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19/10/2014: Bergoglio canonizza Montini.

La domanda è: facendolo santo sapeva o non sapeva le avventure della chiesa di Pacelli e di Montini durante lo sterminio nazista degli ebrei?

Mentre in tutti i paesi invasi dalle armate tedesche la persecuzione degli ebrei era sempre più feroce, la chiesa di Pacelli e Montini scriveva con cinismo le seguenti parole piene di ipocrisia e di intolleranza (io almeno le sento tali): “Il Venerdì santo di ogni anno, la Chiesa, al ricordo del tremendo deicidio da questo popolo commesso, prega per lui, chiedendo a Dio che sia tolto il velo che impedisce agli ebrei di vedere la verità, che il loro cuore si converta, che cessi il loro accecamento, e riconoscano infine Gesù, la luce vera che illumina ogni uomo vivente a questo mondo. Ad imitazione della Chiesa, preghiamo anche noi oggi il Signore per il ravvedimento e la conversione di questo popolo, perché anch’esso, in quest’ora di tutte le prove, senta più vivo che mai l’anelito verso quel Cristo che in esso volle prendere la sua natura umana, in cui tanta pane delle sue speranze si polarizzarono un dì” (“Il ravvedimento e la conversione del popolo ebrei”, art. del 24/01/1941 di Aristide Brunello). 

In altre parole, mentre i nazisti confezionavano suppellettili fatte di pelle umana, la pelle degli ebrei massacrati, quella chiesa pregava dicendo: così imparano a riconoscere Gesù Cristo, anziché crocifiggerlo…

Il 5 gennaio del 1964, in risposta al presidente Sharar, alla fine del suo viaggio in Palestina, Montini, oggi fatto santo dal Bergoglio dichiarava: “Noi nutriamo verso tutti gli uomini e tutti i popoli soltanto pensieri di benevolenza. La Chiesa, infatti, li ama tutti ugualmente. Il nostro grande predecessore, Pio XII, lo affermò energicamente ed a più riprese durante l’ultimo conflitto mondiale, e tutti conoscono ciò che egli fece per la difesa e la salvezza di quanti erano provati, senza distinzione alcuna. Tuttavia, voi lo sapete, contro la memoria di questo Grande Pontefice si son voluti gettare sospetti e perfino accuse. Siamo felici di aver l’occasione di affermarlo in questo giorno e in questo luogo: nulla di più ingiusto di questo attentato ad una così venerabile memoria”.

I gesuiti così commentavano: “In queste parole del Papa, la stampa ha creduto di scorgere un accenno indiretto alle accuse avanzate da taluni contro la condotta di Pio XII nella questione degli ebrei, in riferimento al lavoro teatrale IL VICARIO, che tanto giusta indignazione suscitò in Germania e nella Svizzera, e sta ora suscitando in Francia” (“Civiltà cattolica” del 18/01/1964).

Questi pensierini di benevolenza, in nome di uno strano amore uguale per tutti gli uomini (tanto per i carnefici che per le loro vittime) e per tutti i popoli (tanto per gli aggressori che per gli aggrediti), sono gli stessi che oggi hanno addirittura santificato Montini.

E ciò è la conferma che la chiesa cattolica continua il suo perfetto doppiogiochismo: da un lato predica la pace nel mondo e, dall’altro non esclude la pena di morte e la “guerra giusta” dal suo catechismo (articoli 2266 e 2267 del catechismo cattolico).

Possibile che Bergoglio non ricordi la voce di tutti coloro che si indignarono contro Pacelli e Montini, suo braccio per quello che avrebbero potuto e dovuto fare e non fecero per la difesa e la salvezza degli ebrei?

La santificazione di Montini colma la misura dell’iniquità di questa organizzazione di delinquenti che è la chiesa cattolica!

