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Se si osserva il monopolio di emissione nella storia dei soldi ci si accorge che esso è monoideismo divenuto cultura di Stato sorreggente il potere bancario, cioè se stesso.

Monopolio di emissione dei soldi e potere bancario sono sinonimi per lo più ignorati come tali, ed ai quali si può ben aggiungere ogni forma di assolutismo.

Da sempre delegato da un monarca - o da una monocrazia creduta democrazia - a fare il bello e il cattivo tempo non solo nelle tasche dei sudditi sedicenti contribuenti ma nel controllo della schiavitù di volta in volta lasciata “libera” di votare il tipo di sudditanza da cui deve forzosamente essere tiranneggiata, il monopolio è infatti anche tirannide, dittatura, dispotismo, totalitarismo, signoria ed autocrazia.

Questo assolutismo incomincia nel modo di pensare: pensiamo per assoluti, anche se riconosciamo che nel mondo in cui viviamo non esiste un assoluto. Assoluto significa “disciolto da”, “distaccato da”, “ab solutus”. Per esempio un fiore non può esistere distaccato dalla, o senza, terra, luce, aria, ecc.; esso si forma sulla pianta solo quando vi sia della terra in cui collocare il seme, e vi siano luce ed aria in cui  possa svilupparsi. Così è per ogni cosa…

Eppure il giusto modo di pensare lo dobbiamo apprendere nelle scuole dell’obbligo (o nelle scuole di Stato, dato che dire Stato è lo stesso che dire obbligo).

Il contribuente schiavo è perciò obbligato ad apprendere da fuori di sé il giusto modo di pensare anche se questo è già in lui nell’atto stesso di ogni apprendere. L’apprendere è già  concepire, pensare, dato che nasce col nostro nascere come creature.

La dirittura della spina dorsale, lo stare in piedi e in equilibrio, l’osservare, l’educare la nostra laringe ad emettere suoni, vocali, parole e linguaggi, fanno parte di noi.  Sono cose che nessuno ci insegna né può farlo, così come non si può insegnare a una gamba come muoversi o a una mano come afferrare qualcosa.

Certo si può insegnare una tecnica ginnica ma la stazione eretta del bambino è una conquista che nessuno gli insegna. È una scoperta tutta sua, come la parola “io”, che nessuno può insegnargli dialetticamente, ideologicamente…

Allo stesso modo, afferrare il pensare è ciò che ci distingue da ogni altra creatura; è il potere di concepire consapevolmente qualcosa.

Pensare non può essere insegnato da fuori di noi perché è dentro di noi dalla nascita come incessante attività logica.

L’attività logica non è filosofia ma attività interiore capace di produrre scienza, filosofia ed ogni altra possibile disciplina. Il logos vivente nell’uomo come logica è già una disciplina perché ha in sé la propria disciplina che è la vita. Quindi non ha bisogno di discipline eterodirette. Io sono la via, la verità e la vita, dice il Logos, perché questo è lo stesso potere di crescita dei nostri arti che dopo il loro sviluppo si esplica pienamente nel nostro pensare.

Invece l’assolutismo che dobbiamo apprendere dallo Stato è l’abbaglio in luogo della luce. Dobbiamo per esempio apprendere come assoluti, o come genialità, la costante della velocità della luce di Einstein e la sua relatività, anche se il pensare ci dice che una “costante” non può essere “non costante” o relativa, così come il bianco non può essere nero, o che un morto non può essere vivo…

Siamo educati o siamo addomesticati? Monopolio o free banking? Questo è il problema.

Il monopolio va bene per il monarca. La democrazia non è però monarchia. Perché la monocrazia è la sovranità di un tiranno sui sudditi (per tiranno intendo un governo, uno Stato, ed ogni altra forma di usurpazione plenipotenziaria dell’economia e della cultura), non la sovranità di tutto l’organismo sociale secondo un diritto basato sull’uguaglianza fra essere umano ed essere umano, né secondo un’economia fraterna scientificamente strutturata secondo divisione del lavoro e del compenso, né secondo una scuola non di Stato ma libera e basata sulla libertà di ricerca.          

