la sua struttura prevalentemente concettuale, la riflessione deve attingere all'intuizione, o alla vita delle idee, sino ad una PERCEZIONE CONCETTUALE che, giungendo a coincidere con la mediazione pensante, valga come esperienza.

Tale esperienza implica la distinzione tra conoscenze conseguibili per via empiristico-logica e conoscenze conseguibili per via di puro pensiero. Queste ultime neppure formalmente sono controllabili secondo il metodo logico-deduttivo, ma possono essere verificate grazie al possesso di quella mediazione riflessiva che invece riguardo a determinati oggetti viene direttamente e giustamente usata, ai fini della verifica, dal metodo logico-matematico. Come si vedrà appresso, la mediazione pensante a cui ricorre il logico moderno è più importante del suo prodotto logistico, ma è LA MEDIAZIONE DI CUI EGLI NON GIUNGE A COSCIENZA. È la mediazione che, conosciuta, conduce all'esperienza dell'oggetto concettuale.

L'equivoco della logica moderna è non avvertire che una medesima mediazione di pensiero esige ora metodo deduttivo ora metodo concettuale puro, grazie ad un identico rapporto matematico con l'oggetto. Il fatto che si vogliano conseguire criteri sicuri d'indagine grazie a un sistema la cui forza non è più il pensiero logico ma il procedimento imitativo della logica matematica, fuori dell'ambito delle discipline matematiche, rivela insufficienza di coscienza logica.

Vi sono oggetti che non possono essere sottoposti ad analisi, senza che ciò sia un non senso. L'analisi può essere rivolta a un oggetto che si possegga totalmente, in quanto il suo concetto coincida esattamente con esso o con la sua percezione. Il metodo deduttivo può applicarsi unicamente a ciò che è afferrabile nella sua interezza e obiettività.

Dinanzi a un oggetto la cui totalità sfugge in quanto di esso si coglie solo qualche aspetto, o risultanza, o fenomeno, analizzare è ottusamente ritenere di avere dinanzi a sé la compiutezza dell'oggetto e di poterla afferrare, cominciando a scambiare per proprietà dell'oggetto talune rappresentazioni o deduzioni tratte da ciò che di esso si riesce parzialmente a conoscere. Un fenomeno della natura vivente, un evento storico o culturale, un fatto della coscienza non sono penetrabili deduttivamente nemmeno quando si presentino già prospettati in termini dialettici. Un ordinamento formale della espressione non fa guadagnare un briciolo di verità, anzi può costituire la cristallizzazione di asserti privi di fondamento.

Dinanzi ad un oggetto che non riesca ad afferrare nella sua compiutezza fenomenica, né perciò nella sua sostanza, il procedimento analitico dovrebbe tacere e attendere, per onestà logica. L'oggetto dev'essere ancora conosciuto e va accostato in altro modo: anzitutto mediante l'esperienza della correlazione dell'imagine concettuale con il dato, così che il moto della correlazione possa essere continuato secondo concretezza (È la tecnica del processo pensante di cui si parla nella II parte di questo libro).

Non si può analizzare ciò che ancora non è acquisizione obiettiva, ossia concetto fondato su percezione. Anche per l'esperienza del pensiero così dovrebbe essere. Ma il discorsivismo è ciò che da' come conseguite o conseguibili le conoscenze solo in base alla loro formalizzazione, non avvertendo il suo sostituire parole e deduzioni agli aspetti che di un determinato oggetto gli sfuggono, scambiando per realtà percepita ciò che riesce solo a rappresentare e a rapportare arbitrariamente, in quanto, come nel caso della psicanalisi, la rappresentazione di «inconscio» non risponde ad alcuna effettiva percezione di qualcosa che si chiama inconscio.

Così la semantica si comporta come se possedesse il rapporto tra pensiero e parola, o la genesi del processo pensante. Su questa premessa priva di fondamento edifica una scienza che, presumendo di giovarsi dei vari metodi dell'indagine linguistica, dal metafisico al sociologico, al logico, al terminologico, allo psicologico, ecc., non può non avere struttura analitico-deduttiva e limite discorsivo, anche se si serve di induzione e di sintesi.

Se nella premessa non necessariamente dichiarata è implicito che la semantica possegga il rapporto tra pensiero e parola, o miri a possederlo, si dovrebbe dedurre che essa rinnovelli l'arte intuitiva degli antichi mistici, ed abbia la chiave delle scienze dell'anima, o stia per averla. Perché, se si osserva, quel rapporto è intemporale e metafisico. Ma è evidente che la semantica non sorge da fondamento metafisico o mistico.

