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(Massimo Scaligero)

Una filosofia che avesse risposto alla sua originaria missione, avrebbe dovuto tra l'altro giungere, come a uno dei suoi particolari compiti, alla riflessione sul linguaggio della scienza moderna. Nel tradizionale filosofare c'è stata sempre una filosofia del linguaggio come una sua speciale e subordinata espressione. Il filosofare è stato sino a ieri un riflettere sulle attività umane, sulle opere compiute e da compiere, per identificarne le leggi ideali e trasformarle in impulsi ulteriori di cultura.
L'attuale filosofia analitica e la correlativa scienza linguistica non sono l'attività della filosofia che, continuando a tenere le fila della conoscenza, acquisisce tra l'altro consapevolezza delle nuove prospettive della scienza, ma ciò che all'ormai inefficiente speculazione tende legittimamente a sostituirsi per via di sistemi deduttivi. I quali, tuttavia, non sono esenti di posizioni gnoseologiche e ontologiche, che vanno oltre lo schema inferenziale e di cui però i logisti non giungono a riconoscere il carattere speculativo. Talune contraddizioni vengono disinvoltamente superate con combinazioni di metodo deduttivo-induttivo e di speculazione, di cui si tace. Nell'elaborazione e nei reciproci confronti delle dottrine logico-deduttive, si assiste, riguardo ad argomenti come l'«oggetto ultimo», o la funzione della filosofia, o il senso dell'esperienza fisica, all'inconsapevole affiorare di posizioni «platoniche» o platoniche-aristoteliche, o di attitudini mistiche, dovuto a una rigorosità che investe la forma senza tener conto del pensiero e che dinanzi alle contraddizioni ricorre ogni volta a soluzione discorsiva, non ad atto di pensiero.

Contemplando il panorama della filosofia analitica, si avverte di essere dinanzi a una logica a compartimenti stagni, a una logica senza oggetto metafisico ma con oggetto fisico, a una logica senza oggetto fisico né metafisico, a una logica con oggetto fisico e metafisico: senza implicazioni gnoseologiche, o con implicazioni gnoseologiche: in cui la matematica afferra la linguistica e in cui l'analisi linguistica trapassa nella matematica: con vocazione filosofica, con vocazione antifilosofica. Per ogni situazione del sapere si escogita nuovo linguaggio logico, nuova analisi, con suture nuove, e se una forma logica non risponde a determinati problemi o situazioni, si ricorre a ulteriori forme, ci si appella a nuovi assiomi e, all'atto pratico, si utilizza l'empirismo logico più rispondente alla sollecitazione di urgenti situazioni di pensiero.

Leggendo i testi della ricerca logico-formale, si ha l'impressione di uno sfuggire, mediante il linguaggio teoretico-deduttivo, a una visione unitaria, a un pensiero sintetico che giustifichi le diverse analisi e la loro possibilità di stare logicamente insieme.

La realtà è che, se si esclude il complesso delle operazioni logiche necessario alla matematica, non esiste una logica che possa starsene sola, come pura teorica della forma. Pura forma non può darsi nella logica deduttiva, malgrado le sue presunzioni meta-ontologiche, essendo essa già forma della determinazione. Il suo formalismo la costringe alla determinazione del proprio oggetto, che essa come contenuto particolare esclude, sì, ma simultaneamente assume, anzi è obbligata ad assumere, per l'inevitabile sostanzialità della forma determinata, anche se libera di contenuto, legata alla fissità dell'obiettiva formulazione. Di pura forma si potrebbe legittimamente parlare solo nel caso del «pensiero puro», alla cui esperienza si fa riferimento nella seconda parte di questo libro, e nel caso della sua metodologia, la quale ha veramente come oggetto l'indeterminazione tratta dalla determinazione del pensiero.

Non può esistere una logica che si ponga come una scienza a sé, separata dalle altre forme della conoscenza: non tanto per ragioni del tipo del cosiddetto «paradosso dell'inferenza», quanto per il fatto che una simile scienza dovrebbe essere primamente una metodologia del logos, o scienza del concetto: proprio ciò da cui i logisti decisamente rifuggono.

Quel che invero da' da pensare è che una simile inconnessione di zone logiche si riscontra, come fatto esistenziale, nei logici tipici di questo tempo: i quali hanno anche specificamente una preparazione logica per sostenere posizioni e atteggiamenti personali o professionali, che, per contro, tra loro non hanno relazione logica: irrelazione, o sconnessione, che si manifesta nella loro incoerenza di vita, sempre logicamente giustificata. DOVE SI VEDE L'IMPOSSIBILITÀ CHE SIA EDUCATRICE DEL PENSIERO LA LOGICA DI CUI COSTORO SI ALIMENTANO. Che non è, certo, la logica formale, ma la logica che, risonando ormai generalmente da un abuso di essa, in ogni campo
della cultura, non ha più alcuna presa sulla realtà dell'uomo, se si esclude la sfera dei suoi interessi tecnico-meccanici.

Non obiettino i logisti che simili problemi non rientrano nell'ambito dei loro studi, essendo loro assunto trovare regole per l'esatta e necessaria deduzione. Tali problemi in realtà sono collegati al fatto logico, per l'unità inscindibile della parola con il pensiero e del pensiero con la volontà e della volontà e del pensiero con il sentimento umano: perciò con tutto l'esistere umano.

Quando nella forma del discorso si crede cogliere ciò che del pensiero ha valore obiettivo, lasciando ad altre scienze il compito di occuparsi di ciò che il pensiero vale come presunto fatto psichico e soggettivo, in sostanza si è riusciti a separare definitivamente il già inerte pensiero dalla sua forza di vita, si è fatto tutto ciò che oggi occorre perché il rapporto con la realtà, con le forze della natura e della storia, sia soltanto discorso, logismo: così che nessuna scienza abbia più rapporto con il proprio oggetto, che non sia formalismo logico. Onde al pensiero umano definitivamente sfuggono la sostanza e il senso della vita.

("Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 7.11, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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