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(Massimo Scaligero)

Una consapevole ricerca formale esige invero qualcosa di più che porre in relazione proposizioni o giudizi secondo passaggi necessari e perciò formalmente predeterminabili: questa è un'operazione analitica, che ne presuppone una originaria, chiave di tutti i passaggi. Non si può separare l'una dall'altra.

Se fossero possibili solo i concetti con i correlativi nomi, l'uomo si troverebbe dinanzi a enti isolati, senza altra possibilità di relazione tra loro che quella sintattica e algebrico-semantica. Ma la relazione non è tra nomi di concetti, ma tra concetti provvisti di nome, essendo la relazione originaria immanente al concetto, se del concetto èuò ravvisarsi l'immediata forma.

La relazione precede sempre il processo deduttivo-induttivo che la esprime. Nella determinazione concettuale, l'intervallo tra concetto e concetto, tra nome e nome, è un «vuoto» riempito di di pensiero, che non è pensiero vincolato a un oggetto come concetto, ma concetto puro, o pensiero che ha la possibilità di stabilire rapporti tra concetti, in quanto ogni concetto lo comporta. Ma, perché riconosca a sé tale funzione, il pensiero dovrebbe avere l'esperienza di sé nel momento in cui non è ancora identificato alla propria determinazione. L'identificazione dovrebbe ogni volta necessariamente avvenire, ma a condizione che il logico, il pensante, lo sapesse e perciò non assumesse come pensiero originario ciò che è già obiettiva determinazione, e solo come determinazione è espressione logica, avente all'INTERNO di sé il processo formale: non fuori.

Questa distinzione è necessaria. Altra è l'attività pensante capace di formare concetti sulla base di rappresentazioni di cose fisiche e non fisiche, e di tradurli in valori linguistici, operando alla loro forma logica; altra è l'attività pensante capace di vivere l'essere del concetto e di stabilire rapporti tra concetti: che è la forza immediata del concetto, o pensiero puro. La prima è necessariamente vincolata all'oggetto e perciò strutturalmente analinca. Ogni definizione in tal senso è un giudizio analitico. La seconda è un'attività non vincolata ad alcun oggetto o concetto, ma perciò capace di entrare nella pura forma del concetto e di percepire il suo rapporto con altri concetti, sino alla relazione basale dei concetti. In questa relazione IL POTERE DEDUTTIVO IMMANENTE AL PENSIERO COINCIDE CON IL PRINCIPIO FORMALE.

Non hegelianamente, non idealisticamente, bensì in senso noetico, si può parlare di un'attività ideale che riempie della sua immediatezza gli intervalli tra concetto e concetto, tra nome e nome e perciò determina. Perché in sé è libera di determinazione: in tal senso non opera fuori del concetto, ma è tutta nel concetto: onde mediante un solo concetto si può risalire ad essa. Nella sua virtù di sintesi è la forza sostanziale del concetto, dove il concetto si sperimenti nella sua identità con sé, fino a che esprima il proprio moto. Questo moto è la forma germinale dell'inferenza: necessaria in sé, dall'interno del pensiero, non per normazione grafico-simbolica dall'esterno. È la deduzione intuitiva che va da pensiero a pensiero prima che da proposizione a proposizione.

Quando determinati segni prescrivono un percorso al pensiero, questo in realtà compie qualcosa che ha già in sé e che potrebbe compiere riguardo a un gruppo di determinati concetti, o riguardo a un problema, senza alcuna prescrizione formale. Infatti questa prescrizione è la sua stessa produzione: staticizzata, misurata, divenuta alterità, ma sua produzione.

Si ha l'illusione di possedere nell'inferenza questo potere di relazione, mentre è originariamente nel pensiero. In realtà tale potere si aliena nell'inferenza, perché lo si usa credendo di avere nella correlazione dei segni un accordo più concreto di esso che lo produce. È vero che i segni o i simboli contrassegnano l'itinerario della relazione, ma tale itinerario non è la relazione. Essa lo determina sino ai simboli grafici che lo indicano, ed essa perciò può ripercorrerlo. Ma il suo movimento va guardato non nei simboli, bensì nell'intervallo, o nel silenzio, che c'è tra simbolo e simbolo, ed è il vero senso del simbolo.

Se si guarda nell'intervallo, si è portati a guardare il pensiero: che, guardato, sfugge, in quanto esige, per essere guardato, virtù contemplativa. Si tratta di possedere talmente la deduzione e le sue operazioni, da poter astrarre dalla loro forma, sino a seguire il pensiero che li compie. Rientra nell'assunto di una logica rigorosa riconoscere l'esigenza di una specifica disciplina perché dal pensiero scaturisca ciò che soprattutto ad esso è richiesto: il dedurre immanente come estrinsecazione della sua intima natura, in cui intuizione e correlazione coincidono.

Il pensiero dell'analisi e della sintesi, della deduzione ed induzione, è la forza che non viene mai veduta e tuttavia sempre impegnata. Quando si crede di averla nella determinazione concettuale, o sillogistica, o inferenziale, si sbaglia, perché la determinazione è il prodotto di tale forza, non è essa nella sua realtà. Per i compiti che attendono il pensiero umano, almeno da coloro che sono chiamati a dare ad esso orientamento cosciente e forma logica, tale pensiero deve essere sperimentato mediante la peculiare ascesi che esso medesimo secondo sue leggi esige.

Allorché ci si dedica ad un'operazione logica e si cerca la relazione tra gruppi di simboli di concetti, senza saperlo si fa appello a un originario pensiero che scaturisce dalla coscienza come un assioma dalla forma ancora non determinata dotato di potere d'identità con ogni possibile forma: assioma primigenio o principio di ogni legittimo assioma, da cui si vorrebbe prendere le mosse, ma che all'atto pratico si evita perché è l'essere IMMEDIATO del pensiero, a cui dogmaticamente si oppone la MEDIAZIONE analitica. Ma viene opposta inconsapevolmente in quanto la mediazione stessa è ignorata dal logista, attratto solo dalla sua proiezione formale.

Al ricercatore della forma pura è data e simultaneamente sottratta la possibilità di un'esperienza sovrasensibile del pensiero, di contenuto identico a quello delle antiche mistiche. La disciplina della logica più arida può essere la soglia per una cosciente esperienza metafisica, ma parimenti l'impedimento assoluto. Compito del filosofo naturalmente non è rinunciare alla rigorosità espressiva, ma non privarsi di ciò che essa presuppone come proprio movimento, impercepibile portatore della relazione, della vita della forma.

La forma fissata è la forma in cui è illusorio credere di escludere la forza formatrice: mentre è arte logica sperimentare la forza formatrice stessa, le cui regole di formazione sono conoscibili nell'ambito del suo prodursi, condizionante la forma logica.

Proprio perché, elaborato il senso della filosofia idealistica, esaurito il compito della dialettica, sul piano speculativo erano poste le premesse perché si concepisse come passo ulteriore la percezione cosciente del pensiero, che avrebbe restituito attuale necessità alla perenne metafisica e all'antica mistica, da una parte è ripullulata la dialettica priva di logos e dall'altra il formalismo logista, a impedire che fosse appena concepibile un'esperienza del pensiero, come modello per l'esperienza pura: quella di cui ancora si parla, ma ancora non si sa che cosa sia.

("Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 7.19, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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