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Il termine anatocismo, formato in greco dal prefisso “anà”, “in alto, verso l’alto” e da “tòxos”, “prodotto” è la tassa sulla tassa che l’usuraio pretende nella “capitalizzazione degli interessi di una somma data a prestito” (N. Zingarelli, “Vocabolario della lingua italiana”, Ed. Zanichelli, Bologna 1958). Perciò è detto anche “usura dell’usura” (ibid.) in quanto “aggiunzione, al capitale, degli interessi maturati” (ibid.).

L’“anatocismo” è in fondo una degenerazione della tassazione: l’applicazione di sempre crescenti tasse attraverso le leggi degli odierni scribi - ovvero i politici – ha prodotto sempre maggiori ingiustizie in quanto costoro procedendo secondo una logica astratta non tengono conto della vera logica o logos. Il “logos”, cioè il Cristo (involucro di ogni io umano detto anche “Figlio dell’uomo” o “Io sono”), dichiara già oltre duemila anni fa che “il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato” e quindi la vera logica dovrebbe consistere nella non applicazione di leggi ingiuste (epicheia o politica del Cristo).

Per non cadere dunque nell’ingiustizia occorre partire dall’io, cioè dal Logos. Secondo questa logica se ad esempio sulla moneta c’è l’effige di Cesare significa che la moneta è sua, dunque occorre restituirla a Cesare… Questo del resto compare nei vangeli di duemila anni fa.

Oggi però secondo un ragionamento logico nel clima sociale di democrazia Cesare è ogni io. Quindi io non devo nulla ad alcuno.

Due mila anni fa, pur se Cesare era ancora imperante, il Logos non diceva cose diverse da quelle che dovrebbero essere dette oggi (Matteo 22,17-2; Marco 12,13-17; Luca 20,20-26). 

Nei vangeli compare infatti un’interessante botta e risposta tra Cristo e Pietro sulle tasse: arrivati a Cafarnao, Cristo e discepoli sono fermati dagli esattori, che chiedono loro il pagamento di un’imposta. Pietro chiede a Cristo se è giusto sottomettersi a tale pagamento. La risposta di Cristo è maieutica: “I re della terra da chi esigono i tributi e le tasse? Dai loro sudditi o dagli stranieri sottomessi? “Dagli stranieri”, risponde Pietro. “Allora noi che siamo sudditi - replica Gesù - non dovremmo pagare per questo tributo”. Successivamente, però, il Cristo, con una specie di miracolo - ecco la modalità, per chi ha orecchi per intendere -, insegna a prelevare moneta per i tributi dalla “liquidità” del mare (Matteo 17,24-27; Marco 12:13-17; Luca 20,20-26).

E se si pensa che Gesù di Nazaret fu giustiziato innanzitutto per sedizione antitributaria, dato che “istigava a non pagare i tributi a Cesare” (Luca 23,2), l’esistenza del concetto di anatocismo è implicitamente un’accusa al mondo cattolico, la cui politica cesaropapista è del tutto opposta a quella del Logos che oggi dovrebbe essere quella epicheica di “incitamento all’evasione fiscale”.

I credenti che in piazza S. Pietro acclamano al Papa sono persone “drogate” dalla chiesa cattolica che dal pulpito ne controlla le coscienze da due millenni pilotandole dove vuole. Se costoro leggessero almeno i vangeli troverebbero di non chiamare nessuno “Padre” su questa terra. Invece costoro acclamano al “Santo Padre”, così come un tempo si acclamava il Faraone.

Come la fede in una dottrina di fede è tautologica in quanto la fede in una Fede è una ripetizione del medesimo concetto, così l'anatocismo è tautologico in quanto usura sull’usura.

