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(da appunti di Nereo Villa dal 1970 ad oggi, alcuni dei quali prelevati dagli studi di Francesco Giorgi e di Lucio Russo di ospi.it 

Le teorie avanzate dalle odierne neuroscienze testimoniano in abbondanza degli equivoci che possono insorgere quando si affrontano le indagini muniti dei soliti pregiudizi materialistici. 

È in questo modo che,  di generazione in generazione, i neo-prodi-baroni-di-Münchhausen da secoli riescono a sostenersi per aria attaccati al loro codino: Marx si rifaceva agli scritti di Feuerbach, così come Feuerbach si rifaceva a quelli di Lichtemberg, il quale poneva così il problema: cos'è che viene prima, lo spirito o il corpo?

Come risposta a questa domanda, egli stabiliva che lo spirito era un prodotto dell'evoluzione del corpo.

Da notare che, solo qualche decennio prima Cabanis era arrivato a sostenere: "Il cervello secerne pensieri come il fegato secerne la bile, e le ghiandole salivari la saliva."

Lo stile del prode Münchhausen continuò poi con Lange, che scriverà: "I sensi ci danno gli effetti delle cose, di questi semplici effetti fanno però anche parte i sensi stessi, compreso il cervello".

Tutte queste "neuroscienziaggini", non avvertendo l'errore di mettere vino nuovo (l'io) in otri vecchi (obbedienza dell'io) procedevano brancolando nel buio e terrificando tutti come zombi nei films di terrore...

La teoria di Marx, in contraddizione con la sua pretesa di costituire un sistema scientifico, era divenuta La Religione secolare radicata nel fanatico millenarismo del Medioevo e del XVI secolo, quando la setta degli anabattisti (Thomas Muntzer, Jan Mattys, Giovanni di Leida) era riuscita ad instaurare autocrazie comuniste (a Mublausen nel 1525 e a Munster nel 1534), in cui, proprio come nella Cambogia di Pol Pot, venivano decretate: l'abolizione integrale della proprietà privata, il terrorismo contro i non credenti, la deportazione della popolazione, la pena di morte per le minime mancanze, il razionamento alimentare, la distruzione di libri, statue e dipinti sacri... Non è un caso se quasi tutti gli intellettuali marxisti, da Friedrich Engels a Ernst Bloch furono entusiastici ammiratori delle sette anabattistiche, edificatrici di "profetocrazie" in cui regnarono la diffusione del terrore, l'annientamento delle libertà individuali, il controllo autoritativo in ogni aspetto pubblico o privato, spirituale e materiale, ed il potere di vita e di morte su tutti gli individui.

Le cose non sono cambiate.

Si sono solamente truccate (come fanno le "troike") e nascoste, operando nell'ombra di nuove credenze che sono, appunto, spaventose neuroscienziaggini.

Le neuroscienze credono, ad esempio, che i neuroni servano alla scimmia per muoversi, e non solo per vedere il proprio movimento.

Credendo che il movimento dipenda dai nervi (che chiamano “nervi motori”) si meravigliano poi quando sono costretti a scoprire che tali “nervi motori” funzionino da “specchio”.

Si sorprendono perché non sanno che i cosiddetti nervi motori non esistono e che il sistema nervoso non ha a che fare col movimento, ma solo con la consapevolezza del movimento (propriocezione), costituendo appunto uno “specchio” in cui il movimento (proprio o altrui) non fa che riflettersi.

Prendendo l’idea da “Il Sole 24ore” che tempo fa, ospitando nel suo supplemento domenicale una rubrica intitolata "Scienziaggini" a proposito di tali risultati, chiamo perciò “neuroscienziaggini” i risultati conseguiti finora dalle neuroscienze: neuroscienziaggini della superstizione materialistica e/o neuroscienziaggini del monoideismo neurologico.

Steven Pinker, direttore del Centro delle neuroscienze cognitive al Massachusetts Institute of technology scriveva, ad esempio, in un settimanale internazionale del 12 giugno 1998: “il libero arbitrio non è un concetto scientifico. Significa “causato da niente” e il punto di vista scientifico può solo cercare cause”. Se per Pinker il libero arbitrio non è un “concetto scientifico”, evidentemente i suoi concetti scientifici sono esenti dal libero arbitrio in quanto costretti da una scienza “rigorosamente oggettiva”. Anche questa è una neuroscienziaggine perché “se si pretende che una scienza «rigorosamente oggettiva» faccia scaturire il suo contenuto soltanto dall'osservazione, si deve pure pretendere che rinunzi completamente al pensare, dato che il pensare per sua natura va sempre al di là dell'osservato” (Rudolf Steiner, “La filosofia della libertà”, 4° cap.).