Sulla linea dell'esperienza logica, c'è un momento del pensiero, in cui esso ancora non si è vestito di parole e tuttavia vive di intuitiva vita: momento intemporale che ha già in sé tutto il discorso, eppure ancora non si dispiega in esso. Quanto più questo momento è intenso, tanto più il discorso, che ancora non c'è, si elabora potenzialmente come una forma che lo attende quasi fosse già costruita, per il tatto che il pensiero è quel determinato pensiero, identico alla propria immediatezza. Questo pensiero sa scegliere la propria forma, anzi l'ha già scelta: perché LA FORMA GLI È INSEPARABILE, ma non è forma fissabile discorsivamente.

La forma non è il discorso: perché il pensiero che pensa non ancora rivestito di discorso ha già la sua forma. Quella che i semantici vorrebbero togliergli. IL DISCORSO È IL MATERIALE DELLA FORMA, NON È LA FORMA. Tanto è vero che un identico pensiero, dotato della sua pura forma, può essere espresso in lingue diverse e in linguaggi diversi, con sintassi diverse. La forma, quella autentica, però è una [Non così per discorsivisti ancora legati ai nazionalismi, quali Johann Gottlieb Fichte, e per gli odierni fichtiani dell'antroposofia che vorrebbero, con la scusa della lingua originale, riformularla e/o censurandola secondo comunismo giuridico fichtiano - ndr].

La logica deduttiva e la semantica si comportano come se conoscessero il rapporto tra il pensare e la sua forma, e tra questa e il discorso. Come se specialissimi indagatori percepissero il rapporto tra pensiero come puro immediato e mediazione pensante, e tra mediazione pensante e discorso. Proprio i nuovi logici affermano che nessuna metafisica è valida e che si deve prender le mosse da ciò che percettivamente si può assumere come reale. Vorremmo allora conoscere questi specialissimi indagatori capaci di percepire il metafisico - perché il rapporto tra pensiero immediato e mediazione pensante è un processo non sensibile, perciò sovrasensibile - e di ricondurlo a un ordine logico e semantico. Perché, se attingessero il metafisico, non avrebbero bisogno di indugiare in "nugae" semantiche.

Perciò riguardo alla semantica occorre dire che il suo attuale sviluppo dottrinario la porta, sotto l'apparato logico-dialettico, a una perdita del senso del proprio limite, epperò a una situazione che, vista nel suo interno significato, è paralogistica.

Per fortuna, ancora qualche linguista dubita circa la funzione ultimamente assunta dalla semantica. D'altro canto, la pretesa di far valere un significato identico per tutte le menti è viziata dal pregiudizio che tutte le menti siano uguali, o possano reagire allo stesso modo dinanzi a un'espressione discorsiva, per cui, determinato rigorosamente un significato, questo dovrebbe esser dotato di un'oggettività universale, che s'imponga da sé: né più né meno che un'operazione matematica, che tuttavia non è la stessa cosa. Infatti, sull'espressione 2 + 2 = 4 non si può non essere tutti d'accordo, eppure essa, mentre è identica per tutti nel suo aspetto «meccanico», ossia come addizione priva di vita, o come operazione la cui oggettività e la cadavericità dell'essere ridotto all'essere numerabile, risuona diversamente in ciascuna mente, da quella più elementare a quella capace di avvertire che tale operazione è il suo intuito attivo mediante quei segni, quei segni in sé non essendo che l'esteriorità riflessa di una luce che è altrove.

Perciò sin dal piano della mera espressione aritmetica, il significato, quando è espressione dell'autonomia del pensiero riguardo ai suoi prodotti ed oggetti, manifesta un'ampiezza di relatività, che invero non è negativa, anzi è la sua autentica forza, in quanto può parlare a ciascuno al suo grado di conoscenza. Tale relatività del significato diviene sempre più rilevante e operante, man mano che essa da' modo a una struttura linguistica di essere veicolo del suo contenuto. Coloro che hanno significato qualcosa, da Aristotele a Dante, a Goethe, a Sri Aurobindo, non hanno preso le mosse, per fortuna, da alcuna teoria del significato.

