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“È interessantissimo osservare” - spiegava Rudolf Steiner nel 1921 - “che partendo da certi concetti di Schiller e di Goethe, Wilhelm von Humboldt (1767-1835) nella prima metà del secolo diciannovesimo poté scrivere il bell’articolo: “Tentativo di determinare i confini dell’azione dello Stato” (“Ideen zu einem Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen”). Qui si è realmente lottato per ottenere un reale edificio statale; si è cercato di cavare dai rapporti sociali quello che può essere appunto l’elemento soltanto statale, politico, giuridico. Il tentativo è riuscito proprio a Wilhelm von Humboldt, anche se in maniera imperfetta, ma non è questo che importa. Queste cose avrebbero dovuto poi essere perfezionate, per giungere a creare una realtà per l’elemento statale [...]” (R. Steiner, “Come si opera per la triarticolazione sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988, p. 52).
 
Il seguente saggio di Vanda Fiorillo sul concetto di libertà nel giovane Humboldt, mi sembra propedeutico ad una corretta visione dell’idea steineriana di triarticolazione sociale, dato che per Humboldt lo Stato doveva infatti «servire l’individuo e quei suoi scopi che lo conducono alla libertà» in quanto l'uomo era per Humbold «il vero sovrano».

Questa’idea, fondamentalmente cristologica in quanto “sabato per l’uomo”, deve purtroppo ancora incarnarsi nello Stato in cui viviamo, che in quanto massimamente plenipotenziario e monopolista, è tutt’altro dallo Stato minimo di Humboldt e da quello della triarticolazione sociale di Steiner.  

 

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Vanda Fiorillo - Wilhelm von Humboldt ed il tardo diritto naturale. La derivazione dell’idea humboldtiana di libertà dal giusnaturalismo di E. F. Klein

I contenuti del presente saggio figurano anche in M. L. Bianca-A. Catelani - a cura di -, Giusnaturalismo e diritti inviolabili dell’uomo, Collana Lavori in corso - Work in progress, n. 14, Arezzo 2009, pp. 69-81. Il testo riprende, in forma fortemente rimaneggiata ed aggiornata, temi da me trattati in due miei precedenti lavori, ossia in V. Fiorillo, Politica ancilla juris. Le radici giusnaturalistiche del liberalismo di Wilhelm von Humboldt, Giappichelli, Torino 1996; e in Id., Autolimitazione razionale e desiderio. Il dovere nei progetti di riorganizzazione politica dell’illuminismo tedesco, Giappichelli, Torino 2000.

In questo saggio s’intende ricostruire la posizione assunta dal giovane Humboldt all’interno del dibattito politico tedesco di fine Settecento sulla libertà. Nel far ciò, si mirerà in particolare a dimostrare la derivazione delle ben note tesi humboldtiane sulla libertà, esposte nella sua opera politica maggiore (Cfr. W. von Humboldt, “Ideen zu einem Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen” - d’ora in avanti Ideen -, in Id., Gesammelte Schriften - d’ora in avanti G. S. -, vol. I, Walter de Gruyter, Berlin 1968, pp. 97-254), dal giusnaturalismo prussiano di E. F. Klein (Ernst Ferdinand Klein, 1744-1810, amministratore prussiano, nonché redattore della parte penalistica dello Allgemeines Landrecht für die Preußischen Staaten, fu un rappresentante di spicco dell’illuminismo berlinese. Notizie biografiche su questo autore sono fornite da K. Berndl, “Ernst Ferdinand Klein, 1743-1810. Ein Zeitbild aus der zweiten Hälfte des achtzehnten Jahrhunderts”, Lit, Münster 2004; E. Hellmuth, “Ernst Ferdinand Klein, 1744-1810”, in G. Birtsch, Hrsg., «Aufklärung», Hamburg, II, 1, 1987, pp. 121-123; G. Kleinheyer, voce Klein, in Neue Deutsche Biographie, Berlin 1977, Bd. XI, pp. 734-735; A. Teichmann, voce Klein, in Allgemeine Deutsche Biographie, Leipzig 1882, Bd. XVI, pp. 88-90. Cfr. anche V. Fiorillo, voce Klein, Ernst Ferdinand, in M. Kuehn-H. F. Klemme, eds., “The Dictionary of Eighteenth Century German Philosophers”, Thoemmes Continuum, Bristol, p. 4), suo precettore di diritto naturale negli anni 1785-86 (Va sin d’ora precisato che il manoscritto contenente la rielaborazione humboldtiana delle lezioni di diritto naturale ascoltate da Klein non è stato pubblicato nella sua interezza, in quanto Albert Leitzmann, il curatore delle Gesammelte Schriften di Humboldt, ne ha riprodotto soltanto un breve frammento, limitandosi a riassumere le restanti parti. Anche se a noi noto in forma fortemente frammentaria, il commento di Humboldt alle lezioni di diritto naturale impartitegli da Klein si può leggere in W. von Humboldt, Aus Kleins Vorträgen über Naturrecht, 1785-1786, in G. S., cit., vol. VII, pp. 469-506. Di questa operetta giovanile di Humboldt cfr. la traduzione italiana curata da chi scrive, dal titolo Dalle lezioni di Klein sul diritto naturale, la quale è apparsa in appendice a V. Fiorillo, Politica ancilla juris, cit., pp. 163-183). È, infatti, sostenibile che «malgrado tutta l’indipendenza di Humboldt, le Ideen del 1792 spesso riposino ancora sui modelli teorici di Klein, direttamente laddove i ragionamenti di Humboldt si basano sui fondamenti della scuola razionalistica del diritto naturale, indirettamente laddove egli condanna qualsiasi forma di onnipotenza statale e con ciò il dispotismo illuminato, che Klein aveva tentato di fargli conoscere» (B. Sutter, Dalbergs Antwort auf Wilhelm von Humboldts «Ideen zu einem Versuch, die Grenzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen», in Id., Reformen des Rechts, Leykam Verlag, Graz 1979, pp. 691-692).