Chi crede giusto oggi pagare un anatocismo o avere fede in una "Fede" è un deficiente di pensiero, che in nome della propria appartenenza religiosa o politica rimuove del tutto il proprio giudizio critico: come il tossicodipendente si sente forte perché sente di avere la "sostanza" nel sangue, così il credente si sente forte perché sente di avere "Dio" nel cuore. E come il drogato di materia “sa” (crede di sapere) che contro "il potere della sostanza" non si può andare, così il drogato di dottrina “sa” (crede di sapere) che contro "il potere di Dio" non si può andare.

La differenza fra il credente e il non credente o la differenza fra lo statalista e il non statalista è sostanzialmente come la differenza fra un drogato e un non drogato.

Uno crede nello spirito. Un altro dice: “Ciò di cui parli quando dici di credere nello spirito esula dal mio campo di indagine, perché secondo me lo spirito non può essere investigato”. Così dicendo quest'ultimo dimostra un’onestà intellettuale non presente nel primo, il quale, non ragionando con l’intelletto ma credendo col cuore, manco inizia l’indagine, né a porsi la domanda se lo spirito possa o no essere creduto o indagato.

Per l’uomo moderno il credere è da questo punto di vista l’illusione di avere qualcosa - lo spirito - che non ha, perché solo quello che si può comprendere si può avere in sé, prendere in sé.

Il credere è giusto per il bambino perché è una fiducia a livello di sentimento, ma questo sentimento, questa credenza che informa la testa dell’adulto è un autoinganno.

Anticamente l’uomo aveva nella percezione del roveto ardente anche la percezione dello spirito, e nel suo rapporto con lo spirito, l’uomo gli chiedeva: “Se mi chiedono chi sei, cioè che nome hai, cosa devo rispondere? Qual è il tuo nome?”. Lo spirito rispondeva “Eié esher eié”, cioè “Io sono l’io sono”. Con la percezione dello spirito era dato anche il suo concetto, cioè: col credere era dato anche lo spirito, l’io. Oggi non è più così.

Finché ci sono le particole si vede ancora qualcosa. Quando l’uomo moderno non vede più nulla o non crede più alla particola come carne di Cristo, egli sperimenta la sua limitatezza là dove termina la percezione, e nessuno può negare che sia giusta l’affermazione della scienza moderna secondo cui c’è conoscenza scientifica solo là dove c’è la percezione.

Oggi, grazie alla scienza, bisognerebbe, più che credere, svelare la rivelazione. Svelare è pensare. Perciò il credente che non pensa perché crede è un passo indietro rispetto al non credente, o all’ateo, o all’uomo aconfessionale, dato che il credente crede alla rivelazione, cioè a qualcosa di velato non una ma più volte. Cioè crede in qualcosa a cui dovrebbe togliere il velo o i veli mediante il proprio pensare.

Di conseguenza, se il credente non si presenta oggi come indagatore, o essere pensante, è come un cretino, o un drogato, che non fa alcun passo avanti, dato che rimuove il proprio giudizio critico in nome di una materia di fede.

Malevolmente disposto verso lo spirito da svelare è pertanto il credente. E ciò nella misura in cui il suo credo gli rimuove il proprio giudizio critico.

Il dogma (di qualsiasi tipo) di pensiero, e la dottrina (di qualsiasi tipo) di pensiero, e il catechismo (di qualsiasi tipo) di pensiero, sono tutti strumenti con cui i pensieri di Stato o leggi (ma si potrebbe dire di Stato&Chiesa, dato che lo Stato è l'intercapedine della Chiesa e viceversa), impediscono la politica del Logos presente nella logica divino-umana come epicheia, consistente nella non applicazione di leggi ingiuste.

Delle due l’una: o si incomincia a percepire lo spirituale oppure non può esservi scienza dello spirituale, perché senza il percepire non può esservi scienza alcuna. Incominciare a percepire il nostro pensare è possibile, perché il pensare è la primigenia realtà spirituale percepibile da ognuno. Solo allora è possibile una scienza sperimentale oggettiva dello spirituale.