Dicono che tale teoria si ponga oggi come necessaria, metodologicamente. Ma sul piano della relazione tra pensiero e discorso, occorre riconoscere che, malgrado gli sforzi dei logisti di distinguere nettamente caratterizzazione semantica da caratterizzazione sintattica dell'espressione deduttiva, non c'è altra scienza giustificabile, dal punto di vista del rigore formale, che la sintassi.

Una metodologia non può non rinunciare al proprio significato se attinge la propria normazione alla semantica e non alla scienza a cui si riferisce, secondo regole di cui questa esige la codificazione. Una scienza del significato è una scienza inutile, ossia retoricamente utile a uno spirito che non sa più intuire e perciò non ha più nulla da dire: è il primo sintomo di fuoruscita da un limite legittimo: il tentativo di un'illecita normazione di ciò che già nel suo essere esprime una norma: per il fatto che non sarebbe, se non si desse come prodotto della propria norma. Il significato è già, non c'è da escogitare una scienza di esso, perché è aggiungere ad esso qualcosa che a sua volta, se il procedimento si riconosce legittimo, esige la teoria della sua significazione. Procedimento che non terminerebbe mai, se dovesse essere coerente con sé. Credere a un «significato del significato» significa iniziare la serie di una progressione indefinita: del significato del significato del significato, e così via.

La relazione di un contenuto di pensiero con la propria espressione è una scelta del pensiero secondo sue leggi a cui l'espressione sintattica non costituisce limite, come le regole del maneggio della tastiera e dell'archetto del violino non costituiscono impediniento alla capacità esecutiva del violinista. Il violinista può conseguire padronanza dello strumento, proprio dimenticando le regole del maneggio della tastiera e dell'archetto, in quanto le possiede senza necessità di fermarsi a ricordarle.

Fuori di tale modale legittimità del processo formale, è evidente che il PENSIERO sceglie l'espressione mediante cui significare se stesso, in relazione a un tema e alla sua capacità di penetrarlo. Onde una scienza del significato non ha che la seguente alternativa: o e un arte di risalire dall'espressione alle idee e agli intenti primi dell'autore e in tal caso non può che essere una psicologia trascendentale, per la quale però nessuno della schiera dei linguisti contemporanei mostra di avere i mezzi interiori, anzi ne mostra l'assenza, o si costituisce come una matematica del significato, proponente uno schema universale di strutture grammatico-linguistiche che valga parimenti come sistema d'interpretazione e di espressione oggettiva per tutti, necessaria perciò ad ogni forma del sapere [per esempio, la dottrina della scienza "non è affatto oggetto del sapere ma solo forma del sapere di tutti gli oggetti possibili", J. G. Fichte in M. Sacchetto, "Scritti sulla dottrina della scienza 1794-1804, Utet, Torino 1999, pp.587-8 - ndr], dalla filosofia all'etnologia, alla sociologia, ecc., e in tal caso è riconoscibile come una manifestazione del mentale umano alterato, ossia come segno della generale malattia mentale, in quanto tende a uniformare il pensiero secondo l'automatismo integrale di ciò che non è più pensiero [Cfr. il documento sonoro "La rappresentazione della rappresentazione" - ndr]. 

Allo stesso modo che i fisiologi indagano sul meccanismo della percezione, seguendo il comportamento di determinati organi e tessuti cellulari, senza consapevolezza di percepire tali organi e perciò di incontrare già in tal modo ciò che essi cercano oltre, non ravvisando le uniche percezioni suscettibili di diretta indagine di pensiero, ossia le proprie; e come taluni cibernetisti cercano di studiare il processo del pensiero in un cervello vivo, non avvertendo di non poter trovare pensiero funzionante in un cervello se non nel proprio, non avendo altra relazione tra pensiero e sistema nervoso se non la propria relazione, che perciò non avrebbero bisogno di cercare nel cervello altrui; allo stesso modo i semantici indagano sul «significato», senza avvedersi che la relazione tra contenuto di pensiero e parola non può essere fuori del loro proprio contenuto di pensiero in relazione a una determinata espressione, propria od altrui.

Il fatto che dei ricercatori, che si ritengono logici in senso rigoroso, moderno, matematico, ametafisico, cadano in simile errore, che è errore di logica, lascia perplessi. Una scienza fondata su un errore di pensiero e tuttavia esprimentesi con dovizia di forme logiche e attraverso testi sempre più discorsivamente affinati, non può che essere un segno, o simbolo sintomatico, un segnale d'allarme. La sistematicità più organizzata attorno a un errore non può essere che una formazione demonica.

