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Dedicato a Mauro Biglino, a David Donnini e a... Jorge Mario Bergoglio!

La dottrina del Logos

Rudolf Steiner, "Il vangelo di Giovanni", L'Editrice Scientifica, Milano 1956, 1ª conferenza

1. Queste conferenze sul Vangelo di Giovanni avranno un duplice scopo: da un lato, quello di approfondire i concetti scientifico-spirituali come tali, ampliandoli in diverse direzioni; dall'altro, proprio quello di affrontare, per mezzo di quei concetti, quel grande documento ch'è appunto il Vangelo di Giovanni. Va dunque tenuto presente che queste conferenze si propongono entrambi gli scopi. Non si tratta solo di considerazioni intorno al Vangelo, ma ci proponiamo di penetrare, sulla scorta di esso, entro profondi misteri dell'esistenza e di stabilire come debba procedere la conoscenza scientifico-spirituale, quando si riallaccia a uno qualsiasi dei grandi documenti trasmessi dalle diverse religioni. Si potrebbe infatti credere che il cultore della scienza dello spirito intenda parlare del Vangelo di Giovanni come se ne parla anche da altre parti: ponendo cioè semplicemente alla base quel documento, per ricavarne certe verità, fondandole sull'autorità del documento religioso stesso. Ma questo non potrà mai essere il compito della concezione scientifico-spirituale. Se questa vuole adempiere al suo vero compito, nei riguardi dello spirito umano moderno, dovrà mostrare che, purché l'uomo impari a valersi delle proprie forze e facoltà interiori, delle forze e facoltà, cioè, della percezione spirituale, egli può penetrare nei segreti dell'esistenza, in ciò che sta nascosto, dietro al mondo sensibile, nei mondi spirituali. Proprio di questo l'umanità moderna dovrà divenire sempre più consapevole: che l'uomo può raggiungere i segreti dell'esistenza mediante l'uso delle sue facoltà interiori, che con la propria conoscenza può giungere fino alle forze e alle entità creatrici del mondo. Così dobbiamo affermare che i segreti del Vangelo di Giovanni possono venire acquisiti dall'uomo indipendentemente da ogni tradizione, da qualsiasi documento storico. Si potrebbe dire, per esprimersi nel modo più chiaro ed estremo, che se per effetto di un evento qualunque andassero perduti tutti i documenti religiosi, purché l'uomo conservasse le sue attuali facoltà, egli potrebbe penetrare nei misteri dell'esistenza e raggiungere le forze e le entità divino-spirituali creatrici che stanno occulte dietro il mondo fisico. La scienza dello spirito deve costruire esclusivamente su queste fonti di conoscenza indipendenti da ogni documento. Quando però l'uomo avrà così indagato, indipendente da qualsiasi documento, i misteri divino-spirituali del mondo, allora potrà accostarsi ai documenti religiosi; e solo allora si potranno riconoscere in tutto il loro valore, in quanto ci si sarà, per così dire, liberati dalla loro autorità. Si riconoscerà in loro quanto era stato, prima, trovato in modo indipendente. E si può essere sicuri che, per chi abbia percorso questa via, nei riguardi dei grandi documenti religiosi, questi non perdono mai nulla del loro valore, né della venerazione che si può nutrire per essi. Cercherò di chiarire di che si tratti con un confronto.

2. È noto che Euclide è stato il primo a darci quella geometria che oggi ogni scolaro impara. Ma è forse l'apprendimento della geometria legato necessariamente al libro scritto da Euclide? Quanti imparano oggi la geometria elementare, senza saper nulla di quella prima opera scritta da Euclide? S'impara la geometria indipendentemente dal libro di Euclide, in quanto essa scaturisce da una facoltà dello spirito umano. Se poi, dopo avere studiato da sé la geometria, si aprirà la grande opera di Euclide, la si potrà stimare al suo giusto valore: perché vi ritroveremo ciò che avremo in precedenza conquistato, apprezzando la forma in cui quelle conoscenze furono espresse per la prima volta.