“Mai, durante la guerra, si udì una chiara parola del Santo padre contro il nazionalsocialismo; mai una sua parola di condanna delle stragi dei polacchi e degli ebrei, né dei campi di sterminio, né di tutti gli altri raccapriccianti orrori, di cui - più di qualsiasi altro uomo politico - Pio XII era a conoscenza, per i dettagliati rapporti che riceveva dal clero dei paesi belligeranti e dagli ambasciatori accreditati presso la Santa sede” (Ernesto Rossi, “Il manganello e l’aspersorio” Ed. Parenti, Firenze 1958).

“E - somma ingiuria agli ebrei presenti, tra i quali erano i superstiti della strage inumana - Paolo VI non ha osato (a Gerusalemme!) chiamare le vittime col loro nome; ma ha parlato ambiguamente della “carità” che Pio XII aveva fatto ai “provati”. Ma se quello aveva, evitando di nominare gli ebrei nel 1943, la sua “ragione”, per non irritare Hitler, o per difendere il suo stesso gregge da quel feroce lupo, di quale lupo teme il Papa oggi? Vuol forse ingraziarsi il re Hussein di Giordania, a cui ha augurato, all’arrivo ad Amman, di essere “onorato dal suo popolo”, citando l’Epistola di S. Pietro? O teme forse Paolo VI di offendere Nasser - che non è certo da considerarsi oggi un baluardo dell’occidente contro il comunismo - schierandosi troppo palesemente dalla parte dei perseguitati ebrei di vent’anni fa?” (Leo Levi, “Il ritorno di Paolo e la pace in terra”, in “Il Ponte”, ultimo fascicolo, 1/1964).

Pochi giorni prima di assumere il nome di Paolo VI, il cardinale Montini indirizzò al direttore di “Tablet” una lettera (pubblicata sul fascicolo della rivista inglese del 29 giugno 1963), in cui affermava che la figura di Pio XII, quale era stata presentata da Rolf Hochhuth, nel dramma IL VICARIO - che il 20 febbraio del 1963 era stato portato per la prima volta sulle scene di Berlino - era completamente falsa. Per Montini non era vero che Pio XII avesse tenuto un atteggiamento remissivo di fronte alle persecuzioni antisemitiche scatenate dal nazismo.

Montini, allora arcivescovo di Milano, scriveva: “La storia, non l’artificiosa manipolazione dei fatti e la loro preconcetta interpretazione, operate nello “Stallvertreter”, rivendicherà la verità sull’azione di Pio XII durante la guerra, nei confronti degli eccessi criminali del regime nazista, e dimostrerà quanto essa sia stata vigilante, assidua, disinteressata e coraggiosa, nel contesto reale dei fatti e delle condizioni di quegli anni. Parimenti non risponde a verità sostenere che Pio XII fosse guidato da calcoli opportunistici di politica temporale. Come sarebbe calunnia attribuire a lui e al suo pontificato un qualsiasi movente di utilità economica”.

Questa difesa del buon nome di Pio XII era anche una difesa pro domo sua, perché, a partire dal 1937, Montini era stato intimo collaboratore di quel Papa, e dal 1943 al 1955 aveva rivestito la carica di sostituto per gli affari ordinari della Segreteria di Stato.

Dato che, nella lettera al “Tablet”, Montini faceva appello alla storia, vediamo ora quello che dicevano i documenti d’allora, resi pubblici, per illuminare la figura di Pacelli. Mi limito a coordinarli.

Quando Hitler divenne il Führer di tutta la Germania, Pacelli era Nunzio della Santa sede a Berlino da tredici anni: di conseguenza conosceva perfettamente chi era Hitler, che cosa voleva, e quali erano le forze dell’alta Finanza che lo sostenevano (si veda a questo proposito, il saggio di Heinz Abosch “L’église catholique et le nazisine”, nel fascicolo del gennaio 1964 della rivista “Les temps modernes”, diretta da J.P. Sartre). E proprio perché conosceva queste cose, Pacelli si adoperò per far allineare al suo fianco i vescovi e i parlamentari cattolici tedeschi. L’appoggio del centro-destra cattolico, guidato da von Papen, fu un fattore determinante per la vittoria nazista e consentì a Hitler di ottenere, il 13 marzo 1933, i pieni poteri del Reich.