Sulla base di tali presupposti, per una piena intelligenza dell’idea humboldtiana di libertà bisogna premettere che alla fine del diciottesimo secolo, nell’area culturale tedesca tale concetto inizia a diversificarsi nelle sue svariate accezioni, gravide di futuri sviluppi, di libertà civile e di libertà politica.

Per la prima volta quel residuum di libertà naturale, di cui l’individuo ancora gode nello Stato, in seguito alla rinunzia di parte dei suoi diritti naturali al momento del contratto sociale, riceve il nome di libertà civile (A tal proposito cfr. D. Klippel, Naturrecht als politische Theorie. Zur politischen Bedeutung des deutschen Naturrechts im 18. und 19. Jahrhundert, in H. E. Bödeker-U. Hermann, Hrsg., Aufklärung als Politisierung-Politisierung der Aufklärung, Felix Meiner Verlag, Hamburg 1987, p. 272). Ad esempio, all’interno dell’allora diffuso compendio di diritto naturale redatto da Ludwig Julius Friedrich Höpfner - compendio, che lo stesso Klein pone a base del corso da lui tenuto per il giovane Humboldt - si legge: «nello Stato vi è, dunque, ancora un residuo di libertà naturale, che si denomina libertà civile» (L. J. F. Höpfner, Naturrecht des einzelnen Menschen, der Gesellschaften und der Völker, Gießen 1780, § 183, p. 217).

In questo stesso periodo, la libertà politica viene, invece, definendosi come la partecipazione della maggior parte dei cittadini (democrazia) o soltanto di alcuni fra essi (aristocrazia) alla sovranità dello Stato (Cfr. ivi, § 174, p. 205). Perciò, sempre per Höpfner, «le aristocrazie e le democrazie vengono denominate Stati liberi, libere Repubbliche; e la libertà che ha luogo in esse per alcuni si chiama politica» (Ivi, p. 206).

All’interno dello stesso giusnaturalismo di Wolff e della sua scuola, la libertà civile si specifica come un ambito di liceità, ossia come una sfera di azioni indifferenti, se commisurate alle finalità eudemonistiche dello Stato. L’ambito di esercizio di tale libertà (logicamente) negativa viene, perciò, circoscritto dal sovrano illuminato per mezzo della legge positiva ed è suscettibile di essere in ogni momento ulteriormente limitato. Scarsa si può dire, dunque, la resistenza dei diritti civili rispetto alla pervasività delle ragioni
della salus publica e del benessere collettivo.

In breve, proprio a causa dell’indiscusso prevalere delle finalità dello Stato sui diritti dei cittadini, nel momento in cui il concetto di libertà civile inizia a determinarsi nei suoi contenuti, esso non denota ancora una sfera giuridica libera dallo Stato. Diversamente da come sarà poi con il liberalismo del pieno Ottocento, ora la libertà civile è resa possibile non mediante l’astensione dello Stato, bensì in virtù dell’attività di esso, volta a favorire con i mezzi della coazione indiretta lo sviluppo della libertà del cittadino.

In tale quadro, Humboldt - nel rielaborare le lezioni di diritto naturale, impartitegli da Klein - ammette innanzitutto che i sostenitori dello scopo della sicurezza siano animati dall’«intento ben nobile» di ridurre l’incidenza dello Stato nella sfera dei diritti civili, volendo limitare l’azione di esso alla sola tutela dell’ordine pubblico (Cfr. Aus Kleins Vorträgen, cit., p. 479; trad. it., p. 180). Tuttavia, egli aggiunge, «la libertà dei cittadini ne guadagna pur sempre, anche quando, e soprattutto quando, s’include il benessere dello Stato fra gli scopi ultimi dello stesso» (Ivi, p. 480; trad. it., p. 180). Con ciò Humboldt conferma come al suo esordio la libertà civile non risultasse tanto dalla delimitazione negativa di un ambito di diritti naturali intangibili per lo Stato, quanto fosse piuttosto il frutto di un suo sia pur indiretto intervento coercitivo. Pertanto, l’estensione della libertà naturale che residuava al cittadino nello Stato era ancora strettamente dipendente dalla realizzazione delle finalità pubbliche. Difatti, nella visione del giovane Humboldt, uno Stato che si autolimiti alla sola sicurezza, non perseguendo contemporaneamente il fine del benessere collettivo, finirebbe in molti casi per danneggiare, anziché favorire la libertà civile: «ad esempio, sarebbe evidentemente molto vantaggioso per la sicurezza nelle grandi città, se a nessuno fosse permesso di abbandonare la propria abitazione non appena fosse notte. Perciò, se il governo avesse assunto unicamente la sicurezza ad oggetto della propria attenzione, allora esso dovrebbe adottare questo provvedimento, senza badare in quale grande misura la libertà dei cittadini ne verrebbe con ciò diminuita» (Ibidem, trad. it., pp. 180-181).

Come si vede, qui la concezione humboldtiana della libertà si mantiene ancora entro i binari del giusnaturalismo wolffiano trasmessogli da Klein, anche se non mancano caute aperture ad istanze liberali.

A conferma del valore prioritario assegnato all’attività dello Stato rispetto all’esercizio dei diritti civili, Humboldt osserva che «i membri di una società conservano i loro diritti e i loro doveri, nella misura in cui quest’ultimi non cedano agli scopi della società» politica (Ivi, p. 499, dalla sintesi di Leitzmann); ed ancor più chiaramente si trova affermato negli appunti che «lo Stato può limitare la libertà naturale sulla base dell’equità e del diritto» (Ivi, p. 503, dalla sintesi di Leitzmann).