In Italia le prime argomentazioni a favore del free banking si trovarono a fronteggiare altre argomentazioni relative al monopolio dell’emissione dei soldi all’inizio del 1865. Questa ragionevole contrapposizione del 1865 alle istituzioni bancarie monopolistiche fu però subito stroncata dall’assolutismo di Stato.

Ovviamente, la storia di Stato NON insegna che l’assolutismo instaurò forzosamente il monopolio della moneta di Stato. Insegna che le conseguenze del pensiero pro “free banking” furono gravi tanto in Inghilterra che in Francia e che «In Italia le conseguenze sulle banche furono più gravi, in quanto il Paese, alla vigilia di una nuova guerra con l’Austria, con i crediti esteri non più rinnovati, e con la caduta delle quotazioni dei titoli del debito pubblico, fu costretto ad una misura traumatica e lesiva dell’orgoglio nazionale appena ristabilito, quale la proclamazione del corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale. Agli altri istituti di emissione fu prescritto l’obbligo della convertibilità dei biglietti in moneta metallica o in biglietti della Banca Nazionale» (A. Polsi, “Stato e Banca Centrale in Italia. Il governo della moneta e del sistema bancario dall’Ottocento ad oggi”, pagg. 7 e 8).

Il Paese fu costretto a un corso forzoso da chi se non da se stesso in quanto tiranno?

Da allora, 1865, ad oggi, 2014, sono passati 149 anni. E sono 149 anni che si continua a parlare di debito pubblico, di imposizioni, di imposte ai contribuenti, e di costo del corso forzoso dei soldi, detto monopolio!

Nessuno si accorge che l’errore sta nel “corso forzoso”. Tacciono tutti.

Oppure ognuno lo sa in se stesso e nessuno affronta l’argomento? Come è possibile uscire di casa senza aprire la porta? Come può attuarsi una democrazia senza rimuovere l’ultimo anacronistico baluardo di monocrazia che la limita?

Il popolo non ci pensa. Non perché sia bue o malato o impedito ma semplicemente perché non può farlo. Solo l’individuo può pensare. Ma l’assolutismo di Stato, religioso  o non religioso, fece, fa, e sempre farà fuori - in un modo o nell’altro - gli individui pensanti come Giovanna d’Arco o come Giordano Bruno, a meno che non pensino in modo addomesticato… secondo lo Stato che, quanto a manipolazione del popolo e dei suoi soldi, la sa molto lunga.

La cultura di Stato relativa all’istituzione del monopolio di Stato ha radici lontane. Il regime economico del monopolio nasce motivato dal protezionismo, che tale cultura chiama “esigenza di assicurare ai cittadini sicurezza, ordine e tutela sociale ed assolvere alla funzione regolatrice, volta a garantire la fruizione ed il godimento di beni e la soddisfazione di bisogni primari” (AAMS_Istituzionale07, Amministrazione Autonoma del Monopolio di Stato, MEF, Ministero dell’Economia e delle finanze).

Oggi la MAFIA dello Stato plenipotenziario si è munita della propria cultura. Quindi racconta come può la sua storia e la sua giustificazione, senza alcuna vergogna nel dimenticare che MONO riguarda il MONARCA, non la democrazia:

“Roma impose il suo primo monopolio sulla coniazione delle monete nel I secolo d.c. e nel secolo IV lo estese al sale, al cinabro, ai prodotti minerari, ai servizi dei banditori, dei barbieri, dei calzolai e altri. Nel medioevo erano monopoli statali o privati (sotto forma di appalti di concessione) la coniazione delle monete, e la produzione e vendita del sale. Il sovrano poi distribuiva, a suo arbitrio, privilegi di carattere monopolistico nel settore produttivo, negli acquisti e nelle vendite” (ibid.).

Non vi è alcuna differenza fra quegli appalti, quei privilegi arbitrari e ciò che oggi scandalizza ipocritamente lo Stato democratico, che è una specie di tana o covo simile ad un sinedrio di famelici e ipocriti proci saccheggiatori.