La presunzione della semantica è costituirsi come scienza dei segni espressivi di contenuti mentali, poggiante su regole della simbolizzazione, e implicante l'analisi del rapporto tra il processo mentale, il simbolo a cui da' luogo e il termine simboleggiato. Il pragmatismo americano e le ricerche dell'empirismo logico le aprono il varco, in quanto il significato è il senso ultimo dell'espressione discorsiva. Così, per esempio, due autori, C. K. Ogden e I. A. Richards, in un testo che ha raggiunto molteplici edizioni, ci hanno parlato del «significato del significato», rivestendo l'idea centrale della loro ricerca di molte caute aperture verso esigenze di scienze più elevate, dell'anima e dello spirito, simbologiche e antropologiche, ma riconducendole alla necessità di una loro coscienza semantica: anche quando viene distinto il cosiddetto «discorso libero» dal «discorso scientifico».

Saggio sarebbe stato invece restringere il campo semantico all'ambito delle pure scienze fisico-matematiche, ossia delle scienze nelle quali il concetto coincide senza residui con l'oggetto assunto. Già nel campo della biologia e della medicina, per esempio, le cose cambiano, per il fatto che lo studioso possiede concetti insufficienti rispetto ai fenomeni della vita, ossia concetti che non possono compiutamente coincidere con i loro oggetti, i quali per la loro struttura organica e funzione vitale si sottraggono alla misurazione applicabile invece integralmente ai corpi inorganici. Perciò la variabilità del significato è importante alla funzione del pensiero riguardo all'interpretazione di determinati contenuti e fenomeni. Lo stesso fenorneno significa al pensiero intuitivo la possibilità di una scoperta che ad altri è vietata.

Soltanto dei pazzi lucidi possono credere di intervenire nel più intimo rapporto che l'uomo realizzi con sé pensando: tra ciò che pensa e la parola che immediatamente lo veste, secondo una scelta imprevedibile, che è il grado conseguito nella sua possibilità di scegliere, o la forma della sua libertà, in sé insostituibile. Onde la scelta varia a seconda del grado di libertà conseguito. L'uomo può tanto meglio «significare» e intuire significati, quanto più sia indipendente da prescrizione di significati o da norme della significazione.

Le conclusioni di Richards e Ogden sono singolari, ma utili a comprendere il contenuto psichico della posizione semantica. Avendoli la loro ricerca condotti a un'impossibilità di identificare il significato con la situazione simbolica, essi sono indotti a volgere la loro attenzione a un'altra sfera, quella delle intuizioni, dei processi psicologici, verso l'assunzione di un nuovo senso della metafisica. Come se la metafisica, relegata in una deserta zona del trascorso pensiero o del pensiero perduto, fosse in attesa della loro rivalutazione [Oggi purtroppo bisognerebbe aggiungere: "Come se l'antroposofia, relegata in una deserta zona del trascorso pensiero o del pensiero perduto, fosse in attesa della loro rivalutazione" [Si veda "Pietro Archiati denigra Massimo Scaligero" - ndr]. «Ogni interpretazione critica dei simboli richiede la comprensione delle situazioni simboliche»; deve inoltre esser lasciato un varco aperto a una «libera scelta dei simboli». Varco per via del quale tutta la semantica svanisce: spiraglio di luce nella tenebra fitta, che non può non lasciar adito alla speranza che il significato del pensiero umano sussista, non venga soppresso da una scienza del significato: non venga compromesso il rapporto tra il pensiero e la parola, sia lasciata al pensiero la sua intima autonomia, la possibilità di attuare la sua reale natura, mediante la parola che esso imprevedibilmente escogita, formando un sapere che non divenga la sua prigione.

Intervenire nell'immediato e originario rapporto tra pensiero e parola significa interromperlo: istupidire l'uomo [vedi "Archiati insegna a ritradurre la FdL che non capisce" - ndr] Che non apparirà istupidito, in quanto reso forte dal meccanismo metodologico che sostituisce la mobilità creativa del pensiero. Che sarà pensiero privo di significato, per il fatto che avrà sostituito alla relazione immediata onde al pensiero è data come segno la parola che gli corrisponde, la relazione artificiale estranea al pensiero originale.