Ribadendo che la libertà civile possa venire limitata, laddove intervengano le superiori ragioni del bonum commune, Humboldt si rivela fedele continuatore dell’eudemonismo wolffiano. Nelle Institutiones, infatti, Wolff aveva scritto che «in civitate libertas singulorum restringitur quoad eas actiones, quae ad bonum publicum consequendum pertinent», proprio perché al diritto del Superiore «subjecta est libertas naturalis singulorum» (C. L. B. de Wolff, Institutiones Juris Naturae et Gentium, Venetiis 1792, pars III, sectio II, caput V, § 1071, p. 367). Tale posizione di Wolff può chiarirsi, tenendo conto che nel suo sistema giusnaturalistico «lo ius libertatis, al pari degli altri iura connata, non può valere come un diritto che sia in grado di porre limiti all’attività dello Stato» (E. Hellmuth, Naturrechtsphilosophie und bürokratischer Werthorizont. Studien zur preußischen Geistes-und Sozialgeschichte des 18. Jahrhunderts, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1985, p. 72. La nozione di jus connatum, centrale nel giusnaturalismo di Wolff, viene definita nel seguente modo: «jus connatum dicitur, quod ex obligatione connata oritur. Est autem obligatio connata, quae cum essentia et natura hominis ponitur»: Institutiones, cit., pars I, caput III, § 74, p. 20. Facendo leva, tra l’altro, sul concetto di jus connatum, Marcel Thomann da’ un’interpretazione in senso liberale della filosofia politica wolffiana. Per l’autore «è del tutto incomprensibile l’opinione, secondo cui Christian Wolff avrebbe fornito una giustificazione filosofica dell’Assolutismo»: M. Thomann, Christian Wolff, in M. Stolleis, Hrsg., Staatsdenker im 17. und 18. Jahrhundert. Reichspublizistik, Politik, Naturrecht, Alfred Metzner Verlag, Frankfurt/Main 1987, p. 272).

Perpetuando la linea teorica wolffiana, in adesione al suo maestro Daniel Nettelbladt, lo stesso Klein aveva fatto coincidere la definizione dei diritti di libertà con la loro delimitazione negativa ad opera dello Stato. In Libertà e proprietà - scritto dialogico occasionato dalle allora recenti pronunce dell’Assemblea nazionale costituente francese (Cfr. E. F. Klein, Freyheit und Eigenthum, abgehandelt in acht Gesprächen über die Beschlüsse der Französischen Nationalversammlung, bey Friedrich Nicolai, Berlin und Stettin 1790. Difatti, Klein inizia la sua trattazione, dichiarando: «i miei princìpi di diritto naturale e di legislazione non potevano essere meglio commentati che attraverso i rivolgimenti politici francesi», ivi, p. III) - Klein aveva sintetizzato il problema principale che uno Stato costituzionale in formazione deve affrontare nel quesito: «fino a che punto la legislazione è legittimata a limitare la libertà dei singoli?» (Ivi, p. 75).

A differenza dai sostenitori della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, Klein non mirava, dunque, all’affermazione positiva dei diritti naturali di libertà, bensì ad una circoscrizione negativa ad opera del sovrano di un ambito di azioni, per quest’ultimo indifferenti. A tal proposito, bisogna considerare che sebbene per Klein «lo scopo della società civile e l’estensione dei diritti da esso dipendenti» potessero venire determinati dallo Stato (Cfr. ivi, p. 77), tuttavia, una volta fissati, i diritti civili risultavano essere tendenzialmente indipendenti da qualsiasi arbitrio esterno. Adattando al campo politico la definizione wolffiana di libertas, come «independentia in agendo a voluntate alterius, seu dependentia a propria saltem voluntate» (Institutiones Juris Naturae, cit., pars I, caput III, § 77, p. 21), Klein individua, infatti, la natura della libertà civile «nell’indipendenza dall’arbitrio esterno, nella misura in cui la limitazione [di essa] non sia necessaria allo scopo dello Stato» (E. F. Klein, Grundsätze der natürlichen Rechtswissenschaft nebst einer Geschichte derselben, Halle 1797, § 538, p. 277). Com’è evidente, per Klein la libertà civile coincide con una sfera di liceità, definita, ma sempre ulteriormente limitabile dalle esigenze eudemonistiche del potere politico.

E con questa definizione (logicamente) negativa di tale forma di libertà esterna concorda anche Humboldt, quando annota nel suo scritto sul diritto naturale che «la libertà civile è l’indipendenza dei cittadini su tutti gli oggetti che non riguardino il governo dello Stato» (Aus Kleins Vorträgen, cit., p. 502, dalla sintesi di Leitzmann).

Oltre alla determinazione a contrario di un ambito di esercizio della libertà civile - determinazione ripresa da Humboldt - Klein ne aveva, però, stabilito anche il contenuto per via positiva, fondandola «sulla libertà dei singoli individui di promuovere il proprio benessere in conformità alla loro migliore capacità di giudizio» (Freyheit und Eigenthum, cit., p. 118).

Inoltre, delineando una tesi, che sarebbe stata poi più compiutamente sviluppata nelle Ideen humboldtiane del ’92, Klein fissa un importante passaggio teorico fra la nozione di libertà civile esterna e quella di libertà morale interiore. Per il pensatore slesiano, la libertà civile - intesa come la facoltà di creare le condizioni esteriori del benessere personale - si configura come l’indispensabile premessa per lo sviluppo di una forma ben più preziosa di libertà, quella di edificazione interiore o Bildung, la quale ha «valore in
sé, e precisamente il massimo valore che si possa immaginare» (Ivi, p. 92). Per questo motivo, in assenza delle condizioni che assicurino il suo benessere materiale, il cittadino non potrebbe coltivare quella sua facoltà interiore, che si esprime nella «libera attività dello spirito» e nel «dominio della ragione sugli stimoli sensibili» (Ibidem). A conferma della relazione di stretta interdipendenza fra la libertà civile e la libertà di formazione del carattere, Klein precisa che «la conservazione e l’accrescimento della libertà interiore è impossibile senza l’esteriore» (Ivi, p. 96).