Se con un dito io premo un tasto del mio pianoforte, produco un suono. Il “punto di vista scientifico” di Pinker, potendo “solo cercare cause”, direbbe che il mio dito è la causa del movimento del tasto e che il movimento del tasto è la causa del prodursi del suono. Non direbbe che sono io la causa prima di quel suono in quanto l’io non è per Pinker un concetto scientifico essendo impercepibile o percepibile solo sovrasensibilmente, esattamente come il libero arbitrio…

Ho chiamato spesse volte questo modo di pensare “logica del grilletto”, che riassumo così: se io ti sparo un colpo di mortaio in testa e te la spappolo, la colpa è del dito che preme il grilletto, non mia!

A Pinker interessa affermare che il movimento del grilletto premuto dal dito è la causa dello spappolarsi di quella testa, ma la causa prima del movimento del grilletto o del dito, in quanto “niente”, non lo interessa e non lo riguarda?

Come si vede, il punto di vista adottato da Pinker (cosciente, ma non autocosciente) cercherebbe in tale evenienza la causa del suono o del colpo di mortaio, ma non la causa della causa, cioè la causa prima. E perché? Per la semplice ragione che per lui solo ciò che è percepibile materialmente si presta a essere accertato in modo scientifico-naturale, mentre la causa prima (l’io del pianista o del criminale), essendo invisibile, è fuori dalla sua portata, dato che può essere accertata solo in modo scientifico-spirituale.

È certamente vero che “il punto di vista scientifico può solo cercare cause”, ma nel caso di Pinker (e di tutta la scienza affetta dal materialismo) ci troviamo in presenza di “un” punto di vista che cerca solo alcune cause e non altre o, per essere più precisi, solo quelle cause che si prestano a essere rilevate dai sensi (fisici) e dall’intelletto (a questi collegato).

Asserire che “il libero arbitrio non è un concetto scientifico”, e non che “il libero arbitrio non è un concetto scientifico-naturale”, e che significa “causato da niente”, e non “causato dallo spirito (o dall’io)”, che significa in ultima analisi? Significa spacciare un punto di vista relativo per un punto di vista assoluto.

In verità il “niente” di cui parla Pinker è il “tutto” (l’io, lo spirito o l’essenziale) che si presenta “in nero” a quanti l’osservano dal punto di vista sensibile: null’altro, perciò, che il frutto (proiettivo) della loro cecità spirituale, che poi viene da loro chiamata “onestà intellettuale”!

Si è certo liberi di farlo, ma non ci si stupisca poi se qualcuno, delle conclusioni cui si perviene procedendo in quel modo, parli appunto di vere e proprie "scienziaggini".

Altro esempio di neuroscienziato di scienziaggini: in relazione al viaggio compiuto dallo stimolo sensoriale per arrivare al cervello, Boncinelli scrive "Il nostro cervello ha ricevuto il messaggio. Può allora decidere di agire subito o di soprassedere e riflettere sul daffarsi. Se prende la seconda decisione il segnale comincerà a vagare in maniera apparentemente erratica per la corteccia cerebrale, passando per aree corticali che non sono né puramente ricettive né puramente motorie, ma piuttosto associative e che costituiscono la parte più cospicua della corteccia stessa (…) Alla fine verrà comunque presa una decisione e si passerà all’azione" (E. Boncinelli, “Il cervello, la mente e l’anima”, Ed. Mondadori, Milano 2000, pp.82-83). Per Bonincelli non è dunque l’individuo a pensare e ad agire, bensì il cervello, e non si può neanche dire che è il "suo" cervello, perché ogni "possessivo" presuppone un "possessore", e l’io che dovrebbe possederlo, l’io di Boncinelli, è da escludere, in quanto l’io, quale realtà in sé, per lui non esiste…

I neuroscienziati delle scienziaggini abbondano: nel seguente esempio è raggiunto l’apice dell’AUTOINCOSCIENZA, dato che si arriva a dire che “il cervello conosce se stesso” (M. Jouvet, “La natura del sogno”, Ed. Theoria, Roma-Napoli 1991), così anziché risolvere il problema dell’autocoscienza, lo si sposta, lo si “rimuove”. Chi è infatti a sapere che è il cervello a conoscere se stesso? Anziché dire (come sarebbe stato corretto): "Io penso che il cervello pensa se stesso", il neuroscienziato delle scienziaggini dice: "Il cervello pensa se stesso", rimuovendo in tal modo l’“io penso” e quindi, in senso lato, l’“io sono”. Ma è anticristianesimo questo!

