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L'UNIONE EUROPEA È UNA FARSA
(Ida Magli in "Italianiliberi" del 01/05/2014)

(NereoVillaOpere)

Renzi “sfida l’Europa”, come afferma il Corriere della Sera, gridando ai quattro venti che l’Italia terrà fede ai parametri di Maastricht.

Se non fosse che tali affermazioni riguardano sessanta milioni di cittadini italiani troveremmo paradossale o addirittura grottesca la situazione in cui si muove il capo del governo e le leggi che promette di mettere in atto entro i prossimi mesi. Sembra, infatti, che Renzi e tutti i politici insieme a lui, si siano dimenticati che la Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge con la quale l’attuale Parlamento è stato eletto. Di che cosa parla, dunque, Renzi? Riformare la Costituzione mentre si è fuori dalla Costituzione? È così sproporzionato alla realtà il suo vagheggiare: ad aprile questo, a maggio quest’altro, che si finisce col lasciarsi trasportare nel mondo surreale dei suoi sogni.

È atrocemente squallido invece, e tuttavia altrettanto paradossale, l’affannarsi di tutti i politici per convincere gli italiani a votarli alle prossime elezioni europee, assicurandoli che combatteranno così contro l’euro, contro i tanto odiati burocrati di Bruxelles.

Poveri italiani!

Non si rendono conto che a coloro che perseguono la mondializzazione distruggendo i singoli Stati, ai veri unici Capi di cui non conosciamo il nome, l’unica cosa che serve è che i cittadini votino, riconoscendo così la validità dell’Unione europea.

Non ha alcuna importanza a quale scopo votino: il “parlamento europeo” è una finzione visto che l’Unione europea non è uno Stato. Serve a fornire ricchissime poltrone ai politici, ma il trattato di Lisbona ha certificato l’impossibilità dell’Ue di diventare uno Stato. Soltanto uno Stato, ovviamente, può godere di un “parlamento”, tanto che perfino i costruttori dell’Unione europea non hanno riconosciuto al parlamento un’autonoma capacità di fare leggi. Siamo dunque, anche in Europa, nel mondo surreale di cui parlavamo a proposito di Renzi il quale infatti assicura, navigando a vele spiegate nel suo Superuranio, che si vedrà di che cosa l’Italia è capace quando assumerà con il prossimo semestre la guida dell’Europa.

In Italia, però, i politici somigliano tutti a dei piccoli e forse meno simpatici “renzi”. Mantenere la finzione rappresenta la parte più cospicua della loro attività. L’impero europeo deve continuare a esistere, o meglio a fingere di esistere agli occhi dei poveri cittadini che del trattato di Lisbona così come dei parametri di Maastricht non sanno nulla. La bandiera europea, che il trattato obbliga ad esporre soltanto nel giorno della festa dell’Europa, in Italia affianca sempre i governanti e sventola perfino sulla caserma del Comando generale dei Carabinieri, non si sa in base a quale precetto. Roma sembra la succursale di Bruxelles o di Strasburgo: è tutto uno sventolio di bandiere celesti piene di stelle che fingono l’esistenza di un Impero immaginario. Dato che non è uno Stato ma semplicemente un’organizzazione internazionale, l’Ue non può concedere nessuna cittadinanza, concessione che pertanto è illegittima; è illegittima la costituzione di una Banca estranea agli Stati come la Bce (che infatti appartiene per la sua massima parte ad azionisti privati) ed è illegittima, e dunque invalida, la cessione della sovranità monetaria ad una banca privata che i governanti italiani hanno fatto in nome dell’articolo 11 della Costituzione.

E i famosi parametri di Maastricht, quelli per i quali ci siamo svenati fin dall’inizio quando i cari Prodi, Ciampi, Amato ci esortavano a soffrire pur di poter entrare nell’eldorado dell’euro? Ebbene di quei parametri è stato detto di tutto. Ci si sono messi i maggiori economisti, banchieri, Premi Nobel d’Europa e d’America, a definirli: arbitrari, cervellotici, bislacchi, perfino “stupidi” (parola di Prodi, il quale non si vergogna mai di se stesso), ma Renzi insiste: “Dimostreremo che siamo capaci di tenervi fede”. Surreale, grottesca, folle? Non si trovano parole per descrivere la situazione di degrado logico, di straripamento da qualsiasi regola di ordine politico e sociale, di abbandono di ogni principio di realtà nel quale nuotano ormai senza sapere dove vanno politici, giornalisti, intellettuali. Esaltano l’Europa gridando: “Credo perché è assurdo”.

È indispensabile che almeno quei gruppi di cittadini che criticano le istituzioni europee, che vogliono la riappropriazione della sovranità sulla moneta e su tutto l’ambito che riguarda la Nazione e il suo territorio, non vadano a votare alle elezioni europee e convincano il maggior numero possibile di cittadini a non andarvi a causa della loro illegittimità. Bisogna che piuttosto si uniscano in un solo partito per ottenere al più presto il ritorno alla legalità con nuove elezioni e imporre nel parlamento italiano l’uscita dall’euro e dalle normative europee.