Nel pensiero kleiniano inizia, dunque, a profilarsi una gerarchizzazione tra le forme di libertà (morale e civile), di cui la prima è senz’altro «la principale» (die Hauptsache) (Ivi, p. 93), proprio perché essa possiede un valore assoluto, e non certo strumentale «al raggiungimento di un qualche altro scopo» (Ibidem: «[La libertà interiore] non può essere considerata, né ricercata come mezzo per il raggiungimento di un qualche altro scopo») esterno all’uomo. Più in particolare, il finalismo intrinseco alla libertà interiore è di carattere prettamente razionale, in quanto essa serve «al conseguimento di tutti gli scopi approvati dalla ragione» (Ibidem). Come si evince dal rapporto fra libertà interiore e libertà esteriore, insomma, al pieno dispiegarsi delle finalità morali degli individui sono sufficienti - secondo Klein - le sole condizioni esteriori poste dalla libertà civile.

Quest’ultima esaurisce, a sua volta, la propria operatività all’interno della sfera pubblica distinta dallo Stato (quale apparato coercitivo), ed è perciò esercitabile anche qualora «i membri della società civile non partecipino affatto alla legislazione» (Ivi, pp. 117-118).

Nel costituzionalismo razionale di Klein (A questo riguardo Michael Kleensang sottolinea come Klein «richiamandosi a Kant, dichiar[i] una reale autonomia, Selbstgesetzgebung, di secondaria importanza rispetto ad un costituzionalismo della ragione, Konstitutionalismus der Vernunft»: M. Kleensang, Das Konzept der bürgerlichen Gesellschaft bei Ernst Ferdinand Klein. Einstellungen zu Naturrecht, Eigentum, Staat und Gesetzgebung in Preußen 1780-1810, Vittorio Klostermann, Frankfurt/Main 1998, p. 410), inoltre, la libertà civile - funzionale allo sviluppo morale degli individui nella dimensione pubblica - riveste un valore senza dubbio primario rispetto all’altra fondamentale forma di libertà esterna, quella politica. Quest’ultima viene definita da Klein - con terminologia che sarà propria del pensiero costituzionale liberale - come «partecipazione dei cittadini al governo dello Stato, ed in particolare alla legislazione» (Grundsätze der natürlichen Rechtswissenschaft, cit., § 539, p. 277).

Il giovane Humboldt riprende tale concetto in termini simili: l’unica lieve differenza, che si può riscontrare rispetto alla definizione kleiniana, risiede in una maggiore sottolineatura della dimensione internazionale. Nella sua rielaborazione del corso di diritto naturale, Humboldt definisce, infatti, la libertà politica come «l’indipendenza di un popolo da un altro o l’influenza che il popolo stesso ha sul governo dello Stato» (Aus Kleins Vorträgen, cit., p. 502, dalla sintesi di Leitzmann). Tuttavia, in tale opera, anche per questa parte accessibile alla lettura nella sola forma di sintesi del curatore (Cfr. supra, nota 3), Humboldt non sembra dedicare nessuna altra diretta osservazione al concetto di libertà.

Per converso, in Libertà e proprietà Klein aveva delineato con precisione il rapporto fra la libertà politica e la libertà civile, assegnando alla prima una funzione meramente ausiliaria rispetto alla seconda. Per Klein, «il nocciolo della questione» è «che si può attribuire un valore alla libertà politica, soltanto nella misura in cui sia idonea a sostenere la civile» (Freyheit und Eigenthum, cit., p. 164). Dato l’evidente rapporto di subordinazione dei diritti politici a quelli di natura civile, non vi è dunque «motivo di lagnarsi della mancanza della libertà politica, finché si goda effettivamente della civile» (Ibidem). E proprio lo Stato prussiano è giudicato da Klein essere il fedele garante della libertà dei cittadini, tanto che egli fa dire a Cleone, il personaggio del suo dialogo nel quale maggiormente s’identifica: «chi allora viva in una monarchia, nella quale la libertà civile è rispettata, non ambirà diventare repubblicano» (Ibidem).

Ciò perché nel costituzionalismo morale di Klein un’amministrazione razionalizzata ed efficiente della giustizia, sostenuta dal senso di lealtà del cittadino verso le istituzioni, è pienamente in grado di compensare la mancanza di partecipazione politica (sulla stessa linea interpretativa cfr. E. Hellmuth, Naturrechtsphilosophie und bürokratischer Werthorizont, cit., spec. p. 262). «Se lo Stato ha buone leggi che non limitino senza necessità la libertà civile, e se regna l’ordine nell’amministrazione dello Stato, cosicché per questa via i funzionari statali siano nell’impossibilità di operare contro le leggi; allora importa poco se io, milionesima parte della società, abbia avuto o meno voce [nell’emanazione] di queste leggi giuste» (Freyheit und Eigenthum, cit., p. 118).

In sostanza, nella politica morale kleiniana, il pieno godimento dei diritti civili, salvaguardati dalla presenza di leggi giuste, in quanto manifestazioni di «volontà razionale» (vernünftiger Wille) (Cfr. ivi, pp. 168-169: «[…] tanto la volontà del principe, quanto quella dell’Assemblea nazionale sono vincolanti per la nazione non come volontà propria, bensì come volontà razionale»), esonera il cittadino dall’impegno di controllare il processo di formazione delle norme giuridiche: «sotto la tutela delle leggi io posso […] essere libero senza aver contribuito in nulla alla produzione di queste (stesse) leggi. Invero ciò che conta è che le leggi siano eque» (Ivi, p. 119). In sintesi, nel pre-liberalismo di Klein - nel quale la libertà di partecipazione al governo dello Stato è subordinata alla libertà civile - il consenso politico si scioglie nella concordanza fra ragione individuale e forma razionale di una legge creduta giusta; in breve, nell’intima adesione morale ad essa.

All’interno del commento di Humboldt alle lezioni di diritto naturale si possono leggere, invece, soltanto le definizioni di libertà civile e di libertà politica, precedentemente esaminate, le quali peraltro il giovane allievo mutua da Klein, senza sottoporre ad alcuna revisione critica. Di conseguenza, negli appunti di Humboldt non è rintracciabile né la precisazione del nesso tra la libertà morale e la libertà civile, né
tantomeno la definizione del rapporto intercorrente tra le due forme di libertà esterna; definizioni, queste, che il suo maestro aveva, invece, chiaramente formulato.