Sentite quest’altro neuroscienziato direttore dell’istituto di ricerca sul cervello dell’Università di Brema e rettore dello Hanse-Wissenschaftskolleg di Delmenhorst: “Nonostante tutta la sua importanza funzionale, l’io cosciente non esercita un ruolo decisivo sulle azioni che considera prodotte autonomamente, ma ha solo un compito consultivo. In questo senso il “libero arbitrio” non è la suprema istanza che controlla la nostra condotta” (Gerhard Roth, primo numero (gennaio-febbraio 2003) di mente & cervello (“rivista di psicologia e neuroscienze” affiancata al mensile Le scienze).

Anche in questo caso, ci si dovrebbe tuttavia domandare: queste parole sono state scritte liberamente da Roth, o gli sono state dettate (quasi medianicamente) dalle aree della sua “corteccia cosciente” che sono influenzate dai “centri sottocorticali” pilotati, a loro volta, dal sistema limbico? Mentre è infatti plausibile (e umano) che il soggetto (l’io), per scrivere qualcosa, debba “controllare il suo cervello” (cfr. J. Eccles, “Come l’io controlla il suo cervello”, Ed. Rizzoli, Milano 1994), e mettere perciò in movimento (seppure inavvertitamente) tutta una serie di processi (fisici, chimici e fisiologici), è viceversa ben poco plausibile (e ben poco umano) che sia il sistema limbico a prendere (non si sa perché) una simile iniziativa, e a portarla a termine - come detto - pilotando i centri sottocorticali e influenzando, mediante questi, la corteccia cosciente.

La singolare sensazione di questi neuroscienziati di non godere del “libero arbitrio”, di disporre di un io che “non esercita un ruolo decisivo”, e di non essere quindi i veri soggetti delle loro azioni, è un sintomo della neuroscienziaggine che avvolge attualmente il pianeta.

Credo che questo avvenga perché si ha paura del libero pensare e soprattutto dell’affermarsi dell’io, risorgivo ed INCONTROVERTIBILE, grazie alle sue forze naturali e soprannaturali, materiali e immateriali.

Sostanzialmente si ha paura del pensare nonostante perfino l’antimateria della fisica materialistica ne dimostri l’esistenza.

Oggi, alla rimozione della coscienza dello spirito, sta facendo infatti seguito la rimozione - patrocinata dalla psicologia e dalle neuroscienze - della coscienza dell’anima, affinché si affermi la nuova religione di coloro che chiamano i nuovi faraoni “Padri” e “Santi Padri” (vedi la pagina “Poker papolatrico”). C'è sostanzialmente bisogno dell'uomo idiota che accetti il monopolio dei soldi creati dal nulla.

Senza l'"idiotizzazione" dell'uomo, senza persuaderlo ad essere scientificamente felice nell'essere suddito stordito, il grande regno della quantità o dei "quanti" non potrebbe generare i nuovi credenti né nuove divinità da adorare come al tempo di Iside...

Oggi è quindi il tempo di predicare: "La verità vi farà liberi, e la menzogna, credenti"!

La Montalcini era certa che le scienze cognitive, insieme alle neuroscienze, non avrebbero tardato a “decifrare l’essenza della specie umana”. Ma di che cosa si occupano le scienze cognitive? Delle “rappresentazioni mentali”, considerandole (a seconda dei diversi orientamenti) “riproduzioni” (dell’ambiente esterno), “codici mentali” o “caratterizzazioni astratte”, e non dunque dei “frutti” (come si spiega ne “La filosofia della libertà”) dell’incontro e dell’unione, nell’anima, del percetto (contenuto della percezione, attinto mediante il corpo) col concetto (contenuto del pensiero, attinto mediante lo spirito).

