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Il mercato non può essere libero di esistere se esiste un monopolio dei soldi da spendervi. E tutto il denaro esistente è monopolizzato. Sapere cosa questo significhi è oltremodo importante: se si prescinde dai costi di fabbricazione (stampa, carta, inchiostro, metallo) i soldi, pur essendo un bene necessario, non costano nulla, perché il sistema monopolistico di economia politica li crea senza garantirli con alcun valore proprio; di conseguenza il loro portatore, cioè il consumatore, non può esigere dalla banca alcun pagamento (“pagabile a vista al portatore”), cioè alcuna loro conversione in altro valore (per esempio aureo). Eppure i detentori del monopolio della creazione di soldi e della fissazione del loro tasso di interesse, realizzano sulla cessione di liquidità un profitto pari a quasi il 100%, dato che il costo di produzione - se si prescinde dai costi di fabbricazione sopra accennati - è nullo. Tutta la liquidità così creata è “a debito”, perché indebita chi la chiede, e il debito è artatamente creato come motivazione principale del “pizzo”, detto “tassazione”. I tassati sono i “portatori” stessi - ma anche i non abbienti (o i “non-portatori”) - e sono detti i “contribuenti”, di fatto responsabili di “contribuire”, appunto, a tenere in vita questo pazzesco sistema, pagando tasse sempre più alte. La “logica” di questa dinamica implica una crescita esponenziale degli interessi del debito dovuto, e quindi del debito. Perché chi cede “a debito” la monopolizzata liquidità, legandola ad interessi di scadenza (nel futuro), mette in circolazione una quantità di liquidità astratta (dal futuro) superiore a se-stessa-concreta, cioè concretamente ceduta. Se per esempio la liquidità ceduta oggi è 100 e gli interessi su di essa fra una decina d’anni saliranno a 250, il debito sarà non più 100, ma 350 (=100+250); con il monopolio di emissione - legge che forzosamente vieta il free banking - cioè la libera emissione di soldi, sarà però impossibile pagare quel debito, dato che esisteranno concretamente non 350 ma solo quei 100 monopolisticamente emessi; il pagamento dei 350 esigerà allora una richiesta ulteriore di liquidità ai detentori del monopolio, e con essa sarà “fatale” contrarre un nuovo “debito” creando nuovi “interessi”. Questo è oggi l’esponenziale circolo vizioso indebitante in cui viviamo, tanto legale quanto anacronisticamente illegittimo. Illegittimo perché il monopolio si addiceva al monarca, cioè alla monocrazia, non alla democrazia.

Ecco perché poi il profitto del sistema bancario continua a crescere secondo una curva matematica che, quanto più passa il tempo, tanto più aumenta; mentre il profitto dei “contribuenti”, sempre più indebitati e tartassati, si assottiglia sempre più fino a sparire. Questa è dunque la ferrea matematica conseguenza dell’anacronismo detto monopolio in cui tutti stiamo annegando perché non abbiamo il coraggio di pensare in modo nuovo.

Predicare che il potere effettivo sia assunto da integerrimi rappresentanti dell’interesse collettivo è predicare moralisticamente il vecchio, l’“onest’uomo” che ci ha portati fin qui. Non si tratta dunque di moraleggiare sull’onestà, né di candidare e votare potenti perfettissimi che ci governino liberandoci dal problema. Si tratta di pensare con la nostra testa.

Questo è il vero problema. Vogliamo essere liberi dal problema di… pensare in modo autonomo. Vogliamo che qualcuno pensi per noi. E per questo volere disconosciamo l’unico potere che in noi vive come pensare, il cui soggetto ha come involucro il Cristo, detto anche figlio dell’uomo, perché come una crisalide soprasensibile è garanzia immateriale di ogni io umano, altrettanto immateriale.

Di conseguenza vogliamo il faraonico “vicario” del Cristo fuori di noi, alienati nel nostro essere fuori… negli sportelli tributari o di Equitalia, calpestando l’equità in noi. Equità che è epicheia, individualismo etico, esperienza del concetto, e soprattutto esperienza del concetto di “libertà”. 

Insomma, il sistema politico-economico in cui viviamo, detto “sistema bancario” è articolato in modo mafioso, ed esige il nostro affrancamento.

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