Nonostante ciò, proprio la distinzione operata da Klein fra la libertà interiore (o Bildung) e le due forme di libertà esteriore (la civile e la politica) è riconoscibile nella struttura del Saggio sui limiti dell’azione dello Stato.

Difatti, nell’opera politica maggiore di Humboldt è implicita una gerarchizzazione uomo-cittadino-Stato, avente al vertice il primo termine: il cittadino non deve mai prevalere sul Mensch, come individuo in formazione, né tantomeno lo Stato sul cittadino. Ciò rivela il tratto fondamentalmente unpolitisch (In questa sede non è il caso di affrontare un tema tanto vasto e complesso, quale quello dell’unpolitisch, più volte ripreso, e con connotazioni non sempre costanti, nella cultura tedesca. Tuttavia, va qui soltanto rilevato come la nozione di unpolitisch riassuma, meglio di ogni altra, il carattere «politico» dello spirito tedesco. Magistrale è la trattazione che ne fa Thomas Mann nelle sue Betrachtungen eines Unpolitischen, Fischer Verlag, Berlin 1918, trad. it. a cura di M. Marianelli e M. Ingenmey, Adelphi, Milano 1997, le cui tesi fondamentali - eccezion fatta per taluni accenti patriottici, e nonostante la sua polemica decadentistica contro l’eredità politica dell’illuminismo francese - trovano non poche concordanze con la posizione teorico-politica riscontrabile in Humboldt) della riflessione humboldtiana sullo Stato, nella quale centrale è la considerazione dell’individuo, assunto nella sua qualità di uomo, e non di solo cittadino. Tipico esponente di quell’umanesimo, che caratterizza la Aufklärung sul piano politico, Humboldt ritiene, infatti, che il civis non debba mai spogliarsi della sua veste di uomo, ma viceversa l’individuo - ‘formato’ (gebildet) e consapevole della propria umanità (Menschheit) - debba «entrare nello Stato», in quanto «la costituzione statale dovrebbe, per così dire, sperimentarsi su di lui» (Ideen, cit., p. 144). In tal modo, nel liberalismo di Humboldt le stesse indisturbate finalità morali degli individui dovrebbero assurgere a scopo dello Stato, nel senso che «ogni legislazione» sarebbe tenuta a «prendere le mosse dalla formazione del cittadino in quanto uomo» (H. Klenner, Humboldts Staat als Rechtsinstitut des Menschen, Postfazione a W. von Humboldt, Menschenbildung und Staatsverfassung. Texte zur Rechtsphilosophie, hrsg. von H. Klenner, Rudolf Haufe Verlag, Freiburg-Berlin 1994, p. 326).

La centralità dell’individuo, costantemente impegnato nel processo di edificazione della propria personalità, segna dunque in Humboldt la netta prevalenza della libertà morale interiore (o Bildung) sulle due forme di libertà esterna.

Difatti, al pari del suo maestro Klein, il quale aveva ravvisato nella libertà interiore - vale a dire nell’illimitata attività dello spirito e nel dominio della ragione sugli impulsi sensibili (Cfr. supra, nota 24) - «il massimo scopo al quale si deve tendere» (Freyheit und Eigenthum, cit., p. 93), Humboldt individua nel libero sviluppo della personalità l’autentico fine dell’uomo: «il vero scopo dell’uomo […] è il
supremo e più proporzionato sviluppo (Bildung) delle sue forze in una totalità» (Ideen, cit., p. 106. Nell’interpretazione di Fulvio Tessitore, Humboldt si porrebbe con ciò come lo scopritore della «destinazione etica della legislazione e della politica»: F. Tessitore, L’etica di Humboldt e l’idea di perfezione, in Id., Comprensione storica e cultura. Revisioni storicistiche, Guida Editori, Napoli 1979, p. 104. Dello stesso autore cfr. l’Introduzione al volume, a cura sua e di G. Moretto: W. von Humboldt, Scritti Filosofici, UTET, Torino 2004, pp. 968 ed inoltre F. Tessitore, Wilhelm von Humboldt und der “Historismus”, in Id., Kritischer Historismus. Gesammelte Aufsätze, Böhlau Verlag, Köln-Weimar-Wien 2005, pp. 1-17). Ed è proprio nella definizione del concetto di Bildung, nonché del rapporto intercorrente fra la ragione e la sensibilità, che si fa più evidente l’influenza del giusnaturalismo prussiano di Klein sul giovane allievo. Tant’è vero che come per Klein la ragione svolgeva lo specifico compito di controllare ed armonizzare gli stimoli sensibili (Cfr. ancora una volta supra, nota 24), così per Humboldt la ragione è il «governo della forza» (A. Leitzmann, Hrsg., Politische Jugendbriefe Wilhelm von Humboldts an Gentz, in «Historische Zeitschrift», Bd. 152, 1935, p. 52. Sul punto cfr., inoltre, Freyheit und Eigenthum, cit., p. 92), vale a dire il peculiare principio di coordinazione delle energie individuali.

Tuttavia la Bildung, come progresso coltivato del carattere, non può attuarsi in solitudine, postulando essa «il collegamento con gli altri» (Ideen, cit., p. 107) nella società. Unicamente «per mezzo di associazioni […] l’uno può appropriarsi della ricchezza dell’altro» (Ibidem). Con ciò Humboldt pone in rilievo l’ineliminabile importanza del momento intersoggettivo, il quale solo può consentire il realizzarsi dell’«azione reciproca» (Wechselwirkung) fra gli individui al fine di una compiuta edificazione delle loro personalità morali.

Anche nella delineazione di questa tappa fondamentale nell’itinerario di formazione interiore Humboldt sviluppa ed approfondisce una tesi già sostenuta nella teoria wolffiana del diritto naturale, e a lui giunta per intermediazione di Klein.