Il 20 luglio successivo, Pacelli, plenipotenziario della Santa sede, firmò il Concordato col quale il clero tedesco fu messo ai servizio del Führer.

Don Sturzo dichiarava che Pacelli “aveva favorito l’intesa dei capi cattolici con i nazi in modo così efficace da rendere possibile, qualche mese dopo, la stipulazione del nuovo Concordato” (L. Sturzo, “L’Eglise et l’Etat”, Paris 1937, p. 579). Sturzo sottolineava altresì che, nel Concordato della Santa sede con l’Italia fascista e in quello con la Germania nazista, “si trovava sottintesa una specie di cooperazione della Chiesa al raggiungimento dei fini degli Stati dittatoriali”. “Questi Stati - scrisse - esigono una tale cooperazione per il loro carattere intrinsecamente totalitario, e non possono che subordinare l’accettazione e l’esecuzione del Concordato ai fini dello Stato” (ibid. p. 617).

Nel marzo del 1933 già da tre mesi erano state emanate in Germania le prime leggi antisemite, che avevano escluso gli ebrei dagli impieghi e dalle libere professioni ed avevano introdotto il “numero chiuso” nelle scuole pubbliche.

La Chiesa non diede alcun peso a queste quisquilie: il nazismo aveva, è vero, bandito la nuova religione, la “religione del sangue”, ma era il baluardo del capitalismo contro il bolscevismo!

Nel 1939 Hitler impose anche a tutti gli ebrei tedeschi il lavoro forzato, in condizioni disumane. Nessuno udì in Vaticano i lamenti di quegli sventurati. Dopo l’“Anschluss”, queste sistematiche persecuzioni furono estese all’Austria, e, scoppiata la guerra, a tutti i paesi conquistati dalle armate del Führer.

Mai la Santa sede levò una pubblica protesta contro tali persecuzioni.

L’enciclica “Mit Brenneder Sorge” del 21 marzo 1937, che oggi è ancora ricordata dai clericali per difendere Pacelli dall’accusa di non aver preso posizione chiara contro il nazismo (enciclica fatta conoscere solo due giorni dopo la pubblicazione della “Divini Redemptoris” contro il bolscevismo) non critica specificamente l’antisemitismo, ma solo genericamente il “razzismo anticristiano”.

Nel fascicolo1 del 1957 della “Rassegna mensile di Israele”, Renzo De Felice, scriveva: “Verso la fine dell’autunno del 1938 si può dire che, di fatto, la Santa sede si fosse allineata con il fascismo”.

Nel quaderno del 19 giugno 1937, i gesuiti della “Civiltà cattolica” chiarirono meglio quali erano i loro obiettivi: con la minaccia di persecuzioni “moderate”, che risparmiassero i giudei passati al cristianesimo, sarebbe stato possibile accrescere il numero delle conversioni (per molti brani antisemiti della “Civiltà cattolica” cfr. tutto il cap. “I precursori del razzismo” in Ernesto Rossi “Il manganello e l’aspersorio”, op. cit.).

Le stesse cose pubblicate contro gli ebrei dai gesuiti di “Civiltà cattolica” erano continuamente ripetute da molti ecclesiastici che ricoprivano posti di maggiore responsabilità, e che, più degli altri, erano vicini ai soglio pontificio.

L’esempio di Agostino Gemelli, amico di Montini, è proverbiale. Agostino Gemelli, fondatore e rettore magnifico, fino alla sua morte, dell’Università cattolica del Sacro Cuore, presidente dell’Accademia pontificia delle scienze, consigliere ascoltatissimo di Pio XI e poi di Pio XII, nel fascicolo dell’agosto del 1924 nella rivista “Vita e pensiero”, di cui era direttore, dichiarava: “Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell’Università mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il positivismo, il socialismo, il libero pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i giudei, che continuano l’opera dei giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l’acqua del battesimo”.

Sottolineo che queste parole, ciniche e senza cuore, sono quelle di un sacerdote cattolico, simile a quelle dei sacerdoti che oggi sono padri spirituali dei catecumeni attuali, ai quali giustificano l’esistenza di articoli come il 2266 e 2267 del catechismo!

