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Parlando di “Genesi”, primo libro biblico, Mauro Biglino fa notare che traducendo letteralmente il primo versetto della Bibbia (generalmente tramandato nella forma: “Dio creò il cielo e la terra”) bisognerebbe parlare di “formazione”, non di “creazione”: «Una sorpresa maggiore attende il traduttore letterale: il racconto della “formazione” dell’uomo. Non a caso si è usato il termine “formazione”: di questo si tratta infatti, e non di “creazione”» (M. Biglino,  “Il dio alieno della Bibbia”, Ed. Uno).

Credo che la traduzione di Biglino sia possibile, anche se, a tutta prima, il titolo di un libro ebraico, antico quanto la (e forse più della) Bibbia, sembra contraddirla. Si tratta del “Sefér Yetzirà”, noto come “Libro della formazione” nel quale, già dal titolo, il concetto di “formazione” è espresso con “yezirà” e non con “barà”.

Certamente si potrebbe tradurre il titolo “Sefér Yetzirà” anche con “Libro della creazione”, dato che nei dizionari dall’ebraico all’italiano e dal caldaico all’italiano i verbi “barà” e “yetzirà” esprimono sia il creare che il formare (letteralmente “barà” è tradotto anche con “inventare”, e perfino con “raccontar frottole”).

Con “barà” si potrebbe parlare giustificatamente anche di “figliazione”: in ebraico, l’uso antico della parola “figlio” è “ben”; per esempio il nome “Benùr” significa “figlio di Ur”. Il termine “ben” presenta però lo stesso concetto anche sotto la forma “bar”. Per esempio “Shim’on bar Ghiyora” significa “Simone figlio di Ghiyora”. Altro esempio: “Bar abbà”, significa “figlio di papà”, “figlio del padre”.

La giustificazione della traduzione letterale del verbo “barà” di Genesi 1,1 potrebbe pertanto consistere, sì, nel termine “formò” come traduce Biglino, ma nel senso di “figliò”, vale a dire nel senso di una “figliazione”.

La domanda ora è: se gli eloìm figliarono l’adàm e se con una parte (tzelàh) del’adàm formarono la donna, chi figliò o formò gli eloìm?

Da questo punto di vista credo che le dichiarazioni di Biglino in merito alla fede nella creazione siano giuste.

In fondo rispecchiano quelle dell’homo sapiens, ben diverse da quelle anacronistiche dell’homo faber. La differenza è enorme:  «La figura di un Dio creatore del mondo risponde al modello arcaico rozzo dell’“homo faber”, di duemilioni di anni fa quando il cervello dell’uomo era di dimensioni dimezzate rispetto all’uomo moderno. [...] Che il mondo universo abbia avuto un inizio non può costituire la prova dell’esistenza di un Dio creatore. Che il mondo abbia avuto un inizio lo dice solo la Bibbia, la fede (San Tommaso, Summa, QXLVI a. II). [Un’altra fede oppone:] “Sappi che il mondo non è stato creato, così come il tempo è senza inizio e senza fine” (Wahagurana, IX sec. a.C.). Perché l’universo non potrebbe essere eterno? Perché dovrebbe essere stato fatto da un Dio collocato in un altro universo, al di là della fisica, nella metafisica, seduto su un trono con attorno ventiquattro vegliardi? Il cosmo nessuno l’ha fatto, c’è e basta, non ha avuto un inizio. Ha in sé tutta la forza, tutta l’energia della sua esistenza, tutto il significato del suo esistere. L’universo è “causa sui”, causa a se stesso. Autocreazione. [...] La realtà è “ab aeterno” [...]. Lo slogan causale, molto popolare, facilmente accettato: “se c è qualcosa, vuol dire che qualcuno l’ha fatta”, è un argomento accettato agevolmente perché oggetto costante della nostra esperienza, non è però un argomento per dimostrare l’esistenza di un Dio-causa. L’universo potrebbe non aver avuto un inizio. Chi ha detto che l’universo non potrebbe essere eterno?» (Mario Bacchiega, “Concilio di Calcedonia (451). Chiesa lacerata e politeista”, Ed. Bastogi, Foggia 2013, pp-121-122; www.bacchiega.it).

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