3. Così oggi si possono scoprire le grandi realtà cosmiche contenute nel Vangelo di Giovanni tramite le forze latenti nell'uomo, e senza saper nulla di quel Vangelo, proprio come lo studente apprende la geometria, senza conoscere l'opera di Euclide. Se ci si accosta al Vangelo di Giovanni muniti della scienza dei mondi superiori, ci si può domandare: qual è il valore di questo documento, nella storia. spirituale dell'umanità? In questo libro troviamo occultati i più profondi misteri dei mondi spirituali; e poiché sappiamo già che si tratta di verità intorno ai mondi divino-spirituali, solo così riconosciamo nel modo giusto la natura divina e spirituale del Vangelo; e questo dovrà essere il modo giusto di accostarsi, in generale, ai testi che trattano di cose spirituali. Se a questi documenti si accostano persone, come ad esempio i filologi, o anche certi teologi che oggi in realtà non sono che filologi, nei confronti del contenuto di siffatti documenti, come considererà il cultore della scienza dello spirito l'opera di quegli studiosi? Prendiamo ancora l'esempio della geometria di Euclide: chi sarà l'interprete migliore, forse quello che è in grado di tradurre esattamente le parole del testo originale, ma non s'intende affatto di geometria? Ne nascerebbe qualcosa di ben singolare, se si mettesse all'opera un tale che di geometria fosse affatto digiuno! Ma se il traduttore sarà anche un mediocre filologo, purché competente di geometria, saprà apprezzare il libro nel modo adeguato. Così si trova il cultore di scienza dello spirito, nei confronti di altri studiosi, riguardo al Vangelo di Giovanni. Questo libro è oggi assai spesso interpretato in modo analogo a quello in cui un puro filologo spiegherebbe la geometria di Euclide. Ma la scienza dello spirito fornisce da se stessa le conoscenze dei mondi spirituali che sono contenute nel Vangelo; perciò il suo cultore porta già con sè (come il geometra che studi l'opera di Euclide) quanto può poi ritrovare nel Vangelo. Non occorre dar peso all'eventuale obiezione che a questo modo si possa interpretare il Vangelo a piacimento: vedremo ben presto che chi ne comprende il contenuto non ha bisogno di introdurre nel Vangelo ciò che non vi si trova. Chi comprende la natura dell'interpretazione scientifico-spirituale, non si soffermerà davanti a quell'obiezione. Come altri testi, neppure il Vangelo di Giovanni perde del suo valore e della sua venerabilità, per il fatto che se ne riconosce il vero contenuto. Esso appare a chi sia penetrato nei segreti del mondo come uno dei documenti più significativi della vita spirituale dell'umanità.

4. Se poi prendiamo esattamente in considerazione il contenuto del Vangelo di Giovanni, possiamo chiederci: com'è mai possibile che questo Vangelo, che all'indagatore spirituale appare un testo così significativo, venga sempre meno considerato, in confronto agli altri Vangeli, da parte dei teologi, che pure dovrebbero esserne gli interpreti per eccellenza? Vogliamo toccare questo punto, come un problema preliminare prima di penetrare più a fondo nel Vangelo stesso. Tutti sanno che nei riguardi di questo Vangelo si sono andate affermando strane opinioni e concezioni. Nell'antichità esso fu venerato come uno dei documenti più profondi e importanti circa la natura e il senso dell'azione del Cristo in terra; e nei tempi paleocristiani non sarebbe venuto in mente a nessuno di non considerare il Vangelo di Giovanni come un importante documento storico degli eventi di Palestina. Le cose sono cambiate in tempi più recenti: e il terreno su cui poggiava quella considerazione del Vangelo di Giovanni è stato smosso proprio da coloro che ritengono di trovarsi più solidamente sulle basi dell'indagine storica. Ormai da qualche secolo si è cominciato a porre attenzione alle contraddizioni che si trovano nei Vangeli; i teologi constatavano le diverse contraddizioni e trovavano difficile spiegarsi le ragioni per cui i quattro Vangeli non offrono un'identica versione degli eventi di Palestina. Si disse: "Prendiamo i racconti di Matteo, di Luca, di Marco e di Giovanni: le loro esposizioni di questo o quel fatto differiscono talmente, che è impossibile credere che possano tutte concordare coi fatti storici". E questa divenne a poco a poco l'opinione di coloro che studiano le Sacre Scritture. Più di recente, poi, si è concluso che, mentre è possibile trovare una certa concordanza fra i tre primi Vangeli, quello di Giovanni se ne discosterebbe talmente, che, quanto ai fatti storici, conviene prestare fede piuttosto ai primi tre e attribuirne assai meno all'ultimo. E si giunse gradualmente fino ad affermare che il Vangelo di Giovanni non sarebbe neppure stato scritto con la medesima intenzione degli altri: questi vogliono solo raccontare dei fatti avvenuti; ma l'autore del quarto Vangelo si sarebbe proposto tutt'altro compito; e per diverse ragioni si e finito per supporre che il Vangelo di Giovanni sia stato redatto in epoca relativamente meno antica. Ne riparleremo più avanti. Una gran parte degli studiosi ritiene che questo Vangelo sia stato scritto solamente nel secondo secolo (forse tra l'anno 110 e il 140), cioè in un tempo in cui il cristianesimo si era già diffuso sotto una certa forma, e aveva già suscitato opposizioni di vario tipo. Dicono allora quegli studiosi: l'autore del Vangelo di Giovanni si propose soprattutto di comporre uno scritto dottrinale e apologetico, qualcosa come una difesa del cristianesimo contro le correnti che gli si erano venute opponendo. Egli non avrebbe avuto affatto l'intenzione di esporre fedelmente gli eventi storici, bensì quella di affermare il proprio rapporto col suo Cristo. Molti non scorgono, cioè, nel Vangelo di Giovanni altro che una specie di poesia religiosa, scritta in onore di Cristo, e destinata a entusiasmare i lettori innalzandoli alla sfera lirico-religiosa propria dell'autore. Può darsi che non tutti vorranno aderire a quest'opinione in termini tanto radicali, quali li ho ora usati: ma se studierete la letteratura in proposito, troverete che si tratta di un'opinione molto diffusa, e particolarmente consona all'atteggiamento mentale dei nostri contemporanei.