Eppure, come l’acqua nasce dall’unione di idrogeno e ossigeno, o come i colori nascono dall’unione di luce e tenebra (Goethe), così la rappresentazione nasce dall’unione di concetto e percetto.

Come posso però attendermi che neuroscienziati decifrino “l’essenza della specie umana” se non sono riusciti finora a decifrare nemmeno l’essenza della rappresentazione, che è la loro stessa materia d’indagine?

Si prenda il libro “Il cervello e le sue meraviglie” (Rizzoli, Milano 1987). Ne sono autori Robert Ornstein e Richard F. Thompson (entrambi docenti alla Stanford University rispettivamente di biologia umana e di psicologia). Alla pagina 12 si legge: “Il cervello è diviso in due metà, o emisferi, ciascuno dei quali controlla il lato opposto del corpo. Gli emisferi sono connessi fra loro da una banda formata da circa trecento milioni di fibre nervose, detta corpo calloso. Ciascun emisfero è coperto da uno strato di cellule nervose pieghettato in modo molto complesso, dello spessore di tre millimetri, chiamato corteccia cerebrale. La corteccia apparve per la prima volta nei nostri progenitori circa duecento milioni di anni fa, ed è ciò che ci dà la nostra peculiare qualità umana”.

Certamente è osservabile che il cervello è diviso in due emisferi e che ciascuno di questi è coperto dalla corteccia cerebrale. Ma come è possibile osservare che a darci “la nostra peculiare qualità umana” sia la corteccia cerebrale?

E se fosse vero il contrario, e cioè che è l’essere umano a dare alla corteccia la sua peculiare qualità?

Più avanti si legge che è grazie alla corteccia che “siamo in grado di organizzare, di ricordare, di comunicare, di capire, di apprezzare e di creare”, ma non si legge che, grazie alla corteccia, siamo in grado, NON di fare tutte queste cose, bensì di AVERE LA CONSAPEVOLEZZA di farle.

Evidentemente costoro non lo sospettano nemmeno. Né rispondono minimamente alla questione “consapevolezza”.

Perché?

Perché per poter rispondere a questi interrogativi ci si deve servire, non del microscopio, della PET (positron emitting tomography) o di qualche altro sofisticato marchingegno, ma del pensare.

Sembra proprio che il pensare di costoro, a furia di trafficare con l’infinitamente piccolo, si è reso “infinitamente piccolo” anch’esso. Oppure (il che è lo stesso) si reputa “grandiosa” l’idea che tutto quanto pensa, sente, e vuole l’essere umano, lo pensa, lo sente, e lo vuole il cervello…

Costoro non hanno dubbi: è il cervello, e non l’uomo (l’io), a fare tutto.

Immagina ora un uomo primitivo che si trovi di fronte ad una radio che sta trasmettendo un discorso. Cos’è più probabile che creda? Che quella  sconosciuta e inquietante catoletta parlante stia TRASMETTENDO il parlare di un suo simile o che sia semplicemente essa a parlare? Crederà ovviamente la seconda cosa, e ne sarà ancora più convinto quando constaterà, dopo averla colpita con una pietra, che quella scatoletta non parla più.

La “logica” che porta il primitivo a credere che sia la radio a parlare non è molto diversa da quella che porta gli odierni neuroscienziati a credere che sia il cervello a fare tutto quello che ci raccontano Ornstein, Thompson e Boncinelli.

Chi non è più capace di pensare e penetrare nel mondo delle idee, anziché indagare la vita del pensiero, indaga, come fanno le odierne neuroscienze, quella del cervello.

Se ieri, la “Scientia Scientiarum” era la filosofia, oggi lo è una pseudo gnoseologia, o una “gnoseologia” a metà, che essendo solo teoretica perché incapace di essere sperimentale, non è altro che “cefalocentrismo”.

Il cefalocentrismo oggi imperante è la convinzione che il pensare, il sentire, il volere e tutto l’uomo risiedano tutti nel cervello, cioè nel corpo: “prima di tutto noi siamo corpo […] non c’è pensiero senza esperienza corporea […] le neuroscienze negli ultimi anni ci hanno consentito di tracciare una biologia dei sentimenti” (Antonio Damasio, direttore del dipartimento di Neurologia al Medical Center dell’Università dello Iowa, in “L’espresso” del 21 agosto 2003), perciò siamo in grado di dire non solo “come si generano, che tracciati cerebrali seguono, e quali aree coinvolgono” (ibid.), ma “possiamo persino avventurarci a spiegare di che materia sono fatti” (ibid.).