Anche il pensiero che corregge il costrutto della propria espressione opera in base allo stato d'immediatezza del suo rapporto con la parola: immediatezza che è sempre e a cui la mediazione espressiva non può interrompere il varco senza cessare d'avere significato. Persino nel caso che l'espressione o la sintassi siano errate, quell'immediatezza è valida, perché ove possa sussistere, essa stessa rettifica e trova i giusti segni per il suo significare. Che è il significare di ciascun essere in relazione all'individuale capacità di esprimersi. Tale significare non può essere codificato secondo astratta unità, senza che ciò sia privo di significato.

Le menti hanno diverso sviluppo e a ciascuno deve essere consentito di significare ciò che egli peculiarmente può esprimere, e di comprendere l'altrui significare secondo la sua capacità d'intendere. Soltanto una simile libertà di movimento può dar modo alle più alte espressioni del pensiero di orientare le menti che abbiano limitata capacità di intendimento e di espressione. Ma l'orientamento è possibile solo ove non si faccia violenza all'immediatezza del rapporto tra pensiero e parola, che in ciascuno è il segno, debole o deciso, della sua libertà.

Ma gli uomini che hanno perduto il pensiero vogliono regole di espressione, codici di segni, un esperanto logico e semantico, per poter infine liberarsi della responsabilità di pensare attingendo alla coscienza di sé.

Ancor più radicalmente che gli empiristi i pragmatisti e i positivisti, noi siamo convinti che alla base di una costruzione dottrinaria debba essere l'esperienza dell'oggetto di cui si parla: altrimenti si costruisce sull'argilla molle. Perciò l'affrontare il problema del rapporto tra pensiero e parola, comporta l'esperienza concreta del processo del pensiero: esperienza che da empiristi pragmatisti e positivisti non è prevista, perché neppure concepibile, per la loro evidente incapacità di distinguere l'atto del pensiero dalla sua espressione discorsiva. Onde si deve dire di loro che sono pragmatisti ed empiristi sognanti, in quanto presumono trattare scientificamente qualcosa che non suppongono sperimentabile.

La fretta con cui essi hanno creduto liquidare l'hegelismo o il platonismo (dicendo questo siamo consapevoli che né l'hegelismo né il platonismo oggi possono dare più alcun aiuto a chi intenda sperimentare il pensiero) i quali, se non altro, avrebbero potuto ad essi costituire un sicuro punto di riferimento gnoseologico, è un nodo che viene al pettine. Essi si trovano oggi a trattare problemi esigenti, per il loro sviluppo logico, noesi di pensiero, ma non riescono più a distinguere il movimento del pensiero dalla sua veste discorsiva: semanticamente scambiando questa con quello. Operano mediante un principio che non conoscono, ma si comportano come se lo conoscessero: si comportano come se fossero pragmatisti e logisti, essendo in realtà soltanto discorsivisti, mossi da uno stato di oscuro misticismo della pedanteria discorsiva.

 

***

 

Tutto ciò che a questa nostra critica può essere obiettato in omaggio alla necessità di una struttura formale del sapere, può valere soltanto come posizione del problema grammaticale e dell'analisi sintattica: appena ritiene valere oltre questo confine e presume giustificare l'intrusione semantica in un processo interiore che per la sua reale funzione esige esser lasciato intatto, si palesa come errore logico. Inquietante, perché ritiene legittima una formulazione astratta che dal di fuori tenti agire come elemento normativo sulla genesi del processo pensante: che è quello che è, appunto perché possiede già ciò che tale elemento estraneo presume recargli. L'immediatezza del rapporto tra pensiero e parola può in taluni casi essere elementare, ma la sua positività è appunto il possibile esprimersi: perché, stimolata e sviluppata, può sempre giungere alla chiara espressione di ciò che vuole significare, se invero ha qualcosa da significare.

Ma che cosa è la chiara espressione? Forse quel che è chiaro perché tutti lo possono capire? La realtà è che il concetto è uno e le espressioni sono diverse, ma queste sono tanto più ricche di significato quanto più rechino in sé la realtà del concetto. Già abbiamo accennato che persino riguardo all'espressione 2+2=4 le menti si comportano diversamente. Esistono pagine di Goethe sulla teoria dei colori che, malgrado la loro estrema chiarezza, non furono capite dai suoi contemporanei, salvo rare eccezioni, e che anche in seguito continuarono a non essere capite, mentre recentemente taluni studiosi hanno potuto trarne il giusto senso e tradurlo persino in risultati scientifici e tecnici, che giustificano praticamente l'esattezza di quelle intuizioni.