L’ipocrisia è confermata dall’impunità di questa stessa cultura del monopolio di Stato… democratico:

“Dalla fine del XVI secolo fino alla metà del secolo XVIII i monopoli prosperarono un po’ ovunque: lo Stato monopolizzò i tabacchi, la polvere da sparo, i prodotti chimici ed altri prodotti di largo consumo. Nel 1862 lo Stato italiano assunse la produzione e la distribuzione di sali e tabacchi in regime di monopolio, con l’obiettivo di massimizzare i proventi dello sfruttamento delle connesse attività economiche a favore dello Stato. Da allora l’esercizio del monopolio dei tabacchi è stato gestito direttamente dallo Stato nella figura di organismi diversi che si sono succeduti nel tempo” (ibid.).

Attenzione (lo sottolineato per i nuovi perbenisti di cui parla Ostellino): chi scrive queste cose, raccontando le radici della cultura del monopolio, è lo Stato democratico di oggi, cioè il Ministero dell’Economia e delle Finanze. È un’ammissione di colpa o sbaglio? Se uno Stato dice di essere DEMOcratico e si basa sull’essere MONOcratico facendo studiare la cultura di Stato del monopolio di Stato è innocente o colpevole? I perbenisti la pensino come vogliono. Di certo non potranno negare che questa situazione è perlomeno ANACRONISTICA.   

Ecco ad esempio la giustificazione economica del vizio del fumo secondo il nostro Stato italiano plenipotenziario:

“Legata alla evoluzione del costume sociale ed ai consumi ‘voluttuari’ è lo sviluppo del monopolio del tabacco, che ha sempre dato uno straordinario apporto alla copertura dei fabbisogni economici dello Stato” (ibid.). E udite, udite: “i Monopolii di Stato rappresentano un’istituzione antica e prestigiosa e raccontano, nella duplice veste di attori e testimoni, una parte importante della storia di questo Paese” (ibid.)!

La dichiarazione del corso forzoso di 149 anni fa aveva posto  «la necessità di una regolazione legislativa della delicata materia dell’emissione di moneta, non più affidabile a provvedimenti parziali adottati sotto la spinta dell’emergenza» (A. Polsi, “Stato e Banca Centrale…”, op. cit., pag. 9).

Tuttavia il dibattito sugli istituti di emissione continuò gattopardianamente fino a smorzarsi, anche se l’idea del free banking e quindi contraria alla prospettiva di un monopolio dell’emissione rimase. Non solo nel meridione ma anche a Genova, principale centro finanziario del Paese.

Una legge sulla “pluralità disciplinata” aveva regolato, per la prima volta dopo l’Unità, l’attività di emissione. Tale legge lasciava però irrisolto il problema del monopolio.

Le teste monopoliste dell’economia politica (o di Stato) incominciarono allora a strapparsi le vesti, facendo mostra di preoccuparsi perché teorizzavano che la concorrenza fra gli istituti di emissione a vantaggio del mercato avrebbe rischiato di compromettere l’economia perché l’impegno per la ricerca dei clienti, avrebbe portato ad una cattiva valutazione dei rischi.

Se si riflette però su questa teoria contro il free banking, ci si accorge subito che si tratta di un errore di pensiero, perché se una libera banca per farsi i clienti emette denaro nel mercato sbagliando a valutare i propri rischi incorre semplicemente nel proprio fallimento, identico a quello di chi per ingordigia sbaglia a fare i suoi conti nel mettere nel mercato le sue merci. Che differenza c’è fra una tipografia che stampa biglietti per una partita di calcio e un’altra tipografia, detta “zecca”, che stampa soldi? Oggi, fra l’altro, i soldi non esigono più di essere stampati o coniati materialmente, dato che basterebbe una Card elettromagnetica computerizzata per creare forme di pagamento del tutto individualizzate, ed accettarne altre altrettanto individualizzate… Se io creo una forma di pagamento, per esempio un “Pagherò”, che poi non attuo consegnando merci o servizi dovuti, peggio per me perché perderò credito reale, cioè fiducia, e il mio prossimo mi eviterà. Mi sembra giusto.