Dal cefalocentrismo proviene l’islamizzazione dell’identità e della cultura europea. Soprattutto nel campo delle neuroscienze e in quello della cibernetica, si presentano sintomi, non tanto d’islamizzazione religiosa, quanto di arabizzazione filosofica. Si prenda come esempio Pierre Lévy che, nel suo “L’intelligenza collettiva - per un’antropologia del cyberspazio” (Feltrinelli, Milano 1999), che dedica un intero capitolo (intitolato: “Coreografia dei corpi angelici - Ateologia dell’intelligenza collettiva”) ai rapporti tra la filosofia araba e la cibernetica. Partendo dalla convinzione di Avicenna che vi sia un solo intelletto “agente” per tutti gli uomini, e che la coscienza dell’io (o autocoscienza) sia solo un fenomeno accidentale (dovuto al contingente inerire dell’intelletto “collettivo” al corpo “individuale”), arriva a proporre la sostituzione di tale intelletto (detto pure “spazio angelico” o “regno dei cieli”) con la “rete” o col “cyberspazio”, in qualità di “cervello collettivo” o “ipercorteccia” (p.113). “In questa versione trasformata - scrive Lévy - il mondo angelico o celeste diviene la regione dei mondi virtuali attraverso i quali gli esseri umani si costituiscono in intelletti collettivi. L’intelletto agente diventa l’espressione, lo spazio di comunicazione, di navigazione e negoziazione dei membri di un intellettuale collettivo. Così non abbiamo più a che fare con un discorso teologico ma con un dispositivo indissolubilmente tecnologico, semiotico e socio-organizzativo […] Invece di emettere verso gli uomini la luce intellettuale che procede da Dio attraverso i cieli e gli angeli superiori, il mondo virtuale, che assolve al ruolo dell’intelletto agente, riflette i bagliori emanati dalle comunità umane  […] Tutto quello che nel discorso teologico procedeva dall’alto in basso deve essere tradotto nel dispositivo tecnico-sociale, come uno zampillio dal basso verso l’alto” (pp.106,108-109). 

Cosa sta dunque accadendo?

Sta accadendo che alla soggezione islamica alla “volontà teologica”, va sempre più sostituendosi la soggezione occidentale ed europea all’“intelletto tecnologico”. Lo spazio dell’intelligenza umana (individuale) - dichiara appunto Lévy - “è la dispersione. Il suo tempo, l’eclissi. Il suo sapere, il frammento. L’intellettuale collettivo ne realizza la riunificazione. Costruisce un pensiero transpersonale e continuo. Una cogitazione anonima, ma perpetuamente viva, alimentata da mille fonti, metamorfica” (p.115).

È poi sintomatico che tale cogitazione venga detta “anonima”, dato che è proprio in questo modo che all’avversione dell’Islam all’io, sul piano della volontà, viene a corrispondere l’avversione delle neuroscienze e della cibenetica all’io, sul piano del pensiero.

Se davvero si fosse voluto in questi ultimi decenni che all’aumento di potenza dell’identità islamica fosse corrisposto un aumento di potenza della identità cristiana (ovviamente per un “incontro” e non per uno “scontro” di civiltà), altro non si sarebbe dovuto fare, allora, che sollevarsi dal piano del pensiero “debole”, riflesso o “rappresentativo” a quello del pensiero “forte”, vivente o “immaginativo”: cioè a quel piano che, là, dove si fosse fatto tesoro della lezione di Goethe e, a maggior ragione, di quella di Steiner, ci avrebbe già permesso di vivere in un mondo diverso.

Dunque il dualismo cui le neuroscienziaggini vorrebbero porre rimedio non è quello classico tra l’anima e il corpo, ma quello tutto materialistico tra una concezione (meccanicistica) che fa nascere il pensare, il sentire e il volere dal cervello, e perciò da una parte del corpo, e un’altra (misticheggiante) che li fa invece nascere dal corpo intero.