Se si vuole giungere alla verità del significato, da esprimere o da intendere, occorre educare il pensiero: volgere a una scienza del pensiero, prima che del discorso. È il pensiero autonomo che può costruire o penetrare il significato. Non può essere pianificato l'intendere, l'interpretare, il significare, senza operare a una paralisi dell'immediato sorgere nella coscienza di ciò di cui essi sono mediazione. Se la logica deduttiva non trova pensiero fuor che quello espresso nella parola, la semantica opera come una paralisi del rapporto tra pensiero e parola. Ma le cose non cambierebbero neppure se si riuscisse a dimostrare che là nella mente sia il pensiero e qui nella parola il significato. È come voler intervenire nel rapporto tra gli occhi e il vedere, o separare lo sguardo dal guardare, con la presunzione di volergli far vedere secondo determinate regole ciò che esso già vede in quanto ha in sé le sue regole.

Esistono ponderosi volumi di semantica, architettati in maniera da imporsi soltanto con la loro mole dialettica ed eruditica, e sembrerebbe presunzione il nostro voler così semplicemente, senza sistematica analisi, far crollare il senso di una simile impresa dottrinaria. Ma, come si diceva nelle prime pagine di questo libro, ha poco senso confutare una dialettica scaturita dall'identificazione del processo dialettico con la propria mediazione riflessiva, la quale viene assunta come fondamento, da un pensiero divenuto incapace di ravvisare il proprio fondamento, epperò di attingere alla sorgente del proprio movimento.

Se mediante astratti elementi normativi si volesse intervenire nel rapporto tra le gambe e il loro movimento, con la presunzione di insegnare il camminare, o di dare ad esso un senso, nessuno camminerebbe più: malgrado si potessero scrivere trattati sull'arte del camminare. Ciò per il fatto che le forze mediante cui si cammina sono di un ordine che non patisce intervento intellettuale, o alterazione della sua immediatezza: la quale ha in sé una saggezza che il pensiero dialettico è lungi dal possedere, onde le gambe funzionano tanto meglio, quanto maggiore autonomia venga assicurata a quella immediatezza. Nel caso che un esercizio ginnastico od euritmico si renda necessario, esso non può che fare appello a tale immediatezza: non può essere l'intervento di un processo intellettuale nel movimento, bensì un uso speciale del movimento, secondo regole tratte dall'esperienza della sua immediatezza: in sé intoccabile.

Analogamente l'immediatezza del rapporto tra pensiero e parola è tale che dall'esterno nessun pensiero pensato può sostituire la saggezza del rapporto che il pensare reca nativamente in sé nel suo darsi l'immediata forma della parola. In realtà il pensiero in quanto già legato a una forma discorsiva esprime un ordine inferiore a quello immediato, ancora non legato ad alcuna forma.

Un problema del significato non esiste fuori del campo strettamente morfologico-sintattico, per il fatto che il significato tutte le volte che si da' è un ente compiuto dall'interno, secondo una forma unicamente giustificata da ciò da cui nasce. Non può essere giustificata dal di fuori, o nascere per un processo che le sia esterno e che, in quanto si pone esso stesso come contenuto, implica la propria forma, il proprio significato. Una variazione di forma è possibile solo dall'interno: una sovrapposizione di significato non ha senso.

Il significato è il determinarsi di un contenuto di pensiero in relazione all'assunzione della propria forma discorsiva o all'intuizione di un'altrui. La determinazione, che attinga a una regola, viene inevitabilmente arrestata nel suo processo: comunque, non può che averla esteriore al proprio contenuto, quale modalità morfologica subordinata ad esso, come al suo proprio senso. Non c'è chi non veda la limitata utilità della regola, quando il significato è già forma del pensiero: la cui espressione tende a definirsi soltanto a questo punto secondo norme formali.

La determinazione non può attingere ad alcuna regola senza rinunciare alla propria identità, ossia ad essere la mediazione del contenuto da cui muove. Dovrebbe essere altra da sé, trapassare ad altra incarnazione di sé, ossia essere la determinazione che si anniehta nel suo farsi forma di un'altra determinazione: ciò che neppure potrebbe senza ulteriore suo auto-movimento, ossia senza richiedere a sé il proprio contenuto. Perciò sin dall'inizio di questo capitolo si è parlato di un «processo impossibile». Il costituirsi di una teoretica del significato è il tentativo di interrompere la possibilità che il significato esista. Esso non può venir codificato dall'esterno, perché nasce dallo spirito, dalla cui attività soltanto può, una volta espresso, essere riconosciuto.

("La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 6.1, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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