Insomma, chi sbaglia paga. Invece col monopolio di Stato, chi sbaglia non paga, dato che paga solo il popolo, e la grande idea che lo Stato siamo noi è solo una grande bugia… Noi possiamo solo essere soci di un organismo sociale in cui il cosiddetto “Stato di diritto” si occupi di un terzo di ciò di cui oggi si occupa. Si occupi di diritto, non di economia, né di scuole.

Ogni produttore di merci può rischiare di fare una cattiva valutazione dei rischi. Questo però non dovrebbe giustificare il terrorismo di Stato di uno Stato che anziché occuparsi di diritto si occupa burocraticamente e da incompetente di economia e di cultura, cioè di cose che non gli competono.

I burocrati del monopolio che un secolo e mezzo fa si strappavano le vesti, generando paure di fallimenti economici non sono molto diversi da quelli odierni che si strappano le vesti nei confronti dell’euroscetticismo anelante al free banking per un’Europa libera.

Oggi con la creazione della BCE sta succedendo qualcosa di molto simile a ciò che si verificò con la creazione della BCI: menzogne su menzogne, cioè paure ingiustificate surrettiziamente infilate nei cervelli della gente, per generare schiavitù fatta poi credere libertà di votare per un super Stato del monopolio.    

Aveva ragione Rudolf Steiner nel dire che gli Stati avrebbero dovuto imparare a fare una sola cosa: quella di non fare alcunché.

Invece vogliamo estendere i fallimenti degli Stati ad un super Stato, vestito da super Stato moderno ma gravemente ammalato di anacronismo e di papolatria mentecattocomunista, cioè di imperialismo romano.

La legge n. 443 del 10 agosto 1893 diede vita alla banca d’Italia (cfr. P. Pecorari, “La fabbrica dei soldi…”, op. cit., pagg. 115 e 116) che assunse originariamente la forma di società anonima.  

Con una legge del 1895, il nuovo istituto assunse poi il servizio di tesoreria per conto dello Stato. Si andava verso la banca centrale unica, come oggi si va verso la BCE.

Tutto questo bailamme anti-cittadino giunse a maturazione prima nel 1910 con il testo unico sugli istituti di emissione e sulla circolazione dei biglietti di banca, che determinava il quadro istituzionale definitivo ed, in un secondo momento, nel 1926, quando la Banca d’Italia ottenne dallo Stato il monopolio dell’emissione (cfr. A. Polsi, “Stato e Banca Centrale…”, op. cit., pgg. 21 e 22).

Alla BCI lo Stato aveva concesso non solo il monopolio dell’emissione e quello dei cambi, ma anche - udite, udite - una potestà ispettiva su ogni altra banca in merito alla valuta. Si trattava della prima attribuzione di facoltà ispettive ad un ente statale «dai tempi del cessato sindacato di controllo sulle società commerciali» (ibid. p. 31).

Riassumendo, dopo il conseguimento del processo di unificazione degli Stati italiani sotto la dinastia Savoia, con la Legge n. 443 del 10 agosto 1893 nasce la banca d’Italia, frutto della fusione della banca nazionale del Regno con la banca nazionale Toscana e con la banca toscana di Credito, e dalla liquidazione della banca romana, conseguente al grande scandalo sorto dal suo fallimento. Occorre precisare per la cronoca che fu il governo Giolitti a dirigere le operazioni necessarie per la nascita della nuova banca centrale. A Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio dell’epoca, si devono tutte quelle norme dirette a garantire l’autonomia della banca dallo Stato. A tal fine Giolitti evitò furbescamente che fosse il Governo a nominare i vertici della banca d’Italia, accettando solo, in sede di dibattito parlamentare, l’emendamento secondo cui “la nomina del direttore generale della banca d’Italia dovrà essere approvata dal Governo”, ben consapevole che tale emendamento non era di impedimento ad eliminare l’autonomia e l’indipendenza del nuovo Istituto. Lo stesso Giolitti ebbe modo, in un discorso tenuto il 18/10/1893 di mettere in evidenza i molti vantaggi che sarebbero derivati al mondo bancario dalla legge istititutiva della banca, indicando, tra gli altri, “l’esclusione di qualsiasi ingerenza parlamentare”. Lo Statuto della nuova banca fu poi approvato sotto il successivo governo presieduto da Francesco Crispi (in particolare, il governo Crispi non incontrò più l’ostacolo del nuovo ministro delle Finanze e del Tesoro, Sidney Sonnino, il quale era stato il più accanito oppositore in Parlamento della legge proposta da Giolitti). 