Quest’ultimo riteneva che unicamente per mezzo di una vita sociale esplicantesi nella libera comunicazione dei sentimenti e delle idee (Cfr. E. F. Klein, Ueber die Natur der bürgerlichen Gesellschaft, in Id., Kurze Aufsätze über verschiedene Gegenstände, Halle 1797, p. 77), si potesse «non soltanto giungere ad acquisire cognizioni utili, ma anche […] a rafforzare e a nobilitare le forze medesime» (Ivi, p. 61). Nella concezione kleiniana, insomma, «l’uomo formato» (der gebildete Mensch) coincideva senz’altro con l’uomo sociale (Cfr. ivi, p. 60: «[…] der gebildete, oder welches hier gleich viel ist, der gesellige Mensch»). Di conseguenza, se per Klein la formazione del proprio carattere richiedeva necessariamente «l’aiuto reciproco» (die wechselseitige Hülfe) (Cfr. ivi, p. 61: «[…] nella società civile lo scopo più evidente della vita sociale è l’aiuto reciproco»), allora - come egli afferma - «colui che non simpatizzi affatto con la società è in essa ancor più solitario che nella sua propria stanza» (Ivi, p. 62: «[…] wer mit der Gesellschaft gar nicht sympathisirt, ist mitten in derselben einsamer als in seinem Zimmer»).

Tuttavia - come si è già detto - la centralità della dimensione sociale per un pieno adempimento del dovere di perfezionare se stessi costituiva uno degli assunti principali del giusnaturalismo wolffiano. Difatti, sottolineando come la concretizzazione dei doveri erga seipsum (quelli che prescrivono il perfezionamento del sé) non potesse che risultare dal collegamento di questi con i doveri erga alios, Wolff aveva sostenuto che «nemo hominum solus se statumque suum perficere potest» (C. Wolff, Philosophia Practica Universalis methodo scientifica pertractata, in Id., Gesammelte Werke, a cura di M. Thomann, Georg Olms Verlag, Hildesheim-New York 1971, Bd. 10, pars I, caput II, § 220, p. 174). Ciò perché il perfezionamento della personalità dell’homo moralis wolffiano esigeva necessariamente l’aiuto degli altri, non potendo che risultare dal convergere delle forze dei consociati (Cfr. ibidem: «[…] sed unusquisque aliorum indiget auxilio, nec nisi conjunctis viribus perfectio ista obtineri potest»).

La sottolineatura della socialità, come condizione indispensabile per un completo ed armonico sviluppo dell’individualità equivaleva, in autori come Klein, a porre il necessario collegamento fra la libertà interiore e quella esteriore: la prima non si sarebbe potuta conservare, né accrescere in mancanza della seconda (Cfr. ancora una volta Freyheit und Eigenthum, cit., p. 96: «la conservazione e l’accrescimento della libertà interiore è impossibile senza l’esteriore»). Seguendo anche su questo punto il suo maestro di diritto naturale, Humboldt concepisce la libertà come «la prima ed indispensabile condizione dello sviluppo interiore» (Ideen, cit., p. 106: «Zu dieser Bildung ist Freiheit die erste, unerlassliche [sic!] Bedingung»). In questo famoso passo delle Ideen, il termine ‘libertà’ - come traspare d’altronde dall’intero scritto - va interpretato come lo spontaneo associazionismo delle componenti della nazione, vale a dire come libertà civile.

