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(Massimo Scaligero)

Se il procedimento inferenziale esclude il pensiero, non solo toglie il senso a se stesso in rapporto al soggetto conoscente, ma anche sotto il riguardo logico cessa di funzionare, divenendo automatismo discorsivo, ossia parimenti causa e veicolo dell'alterazione mentale: mantenendo tuttavia intatta la parvenza della conseguenzialità formale, guscio illusorio della verità.

La logica come metodologia può dar luogo al discorso fissabile proposizionalmente, a condizione che comporti la coscienza dello specifico pensiero produttore della struttura metodologica, così che esso sia sempre libero rispetto a questa, non finisca col dipendere dalle regole d'espressione da esso stesso formulate. È importante, dal punto di vista formale, che il metodologo possegga la logica del pensiero esprimentesi come attività metodologica, affinché tale attività non coincida, come si è veduto, con l'automatismo necessario all'espressione dell'alterazione mentale. È chiaro che il pensiero chiamato a operare alle regole di deduzione non può essere analitico-deduttivo esso stesso.

Questa osservazione vale anche quando la sistemazione logica si riferisce ad un contenuto obiettivo la cui struttura sia traduducibile in valori tecnici. La pericolosità del procedirnento logico-tecnico consiste nel suo farsi obiettivamente indipendente dal soggetto umano e attivo su lui e obbligante i suoi decorsi mentali, secondo una necessità artificiosa. Tale necessità, anche se formalmente regolare, nel suo porre il suo esclusivistico rapporto al mentale umano, lo induce a un automatismo cui manca la compensazione della consapevolezza di esso e perciò di alcuna attività di pensiero reale.

In tal senso il cosiddetto «tecnico» o specialista moderno, nella misura in cui la sua attività razionale coincida con l'elemento tecnologico, è un paranoico in potenza, perché non svolge altra attività logica se non quella impostagli da un fatto che in sé non possiede alcuna reale logica, salvo la propria interna relazione astratta e meccanica che, come si è mostrato, si è fatta in contraddizione con il processo originario del pensiero.

La morbosità della situazione psichica del moderno «tecnico» consiste nel suo operare secondo una logica che non viene da moto di pensiero, ma dalla sua morta proiezione che si revivifica nel mentale come opposizione al principio del processo pensante medesimo. Un giorno si scoprirà in tale interna rottura di rapporto del pensiero con il proprio fondamento, l'origine della serie di mali mentali, oggi circolanti come germi teorici nella cultura del tempo.

Credere a un'«invenzione» di procedimenti operativi che progredisca col progredire della scienza, significa considerare tale progresso giustificato e orientato da un pensare che abbia in se medesimo il CANONE DEL PROPRIO MOVIMENTO e che possa fornire a sé gli enunciati originari, e perciò una logica del discorso, o una metodologia, in quanto la sua capacità relazionante incontra determinati oggetti. I quali possono essere diversi e nuovi nel tempo, ed ogni volta esigere che la relazione si estenda e si modifichi, dando modo al pensiero di stabilire «relazioni tra relazioni» e tra sintesi di relazioni: potere sintetico del pensiero, che è il suo essere prediscorsivo, recante in sé ogni possibilità di logica o esatto discorso. Ma proprio una simile virtù del pensiero, che è la sua realtà sperimentale, la concretezza traducibile persino in termini logico-matematici, viene tagliata fuori dai logisti, non perché la neghino - non potendo negare ciò che non conoscono - ma perché ritengono non abbia a che fare con la loro ricerca. E riescono a tagliarla fuori, perché >il pensiero obbligato< dai costrutti deduttivi a ignorare il proprio movimento, senza cui tuttavia quelli non sarebbero sorti, si automatizza, perde la sua vitalità intuitiva: la quale soltanto potrebbe giustificare sul loro piano metodologia e tecnologia,
e, come orientatrice, impedire che divengano sistemi universali costringenti la persona umana.

Occorre precisare che il pensiero, come moto obiettivamente originario, capace di ordine analitico, perché recante in sé illimitato potere di relazione, non è il pensiero ordinario vincolato alla necessità sensibile, ma il pensiero che comincia a dissoggettivarsi nell'esercizio della matematica o della logica, senza tuttavia conseguire mediante queste la sua forma pura, bensì soltanto una provvisoria proiezione simbolico-discorsiva di essa: la forma pura esigendo esperienza cosciente del suo tipico movimento. La dissoggettivazione non è per una forma artificiale della sua espressione, ma per l'espressione della sua reale natura.

L'obiettiva conseguenzialità che si presume nell'espressione, appartiene anzitutto al pensiero: esso la esige: altrimenti i logisti non la esigerebbero. L'istanza dell'ordine formale non viene dal fatto espressivo, ma dal pensiero che, riguardo al molteplice e al quantitativo, tende ad attuare fuori di sé l'unità che già reca in sé, ma che simultaneamente appartiene all'interna struttura del mondo, di cui il molteplice e il quantitativo sono l'apparente contraddizione. Apparente contraddizione valida solo per il pensiero riflesso, ancora incapace di attuare in sé l'interno ordine del pensiero, e perciò esigente il surrogato sistematico-logico: indubbiamente necessario, su tale piano, così come la sua proiezione tecnologica, ma ambedue parimenti riflettenti un limite temporaneo del mentale umano.

("Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica" in "La logica contro l'uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero", 7.14, Ed. Tilopa, Roma, 1967).

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