Dice infatti Damasio: “Le neuroscienze fino ad oggi hanno spiegato i meccanismi della memoria, della visione, dell’apprendimento, e molti altri, ma hanno sempre fermato il loro campo d’indagine sulla soglia del sentimento. Dall’altra parte molta psicologia pensa che i neurologi siano troppo riduttivi per comprendere con i loro strumenti questo misterioso reame. No, ad entrambi. Nel libro scrivo chiaramente che i sentimenti sono l’espressione dell’umana vitalità e dell’umana angoscia così come si manifestano nella mente e nel corpo” (A. Damasio, “Alla ricerca di Spinoza”, Ed.  Adelphi, Milano 2003).

I nuovi primitivi, scimmioni intelligenti delle neuroscienze, sono poi costretti ad affermare che da un lato “l’evoluzione culturale è in notevole misura evoluzione della tecnologia” (E. Boncinelli - G. Giorello, “Lo scimmione intelligente. Dio, natura e libertà”, Ed. Rizzoli, Milano 2009, p. 46) e dall’altro che “la storia ci dimostra che mentre progredire tecnicamente e materialmente è stato facile e anche abbastanza spedito, progredire moralmente e spiritualmente è molto difficile, se non impossibile” (ibid., pp. 50/51).

Sarà però sempre più difficile l’evoluzione umana se si continueranno a spegnere materialisticamente “i lumi della ragione” e a riporre fede nel cefalocentrismo delle odierne neuroscienze.

Come potrebbero, del resto, non perdere contatto con la propria umanità scimmioni intelligenti ai quali il materialismo delle neuroscienziaggini insegna che esiste perfino un cervello “emotivo” (cfr. Daniel Goleman, “Intelligenza emotiva”, Ed. Rizzoli, Milano 1996)? Questa è talmente pazzesca che fa ridere, dato che mi sembra una battuta di Crozza!

Solo i vivi possono conoscere i morti. Eppure la cultura dell’obbligo di Stato non solo non aiuta più il soggetto conoscente a riconoscersi come un essere vivo, ma lo spinge a identificarsi col morto cervello delle neuroscienze.

Scrive il compianto Volpi che per il fatto che “la tecno-scienza sfonda sempre più massicciamente l’orizzonte dell’antropologia tradizionale [...] ci troviamo in una sorta di “crisi antropologica” in cui difetta un’idea condivisa di umanità, adeguata ai problemi posti dalla tecno-scienza” (F. Volpi, “Il nichilismo”, Ed. Laterza, Roma-Bari 2004, p.155).

In merito a questo tipo di subumanesimo ecco il parere del matematico Giorgio Israel “I campioni di tale punto di vista sono numerosi soprattutto nel campo della genetica e delle neuroscienze. Per loro, tutto è frutto del caso e quindi anche le nostre idee sono prodotto di configurazioni contingenti del cervello. È una posizione che è stata sostenuta, fra gli altri, da Edoardo Boncinelli, per concluderne che ogni discorso sul senso non ha senso, e che nulla ha senso. Quel che appare evidente in queste posizioni è la classica contraddittorietà del pensiero ultra-relativista: se nulla ha senso, neppure questa affermazione lo ha, e quindi è futile. Ma non è soltanto futile dal punto di vista teoretico, bensì anche dal punto di vista pratico, giacché appare davvero singolare dedicare tanti sforzi della propria vita a confutare che la vita abbia senso: in altri termini si cade nel bizzarro paradosso di dare come senso alla propria vita quello di dimostrare che non ne ha!” (Giorgio Israel, “Chi sono i nemici della scienza? Riflessioni su un disastro educativo e culturale e documenti di malascienza”, Ed. Lindau, Torino 2008, p. 174).

Facendo miei due pareri, uno dell’esoterista Arturo Reghini del secolo passato, e l’altro dello studioso di antroposofia Lucio Russo, ho creato la seguente similitudine. Come il vero scienziato non dovrebbe confondere il ritmo dell’aritmetica con la misura della convenzione, e risalire giuridicamente dalla legge all’epicheia, così il vero filosofo non dovrebbe confondere (a differenza di quanto fanno le odierne neuroscienze) la luna con la luna riflessa, per risalire, muovendo dalla luna riflessa, alla luna reale…

Nereo Villa
Castell’Arquato, 8 maggio 2014

 

(vedi anche «Del "Bit-Bang"»)

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