Per comprendere appieno la visione humboldtiana della libertà, occorre tuttavia tener presente la sua ben nota concezione minimale dello Stato, come istituto giuridico (Cfr., nella vasta letteratura sul tema, soltanto G. Evers, Wilhelm von Humboldts Ideen zu Staat und Recht, Juristische Dissertation, Köln 1961; S. A. Kaehler, Wilhelm v. Humboldt und der Staat. Ein Beitrag zur Geschichte deutscher Lebensgestaltung um 1800, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1963; H. Klenner, Humboldts Staat als Rechtsinstitut des Menschen, Postfazione, cit., a W. von Humboldt, Menschenbildung und Staatsverfassung, cit., p. 318; dello stesso Klenner cfr. anche l’antologia di scritti humboldtiani, da lui curata ed introdotta: W. von Humboldt, Individuum und Staatsgewalt. Sozialphilosophische Ideen, Verlag Philipp Reclam jun., Leipzig 1985. Sullo Stato minimo humboldtiano si rinvia, inoltre, alle considerazioni di J. Lekschas, Zur Staatslehre Wilhelm von Humboldts. Reflexionen über seine Schrift: “Ideen zu einem Versuche, die Grenzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen”, Akademie Verlag, Berlin 1981; F. Tessitore, I fondamenti della filosofia politica di Humboldt, Morano, Napoli 1965, spec. pp. 98-128. Sulla posizione assunta da Humboldt nel dibattito tedesco di fine Settecento sullo scopo dello Stato, cfr. V. Fiorillo, Politica ancilla juris, cit., spec. pp. 39-66 e ad Id., Wilhelm von Humboldt ed il tardo giusnaturalismo. Lo scopo dello Stato: felicità o sicurezza?, in F. Sciacca (a cura di), Studi in memoria di Enzo Sciacca. Liber Amicorum, vol. II, Giuffrè, Milano 2008, pp. 79-92; nella sua versione tedesca, in V. Fiorillo-F. Grunert, Hrsg., Das Naturrecht der Geselligkeit. Antike Traditionen und moderne Anthropologie im 19. Jahrhundert, Duncker und Humblot, Berlin, p. 20), vale a dire come quell’«istituto, che garantisce la libertà conforme alla legge dell’uomo» (C. M. Sauter, Wilhelm von Humboldt und die deutsche Aufklärung, Duncker und Humblot, Berlin 1989, p. 362) per mezzo dell’imparziale applicazione del diritto nella società civile. «Ciò su cui principalmente riposa la sicurezza dei cittadini nella società è il conferimento allo Stato dell’applicazione del diritto, sottratto così alle sue esecuzioni arbitrarie» (Ideen, cit., p. 202). Lo Stato humboldtiano, come istituto di sicurezza (ben conosciuta è la definizione humboldtiana di sicurezza, come «certezza della libertà conforme alla legge», ivi, p. 179. A tal proposito, è ipotizzabile che il giovane Humboldt sia stato indotto ad abbandonare l’eudemonismo illuministico a favore di una concezione dello Stato, come istituto di sicurezza, ad opera di Christian Wilhelm von Dohm, suo precettore di economia politica negli anni 1785-86. Quest’ultimo, infatti - nonostante la critica da lui mossa alla fisiocrazia in Über das Physiokratische System, Vienna, 1782, - s’ispirava largamente a questa teoria, per la quale - com’è risaputo - la realizzazione della felicità coincideva con il semplice rispetto dell’ordre naturel, vale a dire di quella sfera di diritti naturali, ancora fruibili dagli individui all’interno della società civile a condizione della non-ingerenza dello Stato. Difatti, nel corso di un colloquio svoltosi nel 1789 tra Humboldt e Dohm, quest’ultimo sottopone all’attenzione del giovane allievo la constatazione, secondo cui «tutti i mezzi che gli uomini impiegano per conseguire il loro benessere fisico, intellettuale e morale prosperano meglio senza, anziché con l’ingerenza dello Stato; così l’agricoltura, le fabbriche, il commercio, la cultura, la moralità»: W. von Humboldt, Tagebuch der Reise nach Paris und der Schweiz, 1789, in Id., G. S., cit., vol. XIV, pp. 90-91. La rielaborazione humboldtiana delle lezioni di economia politica ascoltate da Dohm sono contenute in W. von Humboldt, Aus Dohms nationalökonomischen Vorträgen, 1785-1786, in Id., G. S., cit., vol. VII, pp. 507-542. Per un profilo dell’attività scientifica e politica di Dohm si rinvia a I. Dambacher, Christian Wilhelm von Dohm. Ein Beitrag zur Geschichte des preußischen aufgeklärten Beamtentums und seiner Reformbestrebungen am Ausgang des 18. Jahrhunderts, Herbert Lang-Peter Lang, Bern-Frankfurt/Main 1974. Su tale autore cfr. inoltre E. Tortarolo, La ragione sulla Sprea. Coscienza storica e cultura politica nell’illuminismo berlinese, il Mulino, Bologna 1989, spec. pp. 172-187. Sul rapporto Humboldt-Dohm, cfr. Politica ancilla juris, op. cit., pp. 55-59), prosegue, dunque, quel processo di assimilazione del diritto allo Stato, che aveva costituito uno degli aspetti più cospicui del progetto prussiano di razionalizzazione dell’apparato burocratico. Tale progetto era stato, tra l’altro, grandemente favorito dalla tendenza all’interiorizzazione dei doveri d’ufficio da parte degli stessi funzionari (sull’ideologia degli amministratori prussiani d’Ancien Régime si rinvia per tutti ad E. Hellmuth, Naturrechtsphilosophie und bürokratischer Werthorizont, cit.; sul dovere, quale categoria centrale della politica nella Germania illuministica, cfr.  V. Fiorillo, Autolimitazione razionale e desiderio. Il dovere nei progetti di riorganizzazione politica dell’illuminismo tedesco, cit.). Su tali basi, riducendo la sua attività alla regolamentazione giuridica dei rapporti sociali, lo Stato si configura in Humboldt, come «uno strumento necessario» ed anzi - tenuto conto delle inevitabili restrizioni della libertà che esso comporta - come «un male necessario» (Ideen, cit., p. 236) allo scopo di consentire e tutelare la libertà civile.

A partire da una siffatta concezione minimale dello Stato, la stessa categoria di libertà civile registra, in Humboldt, un peculiare ampliamento del suo campo operativo, specialmente se confrontato con l’estensione della medesima categoria in Klein.

Come abbiamo visto, infatti, in quest’ultimo la libertà civile, inserita nel contesto di uno Stato interventore, si esauriva nella facoltà strettamente personale del cittadino, indirizzata a porre le condizioni esteriori del proprio benessere materiale e spirituale (Cfr. ancora Freyheit und Eigenthum, cit., p. 118). La libertà civile si dispiegava essenzialmente nello spazio lasciato libero dall’intervento eudemonistico del governo.

Con il superamento teorico del Wohlfahrtsstaat, invece, Humboldt costruisce un modello di Stato, strumentalmente sottoposto al «libero operare della nazione», come al suo proprio scopo (Cfr. Ideen, cit., p. 236). Nelle Ideen netta è l’opzione teorica a favore delle associazioni nazionali (Nationalanstalten), paragonate alle istituzioni dello Stato: «alle singole parti della nazione e alla nazione tutta intera deve essere data la libertà di vincolarsi mediante contratti» (Ivi, p. 131. Nel suo scritto giovanile sul diritto di natura, Humboldt aveva interpretato la nazione in senso etnico-culturale, definendola come quell’entità comprensiva di «tutti coloro che hanno la medesima origine, lingua e costumi»: Aus Kleins Vorträgen über Naturrecht, cit., p. 501, dalla sintesi di Leitzmann. Viceversa, nelle Ideen del 1792 il concetto di nazione acquista caratteri più spiccatamente socio-politici, indicando complessivamente l’unità indistinta dei diversi ceti ed aggregati sociali. Otto Vossler interpreta il concetto humboldtiano di nazione, accentuandone gli aspetti unitari, come «individualità collettiva […], come l’unità del singolo uomo con la collettività nella comunità creativa»: O. Vossler, Humboldt und die deutsche Nation, «Leipziger Universitätsreden», Heft 7, 1941, p. 22. Concorda con Vossler Hagen Schulze, quando afferma che «se vi è un carattere nazionale tedesco, allora la nazione deve essere più che la somma dei suoi membri. L’idea di “germanesimo” […] appare [ad Humboldt] nella realtà come individualità collettiva»: H. Schulze, Humboldt oder das Paradox der Freiheit, in B. Schlerath (Hrsg.), Wilhelm von Humboldt. Vortragszyklus zum 150. Todestag, Walter de Gruyter, Berlin-New York 1986, p. 159. Sul tema mi sia consentito, infine, di rinviare a V. Fiorillo, La nazione, quale comunità creativa del soggetto: tensione morale ed energia vitale nel neoumanesimo politico humboldtiano, in «Teoria Politica», XVIII, n. 3, 2002, pp. 143, 159). Se confrontate con gli enti di formazione statale, infatti, nelle società della nazione «vi è maggiore libertà di adesione, di scioglimento e di modificazione» (Ideen, cit., p. 131) del vincolo obbligatorio.