Dopo l’emanazione, in Italia, delle leggi antisemite Agostino Gemelli, parlando il 10 gennaio 1939 all’Università di Bologna, davanti alle principali autorità civili, ecclesiastiche e militari, concluse con queste parole il suo discorso: “Tragica senza dubbio e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica patria; tragica situazione, in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo”.

Montini, oggi fatto santo da Bergoglio, era talmente estimatore delle virtù evangeliche di Agostino Gemelli che, nell’orazione funebre che lesse nel duomo di Milano, il 15 agosto 1959, disse: “Dobbiamo pur dire e ripetere che egli fu nostro in tale forma e in tale misura che nella sua morte sentiamo in qualche modo morire noi stessi”.

Del resto “San” Montini condivideva ancora, nei confronti degli ebrei, i sentimenti di Agostino Gemelli, e ciò risultò evidente dal discorso che pronunciò davanti ai fedeli della Madonna di Guadalupa, nella prima “domenica di passione” del 1965 (cfr. “L’Osservatore Romano” del 7 aprile 1965). Proprio in quei giorni le commissioni competenti del Concilio stavano esaminando in Vaticano la proposta, avanzata dai padri più progressisti, di cancellare dalle preghiere liturgiche qualsiasi accenno all’assurda accusa di deicidio rivolta, per tanti secoli, dalla Chiesa cattolica, al popolo ebraico.

Commentando un brano del Vangelo, ben scelto per l’occasione, il “Beato” Montini dichiarava: “È una pagina grave e triste. Narra, infatti, lo scontro tra Gesù e il popolo ebraico. Quel popolo, predestinato a ricevere il Messia, che Lo aspettava da migliaia di anni ed era completamente assorto in questa speranza e in questa certezza; al momento giusto, quando, cioè, il Cristo viene, parla e si manifesta, non solo non Lo riconosce, ma Lo combatte, Lo calunnia, e Lo ingiuria; e, infine, Lo ucciderà” (nota dell’agosto 1966).

Il 2 settembre 1938 il Consiglio dei ministri, sotto la presidenza di Mussolini, decise i primi provvedimenti contro gli ebrei in Italia. Il 6 ottobre il Gran consiglio stabilì i “cardini” della nuova politica della razza. Il 10 ottobre l’ambasciatore italiano presso la Santa sede comunicò a Mussolini: “Come ho già avuto l’onore di riferire, le recenti deliberazioni del Gran consiglio in tema di difesa della razza, non hanno trovato in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze, riferendosi alla riserva, manifestata anche nel breve commento de “L’Osservatore Romano” del 7 corrente, ai riflessi che le nuove disposizioni potrebbero avere nei riguardi del matrimonio quale è disciplinato dalla Chiesa. Da monsignor Montini, sostituto per gli affari ordinari alla Segreteria di Stato, ho avuto conferma di tali impressioni e più particolarmente che le maggiori, per non dire uniche, preoccupazione della Santa sede, si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti” (Renzo De Felice, “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”, Einaudi, Torino 1961, pp.337-8).

In data 6 novembre Galeazzo Ciano annotava nel suo diario: “Domani il Consiglio dei ministri approverà la legge sulla razza. In essa vi è l’articolo che proibisce i matrimoni misti, salvo in punto di morte e con legittimazione di prole. Il Papa vorrebbe che venisse accordata la deroga anche per i convertiti al cattolicesimo. Il Duce ha respinto tale richiesta, che trasformerebbe la legge razzista in confessionale. Allora il Papa gli ha scritto una lettera autografa, che è rimasta senza risposta. Indignato il Pontefice si è rivolto al Re e gli ha indirizzato una lettera nella quale accusa il Duce di voler far saltare il Concordato. Ne ho dato io la copia a Mussolini, avuta da Pignatti. Il Re, benché ne sia in possesso da ieri sera, non l’ha ancora trasmessa. Non posso dire che il Duce ne sia rimasto molto scosso. Ha confermato l’inaccettabilità della tesi pontificia, ed ha avuto parole aspre per il Re. Naturalmente la legge, che è molto dura contro gli ebrei, passerà domani com’era in programma” (Galeazzo Ciano, “Diario 1937-1938”, Ed. Cappelli, 1948, pp.286-92).

