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(Massimo Scaligero)

Il presupposto implicito all'impostazione logico-analitica è la persuasione del carattere soggettivo e psicologico del pensiero. Sembrano esservi serie difficoltà a supporre, per esempio, che il concetto del triangolo sia identico per tutte le menti e che non esistano diversi concetti del triangolo a seconda di quanti soggetti lo pensino. Questo è il limite della moderna logica formale.

Il pensiero come universale oggettivo, immanente al mentale umano, è visto dai logisti come un'ingenuità. È un modo di vedere in cui sono ravvisabili le premesse della situazione solipsistica, ossia del solipsismo involontario, non di quello a cui può deliberatamente condurre un estremismo idealistico. Esclusa con facilità la natura oggettiva del pensiero, e perciò la sua originaria immediatezza, i logisti non possono non volgere a ricuperare l'oggettività nel discorso, ossia nella mediazione formale: dimenticando, però, come si è mostrato, che anche in tal modo essi muovono dal pensiero e che stabiliscono valori formali con il pensiero non ancora formalizzato. Con ciò essi eludono il vero elemento di comunicazione e di correlazione delle varie esperienze della realtà. Il solipsismo involontario è per essi inevitabile, in senso strettamente psicologico.
Il problema del solipsismo, che non dovrebbe tuttavia preoccupare i logico-matematici, essendo escluso dalle premesse della loro ricerca, esiste effettivamente per essi da un punto di vista speculativo inafferrabile semanticamente, ed è collegabile con il problema degli «enunciati primi», delle asserzioni originarie, la cui immediatezza potrebbe essere attinta unicamente per via della mediazione sperimentata. Ma in qual modo la mediazione può essere sperimentata, affinché le asserzioni non presuppongano la logica e pur possano essere ravvisate come vere? Una volta acquisite tali premesse, infatti, il meccanismo logistico funziona agevolmente, essendo un dedurre che non esige nulla che non appartenga al proprio automatismo. Ma il problema è appunto il «cominciamento». Se questo è ignorato, non c'è da preoccuparsi del problema solipsistico, anche se tale problema c'è, perché solo dal punto di vista del pensiero originario, perciò inafferrabile alla semantica, può esistere problema di interiore comunicabilità e di valore della soggettività.

Il cominciamento è il pensiero nel suo immediato darsi, o pensiero puro: a cui si deve la mediazione stessa, anche quella che tende a organizzarsi nell'esclusivistica e perciò dogmatica determiminazione formale. Il cominciamento è appunto il logos, senza cui non è possibile logica, ed ogni sistema formale, malgrado la rigorosa organicità, è un coefficiente d'avviamento dell'umanità all'ottusità esatta: che tutto sa tradurre in discorso logico, senza afferrare un infinitesimo di realtà.

Un esempio della disarmante ingenuità dei logico-analisti è la famosa polemica Schrödinger-Carnap circa la sostenibilità dell'antisolipsismo: polemica considerata un evento indicativo dell'evoluzione della filosofia analitica. Con coerenza fisicalista, lo Schrödinger giunse ad affermare l'impossibilità di stabilire l'omologia delle esperienze soggettive riguardo al percepire sensorio. Non potrà mai essere accertato, egli disse, che la percezione che un individuo ha del colore rosso sia identica a quella di un altro che affermi di vedere un simile colore: da qui il limite della comunicabilità dell'esperienza e la ragione del solipsismo. Conclusione, questa, che allarmò il mondo dei metodologi e dei filosofi della scienza, tra i quali uno dei più agguerriti, Carnap, sorto coraggiosamente a difendere la posizione antisolipsistica e l'obiettività cognitiva dell'esperienza fisica, con un'ingegnosissima operazione logico-analitica riuscì a mostrare la poca fondatezza dell'affermazione di Schrödinger e la consistenza della concezione antisolipsistica, sulla base dell'omologia delle rappresentazioni nell'espressione linguistica di diversi soggetti rispetto alla stessa percezione del rosso.

È sembrato così che l'analisi di Carnap rimettesse, entro certi limiti, le cose a posto, e l'episodio è passato alla storia della moderna logica deduttiva; ma la realtà è che quell'episodio rimane un segno delle argillose fondamenta dell'edificio logico-analitico, a) perché, date le premesse dell'empirismo logico, una serie di proposizioni non può dimostrare, fuori della sua funzione linguistica, qualcosa che non sia oggettiva esperienza (nessuno infatti può dimostrare di percepire la percezione di un altro: altrimenti si può giungere, dimenticando l'assunto empiristico, a una «prova linguistica dell'esistenza di Dio», in base al fatto che talune classi di individui in determinati luoghi, o in base a determinate percezioni, possono affermare di essere in comunione con il Divino); b) perché la questione della modalità ricettiva della percezione chiama in causa il soggetto della coscienza, cioè l'Io, e perciò è metafisica; c) perché in base alle situazioni a) e b) il pensiero logico-matematico non avrebbe dovuto tentare la dimostrazione di un fatto che per esso non ha motivo di essere posto in questione; d) perché nessuno degli empirico-logici è sembrato avere consapevolezza delle situazioni a), b) e c).

("Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 7.20, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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