Col Regio Decreto 28/04/1910, n. 204, è approvato il testo unico delle leggi sugli istituti di emissione e sulla circolazione dei biglietti di banca.

La legislazione dello Stato italiano concede il monopolio dell’emissione dei soldi alla banca d’Italia mediante una serie di decreti-legge emanati dal 1926 al 1927, e soprattutto mediante il decreto-legge n. 812 del 6/02/1926 che, unificando in capo alla banca d’Italia il servizio di emissione dei biglietti di banca, stabilisce la cessazione dell’analoga facoltà per il banco di Napoli e per il banco di Sicilia. La banca d’Italia assume in tal modo il monopolio dell’emissione dei biglietti di banca, rafforzando con esso il proprio ruolo di banca centrale.

Tale ruolo assume definitivo consolidamento mediante il R. D. L. 12/03/1936, n. 375 (convertito con modificazioni nella Legge 7 Marzo 1938, n. 441), e con il successivo statuto, approvato con R. D. 11/06/1936, n. 1067. Queste disposizioni legislative confermano l’autonomia della banca d’Italia, alla quale, per la prima volta, è esplicitamente riconosciuta la qualifica di “Istituto di Diritto Pubblico”, nonostante sia mantenuta in essa la sopra accennata organizzazione interna originaria di società anonima (oggi detta “società per azioni” avente ovvio scopo di lucro). Va sottolineato che lo Stato di diritto, riconoscendo alla banca la caratteristica di “Istituto di Diritto Pubblico”, determina necessariamente e di fatto un diritto al lucro di Stato, mutando così la propria essenza giuridica, la quale da giuridica che era diventa giuridico-economica. Questo fatto è di una gravità inaudita in quanto le due logiche, giuridica ed economica, non sono compatibili se non nel modo spurio del cosiddetto conflitto di interessi e della corruzione di intenti.

Degna di rilievo è altresì la norma contenuta nel 4° comma dell’art. 25 (come modificato dal D. P R. 19/04/1948, n. 482, e successivamente sostituito dall’art. 1 del D. P R. 18 Luglio 1992), con la quale si stabilisce che il Governatore della banca d’Italia, tra l’altro, “dispone, in relazione alle esigenze di controllo della liquidità del mercato, le variazioni alla ragione normale dello sconto e alla misura dell’interesse sulle anticipazioni in conto corrente e a scadenza fissa presso la banca d’Italia, con proprio provvedimento da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana”. Tutto ciò, per porre in evidenza l’enorme potere attribuito al Governatore, capace di incidere in maniera decisiva sulla vita della Nazione, tanto più che la sua nomina non incontra limiti temporali, a meno di dimissioni o di revoca, quest’ultima disposta dal Consiglio Superiore, ed approvata con decreto del Presidente della Repubblica promosso dal Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto col Ministro per il Tesoro, sentito il Consiglio dei Ministri (v. art. 19, 1° e 6° comma, dello statuto, così modificato rispettivamente dall’art. 1 del D. P R. 14 Agosto 1969, n. 593, e dal D. P R. 19 Aprile 1948, n. 482).

Questi fatti mostrano sostanzialmente come il potere politico abbia continuato nel tempo a degenerarsi, defilandosi dalla responsabilità di mantenere competenza giuridica, cioè di equità, quale è per esempio quella concernente il tasso di sconto, le manovre sul quale, in aumento o in diminuzione, acquistano essenziale rilevanza per il tessuto sociale del Paese. La Legge 7 Febbraio 1992, n. 82 (tra l’altro promossa dall’allora Ministro del Tesoro, Guido Carli, che, guarda caso, era stato Governatore della Banca d’Italia), ha attributo all’Istituto di Emissione la facoltà di disporre le variazioni del tasso ufficiale di sconto senza doverla più concordare col Ministro del Tesoro, vale a dire con lo Stato (per avere una certa idea, anche se approssimativa, dell’importanza del tasso di sconto e del tasso sulle anticipazioni concesse dalla banca Centrale alle banche ordinarie, basti ricordare che dalle loro variazioni dipende non solo il costo del denaro, cioè l’interesse che i clienti debbono pagare alle banche, ma anche l’importo degli interessi sulle obbligazioni e sui titoli pubblici. Perciò oggi queste variazioni, che profondamente incidono sull’economia del Paese, sono purtroppo decise solo dal Governatore della Banca d’Italia e/o dal Governatore della Banca Centrale Europea).