Se si arriva a capire questo, e cioè che è scientifico solo ciò che attiene alla percezione, cosa si può fare allora? Entrare nel campo del credere sapendo che siamo nell’era del conoscere e della scienza (precessione equinoziale del punto di primavera nell’Acquario)? No! Perché sarebbe un regredire spiritualmente. Se si comprende ciò, e ciò nonostante si entra ancora nella fede, si è perduti. Perché? Perché la fede non è conoscenza scientifica, e in chiave di fede si può dire tutto quello che si vuole, dato che il Dio che NON si percepisce, ognuno se lo fa a modo suo.

La storia non dimostra forse che non esistono due concetti di Dio che siano andati d’accordo? Non vanno d’accordo perché manca la percezione come riferimento. Quindi dove non c’è la percezione è aria fritta ogni fede in Dio. E se qualcuno oggi dice ancora che la particola è carne, dice una bugia e dimostra di non avere capito alcunché della transustanziazione.

La via allo spirito non è dunque la via della bugia testimoniata con la fede del cuore e in assenza del pensare, ma quella della percezione sovrasensibile, nel cuore, del pensare, che non è bugia, dato che ognuno può in se stesso percepire il pensare.

Se invece non ci si riesce, non si sa pensare. Quindi non si ha il diritto oggi di percepire un angelo, né una sua ala, né alcuna logica di Dio (teo-logia), perché mancandogli il pensare, tutto ciò che uno dice di Dio è privo di fondamento. 

La stessa cosa vale nel campo economico: solo se si prende sul serio la percepibilità della moneta e del capitale come concretizzazioni dello spirito provenienti dal capo umano come capitale si può avere la sua logica cristianizzazione in un organismo sociale trinitarizzato o triarticolato, in cui ogni cittadino-socio possa articolare se stesso nei tre principali sistemi che sorreggono il suo stesso organismo fisico: sistema del capo o della testa (sistema nervoso) per l’economia fraterna; sistema del petto (sistema ritmico respiratorio) per un diritto non anacronistico ma di un'uguaglianza che rispetti lo spirito del tempo presente; e sistema delle membra (o metabolico) per la libertà della cultura. 

Cos'altro è questo se non il sabato per l’uomo di cui parla il Cristo?

Solo chi usa il proprio giudizio critico può accorgersi di queste cose. Il drogato di materia, di mistica, o di ideologia, non può capirle.

Insomma ogni materia non penetrata dal pensiero suscita il suo misticismo, in varie forme, da quella ideologica o partitocratica a quella "teo-ideologica" o religiosa. La mancanza di pensiero indagatore, generando la deificazione della materia, genera il materialismo. Una forma sottile di materialismo è l'idolatria dei simboli, dei nomi, delle giaculatorie, ecc., dei vari “fedeli”, i quali cercano il Logos nella tomba dalla quale invece il Logos continuamente risorge, rinascendo di continuo come intima vita dell'anima, cioè come intima vita della interiore attività dell’uomo.

Il massimo errore in cui può incorrere il credente senza pensiero di oggi è dovuto al fatto che proprio le dottrine che sembrano indicare le vie del Logos, della mistica, e della devozione, gli tolgono la tecnica richiesta dalla sua mutata costituzione interiore in quanto uomo moderno. “L’anima mia” (glorifica il Signore). Oggi si dice “io”: io glorifico. Perché l’io è entrato in me. 

Tali dottrine hanno la funzione di deviare la ricerca del Logos nell'uomo di oggi. Il materialismo che si genera è pertanto quello più occulto, dato che, usando con sicurezza misticamente filologica i nomi dello spirito, ritiene di essere qualcosa di spirituale.

La mistica filologica delle varie fedi e dottrine è quindi mera sublimazione della pedanteria dialettica propria ad un pensare che non è più un pensare, ma che è mera astrazione pensata dai costruttori di dottrine e di dogmi, vincolata cioè alla propria sterilità, malgrado i contenuti esoterici, anch’essi non appartenenti alla vita del pensare, ma a contenuti pensati e memorizzati come specie di logorati quiz.

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