Ed è precisamente l’operare delle associazioni nazionali a costituire, secondo Humboldt, la sede ampliata di esplicazione della libertà civile. In altri termini, la nazione si offre come l’ambito pubblico, libero dallo Stato, nel quale i cittadini - mediante un’indisturbata attività associazionistica e di contrattazione - fanno valere i loro interessi particolari in una dimensione collettiva. La nazione si costruisce, insomma, come il luogo privilegiato di esercizio dei diritti civili.

Premesso, dunque, che il libero associazionismo della nazione è concepibile solo in assenza dello Stato, il quale, a sua volta, deve autolimitarsi alla garanzia dell’ordine pubblico, allora la libertà, come partecipazione politica, non risulta essere del tutto coerente con i fondamenti teorici del liberalismo di Humboldt. In sostanza, per il filosofo la partecipazione dei consociati alle questioni pubbliche non si risolveva in una «partecipazione del popolo agli affari dello Stato», bensì in una «questione di autonomia amministrativa, di Selbstverwaltung» (U. Rabe, Der Einzelne und sein Eigentum. Individualität und Individuum bei Wilhelm von Humboldt, Universitätsverlag Dr. N. Brockmeyer, Bochum 1991, p. 51. A dimostrazione di come già per Klein la libertà dei cittadini dovesse esplicarsi attraverso forme di autogoverno civile, si ricordi il suo progetto volto ad istituire all’interno della sfera della Öffentlichkeit, distinta dallo Stato, una «associazione di giustizia», Justiz-Association, con specifici compiti di sicurezza, la quale doveva basarsi su un contratto volontario fra privati. In tal modo, precorrendo significativamente la teorizzazione humboldtiana di forme di amministrazione autonoma della società civile, da affidare alle associazioni nazionali soprattutto nel campo della prevenzione degli illeciti, cfr. Ideen, cit., pp. 131, 220-221, «Klein voleva che si formasse un’associazione giuridica tra un certo numero di famiglie, le quali si impegnavano a scegliere dal proprio interno, attraverso progressive esclusioni, tre arbitri incaricati di volta in volta di giudicare un determinato motivo di dissenso tra due membri dell’associazione»: E. Tortarolo, La ragione sulla Sprea, cit., p. 199. Su questo progetto kleiniano di un’autonoma risoluzione delle controversie civili per mezzo di giudici arbitrali di provenienza non statale ritorna anche S. Amato, Gli scrittori politici tedeschi e la Rivoluzione francese, 1789-1792, Centro Editoriale Toscano, Firenze 1999, pp. 171-173).

Esemplificativa dell’indiscussa prevalenza della libertà civile su quella politica è l’affermazione di Humboldt, per cui «la libertà della vita privata aumenta sempre nell’esatto grado in cui diminuisce quella pubblica» (Ideen, cit., p. 102). Con ciò egli trae una delle possibili conseguenze da quella tesi di Klein, secondo cui l’indisturbata fruizione dei diritti civili, garantita dall’imparzialità della legge, compenserebbe la mancata partecipazione al governo. L’estendersi della libertà «pubblica», da intendersi qui come politica, presupporrebbe, invece, proprio ciò che Humboldt paventa: l’educazione pubblica volta a formare sin dall’infanzia l’uomo come cittadino (Cfr. ivi, p. 143). In altri termini, la pratica dei diritti politici implicherebbe inevitabilmente l’acquisizione da parte dell’individuo di un livello di specializzazione, che condurrebbe in ultima istanza a sacrificare l’uomo al cittadino (Cfr. ibidem). Unicamente la libertà civile, dunque - limitandosi a trasporre l’esercizio dei diritti naturali nella dimensione collettiva della nazione - esigerà dall’individuo così poche «qualità particolari», da permettergli di «conservare la forma naturale di uomo» (Ibidem). In sostanza, per lo Humboldt erede dello Spätnaturrecht, l’attivazione della libertà di partecipare all’amministrazione dello Stato avrebbe posto al centro della costruzione politica non tanto l’uomo, quale soggetto morale assiduamente impegnato nella formazione della propria individualità, quanto piuttosto il cittadino, quale soggetto politico unilateralmente specializzato nella tecnica di gestione del potere, la quale avrebbe finito per frapporre ostacoli al libero perseguimento delle sue personalissime finalità morali.

Su tali basi, riproducendo all’interno della sua opera politica maggiore lo schema di gerarchizzazione tra le forme di libertà elaborato da Klein, Humboldt unisce ad una sostanziale svalutazione della libertà politica la stretta interdipendenza fra la libertà civile-esteriore e la libertà interiore (o Bildung), nella quale la prima viene fissata quale condizione di esistenza della seconda. Dall’assoluta centralità della libertà morale, infine - centralità, peraltro, già sottolineata da Klein - discende che nell’umanesimo politico humboldtiano «il vero sovrano» sia l’uomo e che pertanto lo Stato debba «servire l’individuo e quei suoi scopi che lo conducono alla libertà» (D. Spitta, Grundzüge einer mitteleuropäischen Staatsidee. Die Bedeutung Wilhelm von Humboldts und Rudolf Steiners für ein neues Staatsdenken, in S. Leber, Hrsg., Der Staat. Aufgaben und Grenzen. Beiträge zur Überwindung struktureller Vormundschaft im Rechtsleben, Verlag Freies Geistesleben, Stuttgart 1992, p. 334).

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