In questa occasione - bisogna riconoscerlo - Mussolini fece una figura migliore di Pio XI, e del suo cardinale di Stato, mons. Pacelli.

Il giorno successivo alla grande razzia degli ebrei, perpetrata dalle SS a Roma, il 17 ottobre 1943, l’ambasciatore del Reich presso la Santa sede, von Weizsäcker, inviò al suo governo un telegramma in cui diceva: “Sono in grado di confermare la reazione del Vaticano in seguito all’evacuazione degli ebrei di Roma. La Curia è particolarmente costernata, visto che tutto è avvenuto, per così dire, sotto le finestre del Papa. La reazione sarebbe probabilmente attenuata se gli ebrei venissero addetti al lavoro qui in Italia. Gli ambienti a noi ostili di Roma traggono profitto da questo avvenimento per forzare il Vaticano a uscire dal suo riserbo. Si dice che i vescovi delle città francesi, dove si sono verificati incidenti analoghi, abbiano preso nettamente posizione. Il Papa, nella sua qualità di capo supremo della Chiesa e Vescovo di Roma, non potrà mostrarsi più riservato di loro. Si fa non di meno un parallelo tra il temperamento più spiccato di Pio XI e quello del Papa attuale. La propaganda dei nostri nemici all’estero senza dubbio s’impadronirà anche di questo incidente per turbare le relazioni pacifiche che intercorrono tra noi e la Curia”.

A questo telegramma, il 28 ottobre lo stesso ambasciatore ne fece seguire un altro per rassicurare il governo nazista. Le sue apprensioni erano state smentite dai fatti: “Benché premuto da ogni parte, il Papa non si è ancora lasciato trascinare ad alcuna riprovazione dimostrativa a proposito della deportazione degli ebrei di Roma. Sebbene egli debba aspettarsi che un tale atteggiamento gli sia rinfacciato dai nostri nemici e che venga sfruttato dagli ambienti protestanti dei paesi anglosassoni nella loro propaganda contro il cattolicesimo, egli ha non di meno fatto il possibile, in questo delicato problema, per non mettere alla prova le relazioni con il governo tedesco e gli ambienti tedeschi di Roma. Siccome senza dubbio non vi sarà più motivo di aspettarsi ulteriori azioni tedesche a Roma contro gli ebrei, si può ritenere che tale questione, spiacevole per le relazioni fra la Germania e il Vaticano, sia liquidata. Comunque, un sintomo di questo stato di cose traspare nell’atteggiamento del Vaticano.

“L’Osservatore Romano” rilevava, nel numero del 25-26 ottobre, un comunicato ufficioso sull’attività caritativa del Papa. Questo comunicato, nello stile tipico del Vaticano, ossia uno stile assai contorto e nebuloso, dichiarava che “il Papa fa beneficiare tutti, senza distinzione di nazionalità, di razza o di religione, della sua paterna sollecitudine”.

Se Dio vuole, non tutti i documenti del periodo della guerra, compromettenti per la Santa sede, sono nascosti negli archivi del Vaticano...

Come ultima pennellata al quadro aggiungo solo che l’ambasciatore tedesco presso la Santa sede, von Weizsäcker, restò nella città del Vaticano fino al 26 agosto 1946 (mentre l’ultimo ambasciatore diplomatico giapponese l’aveva lasciata in gennaio). E von Weizsäcker fu poi condannato dal tribunale di Norimberga, a quindici anni di carcere per delitti contro l’umanità.