 

***

 

Nota di Nereo Villa: su quest'ultimo (e solo su questo) ragionamento di Ida Magli devo però dissentire:

perché si parla di riappropriazione, e ciò presume una precedente proprietà (soprattutto sulla lira) che in realtà NON È MAI ESISTITA;

perché uscire dall'euro è inutile se non si esce, cioè se non ci libera precedentemente dal monopolio di emissione dei soldi (siano essi euro, o nuova lira, o conchiglie marine);

perché predicare di non votare e contemporaneamente di creare un ennesimo partito da... votare, è antilogico.

L'unica idea veramente sociale che ho trovato nella mia vita è quella quella della triarticolazione sociale in quanto valida su tre piani: economico, giuridico, e culturale, ognuno dei quali completa l'altro, in modo che l'uno non esiste senza l'altro. Invece lo Stato italiano coi suoi partiti, creduto ingiustamente uno Stato di diritto, è plenipotenziario (centralista) e monopolista, pertanto non è uno Stato in cui esista cosa pubblica (o "res publica") ma solo "res nostra": cosa nostra! Tutti oramai sanno che in quanto mafioso, lo Stato assistenziale non può esistere senza il mercato protetto e, che gli oligopoli non resistono senza uno Stato plenipotenziario, accentratore e autoritario.

Il dissesto dello Stato italiano non è cominciato ieri, ed è responsabilità specifica di coloro che hanno instaurato il monopolio dell'emissione dei soldi senza avvedersi che il tempo dell'impero era finito e che quindi sarebbe subentrata la democrazia, in base alla quale ognuno dovrebbe avere il diritto di emettere la moneta che desidera.

La crisi dello Stato che stiamo vivendo in Italia segna la cesura fra questo tipo di Stato mafioso e lo Stato di diritto verso il quale tendono le forze del cambiamento. Tre sono le fasi di vita di questo moloch chiamato Stato, sorto in Europa fra il XVII e il XVIII secolo (vedi la figure A, B e C della tendenze storiche causate dalla fine deel mito pianificatore e di quello legislativo):

 

 

dallo Stato plenipotenziario di tipo socialista si passa allo Stato plenipotenziario di tipo occidentale (è il caso dell'Italia, che però ha ancora alcune caratteristiche socialiste) per poi passare allo Stato di diritto, che dovrebbe equivalere ad 1/3 rispetto a ciò che era prima.

 

 

L'economia, nei primi due casi (figure A e B), fu incanalata e gestita dallo Stato anche se in maniera diversa. Nel terzo caso (figura C) sarà autogestita.

Lo Stato plenipotenziario socialista, nel quale vivevano intatti sia il mito pianificatore sia il mito legislativo, agiva - e agisce ancora - sul Paese attraverso il controllo totale dell'economia, delle leggi e della cultura. Non essendoci concorrenza fra pubblico e privato non c'è neppure un sistema elettorale concorrenziale; il sistema elettorale debole da' vita a un parlamento che non è espressione della libera volontà del Paese.

Attraverso questo sistema elettorale, il Paese non può interagire, né cambiare le regole dello Stato per cui lo Stato plenipotenziario socialista è uno Stato "non democratico e oppressore".

Lo Stato plenipotenziario di tipo occidentale, che abbiamo davanti agli occhi in Italia, a differenza di quello socialista, non ha più il mito pianificatore, che è sostituito dalla concorrenza fra economia di Stato (economia politica) ed economia privata. Anche il elettorale diventa un po' più concorrenziale e democratico, e attraverso il parlamento - che dovrebbe essere, ma che ancora non è, libera espressione della volontà democratica - il Paese sembra interagire, modificando lo Stato nazionale e le sue regole. Ma ciò che sembra ancora non è, a causa dei monopoli pubblici e di quelli privati.

 

 

Uno Stato di monopoli non ha, per forza di cose, una legge antitrust, oppure ha una legge-farsa, per limitare le posizioni economiche dominanti; la sua economia è poco liberale e meno florida del prevedibile, anzi genera pian piano carestia ovunque.

Inutile precisare che l'Italia è un Paese di questo tipo, con i monopoli e con una legge antitrust da barzelletta.

Lo Stato di diritto è teoricamente ma non realmente di diritto, ed è tecnicamente democratico perché sembra rendere possibile la concorrenza. Però è sempre uno Stato che può ugualmente vessare il popolo con scelte oppressive a sostegno dello "status quo" monopolistico.

Per limitare questi rischi, e consentire alla macchina dello Stato di restare al passo con le esigenze dell'apparato produttivo, la Costituzione aveva previsto l'istituto del referendum per l'abrogazione di leggi. Strumento, oltre che insufficiente, progressivamente neutralizzato dalla classe politica nostalgica dello Stato plenipotenziario socialista che si è comportata come il manovratore di un tram che non vuol essere disturbato dai viaggiatori: tutte le leggi e gli istituti abrogati dal popolo con referendum sono stati reintrodotti dal parlamento.

Lo Stato di diritto reale (quello che dovrebbe esserci ma che non c'è) deve rinunciare, oltre che al mito pianificatore ed al mito legislativo, anche al monopolio di emissione monetaria che concesse alle banche emittenti, e mediante il quale esse si fanno proprietarie di tutto e di tutti, in quanto generano schiavitù. IL PASSAGGIO DAL DIRITTO DI STATO PLENIPOTENZIARIO O MAFIOSO ALLO STATO DI DIRITTO PASSA ATTRAVERSO L'INDIVIDUALITà DI OGNI SOCIO EFFETTIVO DELL'ORGANISMO SOCIALE.

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