Da quanto precede, dovrebbe ora essere chiaro che il  monopolio coercitivo dell’emissione dei soldi è da sempre uno strumento funzionale al tiranno attraverso cui giungere alla contraffazione necessaria all’aumento delle sue entrate.

Per questo scopo il tiranno procede in modo indiretto e attraverso tappe successive che lo conducono ad ostacolare ad esempio il libero corso del mercato dei soci dell’organismo sociale. In tal modo egli in definitiva si appropria del mercato stesso. L’incursione tirannica è sottile e graduale perché alla luce della democrazia che lo nega come tiranno, tutto deve apparire legale.

Fino a pochi secoli fa, non esistevano banche, e quindi il tiranno non poteva usare il motore bancario per una massiccia inflazione, come fa oggi (o come finge di non fare oggi). Che cosa poteva fare allora?

Il primo passo, rigorosamente compiuto dallo Stato (da ogni Stato di considerevole dimensione) fu innanzitutto di impadronirsi del monopolio assoluto dell’attività di conio. Il primo monopolio della storia risale, come ho mostrato, al primo secolo d. C. Il monopolio era lo strumento indispensabile per ottenere il controllo dell’offerta di moneta metallica. L’immagine dell’imperatore, del re o del principe era impressa sulle monete.

Da allora venne diffuso il mito secondo cui il conio è una prerogativa essenziale della “sovranità” reale o baronale.

Il monopolio del conio consentiva al tiranno di offrire qualunque taglio di moneta egli - e non il pubblico - volesse.

Il risultato di questo mito - e/o di questa cultura - del monopolio comporta che la varietà di monete sul mercato risulti coercitivamente ridotta, e che la  zecca possa richiedere un prezzo maggiore dei costi del monetaggio (“signoraggio”).

In tal modo un prezzo che copra giusto i costi (“brassage”), o che offra monete senza costi è pertanto negato a discapito di tutta l’economia e di tutta la cultura dell’organismo sociale.

Il signoraggio è sostanzialmente il prezzo del monopolio, che impone un onere speciale su ogni operazione di compra-vendita e di ogni mercato.

Appropriandosi del monopolio dell’emissione dei soldi, il tiranno determina da sempre l’uso del nome dell’unità monetaria, facendo del suo meglio per scindere tale nome dal suo fondamento reale, rappresentato dalla riserva aurea, che dovrebbe garantirli.

L’art. 128 (ex articolo 106 del TCE*) dell’attuale trattato sul funzionamento dell’UE stabilisce come segue il monopolio emissorio: “1. La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione” (“Versione consolidata del trattato sul funzionamento dell’unione europea”, 9.5.2008 IT Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 115/103).

*Ex articolo 106 del TCE: “1. La BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità. La BCE e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla BCE e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nella Comunità (“Versione consolidata del trattato che istituisce la comunità europea”, C 325/76 IT Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 24.12.2002).

In tal modo, il tiranno libera se stesso dalla necessità di essere vincolato ai soldi universalmente utilizzabili in una vita economica sana.

Così è avvenuto che, invece di usare soldi pagabili a vista al portatore (pagabili cioè in grani o grammi d’oro o d’argento) il tiranno introducesse a sua discrezione il nome dell’unità monetaria nell’interesse presunto del patriottismo monetario: dollari, marchi, franchi, ecc., fino all’euro.

Tale operazione rese e continua a rendere possibile il principale strumento della falsificazione statale della moneta: la riduzione artificiale del suo valore, tanto rappresentativo (pagabile a vista al portatore), quanto intrinseco (“svilimento” nel caso di moneta aurea).

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