Nella prima pagina dell’edizione francese de IL VICARIO (Rolf Hochhuth, “Le vicaire”, Paris 1963), sono riportate le nobili parole con le quali François Mauriac, dopo aver amaramente riconosciuto che i cattolici “non ebbero il conforto di sentire il successore del Galileo, Simone Pietro, condannare con parla netta e chiara, e non con allusioni diplomatiche, la crocefissione di questi innumerevoli fratelli del Signore”, ha decisamente affermato: “Un crimine di tale estensione ricade in parte non piccola su tutti i testimoni che non hanno gridato, qualunque possa essere stata la ragione del loro silenzio”. Parole durissime, che vengono da uno scrittore cattolico!

Al contrario di quanto scrisse Montini (oggi santo) su “Tablet”, la natura dei rapporti di Pio XII con Hitler può trovare una spiegazione solo in calcoli di pura politica temporale. E chi guarda ai mondo da questo punto di vista deve pur riconoscere che gli avvenimenti hanno poi dato piena ragione a Pacelli: tutto quello che egli era riuscito ad ottenere in premio della sua alleanza con Hitler (come tutto quello che era riuscito ad ottenere in premio della sua alleanza con Mussolini) si è consolidato ed ha avuto un’eccezionale fioritura nel dopoguerra.

Insomma la chiesa cattolica ha capito che la maggior parte della gente vuole essere schiavizzata, e la schiavizza. Coloro che alla domenica vanno a sbraitare onori al “Papa” sono sostanzialmente bisognosi di un imperatore del mondo… Perciò la chiesa soddisfa quei bisogni sapientemente creati nei secoli precedenti con l’inganno e la menzogna di sempre.

Chi crede di vedere nei papi dei santi uomini o dei vicari di Cristo non dimentichi di misurare le loro azioni e le loro omissioni con questo metro di menzogna, metro con cui è fiorito il tesoro vaticano.

La civiltà della menzogna, regolarmente percepibile oggi in TV, ha una precisa hit parade: «Al primo posto vi sono le chiese, al secondo vengono i media, e al terzo i politici. E ciò è detto del tutto obiettivamente, non su base emotiva. L’entusiasmo nel mentire è suscitato da quanto si apprende a seguito di un’educazione sacerdotale. L’entusiasmo a mentire nella stampa è provocato dalle situazioni sociali. Nella politica la menzogna è invece solo una continuazione nella vita civile di quello che è del tutto ovvio nel militarismo, con il quale la politica è strettamente connessa: volendo vincere un avversario, lo si deve ingannare, e tutta la strategia tende appunto a imparare come si inganna; è un sistema che viene trasposto nella vita civile, a seguito della parentela tra militarismo e politica. Nella politica il mentire è un sistema. Negli altri due gruppi, giornalisti e rappresentanti delle confessioni, il mentire è entusiasmo. La gente, per puro pregiudizio, non è ancora convinta che è impossibile rimanere nelle confessioni, nei partiti e negli aggruppamenti vari, e dire la verità. All’interno di queste organizzazioni, chi crede poter avere in esse una funzione e dire la verità, può diventare tutt’al più una figura tragica» (Rudolf Steiner, “Come si opera per la triarticolazione sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988).

«Per comprendere bene la posizione della Chiesa nella società moderna, occorre comprendere che essa è disposta a lottare solo per difendere le sue particolari libertà corporative (di Chiesa come Chiesa, organizzazione ecclesiastica), cioè i privilegi che proclama legati alla propria essenza divina; per questa difesa la Chiesa non esclude nessun mezzo, né l’insurrezione armata, né l’attentato individuale, né l’ap­pello all’invasione straniera. Tutto il resto è trascurabile relativamente, a meno che non sia legato alle condizioni esistenziali proprie. Per “dispotismo” la Chiesa inten­de l’intervento dell’autorità statale laica nel limitare e sopprimere i suoi privilegi - non molto di più: essa riconosce qualsiasi potestà di fatto e, purché non tocchi i suoi privilegi la legittima: se poi accresce i pri­vilegi, la esalta e la proclama provviden­ziale» (Antonio Gramsci, “Note sul Machiavelli” in “Quaderni dal carcere”, Einaudi, Torino 1952, p. 238).

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