5. Da qualche secolo si è andata formando nell'umanità sempre più profondamente orientata verso il materialismo, una certa avversione per una concezione del divenire storico, in generale, quale ci balza incontro sin dalle prime parole del Vangelo di Giovanni. Basta considerare che quelle prime parole non ammettono altra interpretazione se non quella che in Gesù di Nazaret, che visse all'inizio dell'era nostra, abbia preso corpo un'eccelsa entità spirituale. Per narrare di Gesù, l'autore di quel Vangelo non poté altrimenti, per la sua intima posizione spirituale, che cominciare da ciò che egli chiama il "Verbo" o il "Logos"; e non poté fare a meno di scrivere: "In principio era il Verbo e ogni cosa e stata creata per mezzo del Verbo (o del Logos)". Se prendiamo in tutto il loro significato queste parole, dobbiamo dedurne che l'autore di questo Vangelo sa di dover denominare Logos il principio primordiale del mondo, l'ente più alto al quale possa elevarsi lo spirito umano, e di dover affermare: ogni cosa è stata creata per mezzo di questo Logos, di questo primordiale principio. E poi prosegue: "E il Logos si è fatto carne ed ha abitato fra noi". Questo non significa altro che: lo avete visto, lui che ha abitato fra noi; lo comprenderete solo se riconoscerete che in lui visse quello stesso principio per mezzo del quale è stato creato tutto quanto esiste intorno a voi, le piante, gli animali, gli uomini. Se non si vuole interpretare in modo artificioso, bisogna ammettere che, secondo questo documento, un eccelso principio si sia una volta incarnato. Confrontiamo ora l'appello che una tale concezione rivolge al cuore umano con l'opinione di non pochi teologi odierni. Potrete trovarla scritta in opere teologiche, o esposta in vario modo oralmente: "noi non facciamo più appello a un qualsiasi principio spirituale; il Gesù che preferiamo è quello che ci descrivono i tre primi Vangeli, quell'umile uomo di Nazaret; che è simile agli altri uomini".

6. Questo è divenuto l'ideale per molti teologi; e gli uomini tendono a porre tutto ciò che è avvenuto storicamente per quanto possibile allo stesso livello dei comuni eventi umani. Che debba emergere un essere talmente alto, quanto il Cristo del Vangelo di Giovanni, questo disturba gli uomini; perciò si considera quel Vangelo un'apoteosi di Gesù, di quell'"umile uomo di Nazaret", che piace tanto, perchè si può dire di lui: "Del resto, c'è anche Socrate e altri grandi!" È, sì, vero che egli si distingue da quegli altri; ma pure la gente lo misura sul metro di un'umanità comune, quando parla dell'"umile uomo di Nazaret". Questa espressione si può oggi trovare già in molte opere teologiche, anche di quella teologia accademica che vien chiamata "teologia illuminata"; ed è connnessa con l'atteggiamento materialistico dell'umanità che è andato è andato formandosi da qualche secolo e che ritiene che esista, o almeno che abbia importanza, soltanto ciò che è fisico-sensibile. Nei tempi in cui lo sguardo dell' uomo s'innalzava ancora al soprasensibile, si diceva: Nell'apparenza esteriore, questa o quella personalità storica può certo paragonarsi all'umile uomo di Nazaret; ma per quello che di soprasensibile, d'invisibile stava in lui, questo Gesù di Nazaret è veramente unico. Ma quando fu perduta l'attenzione e la percezione del soprasensibile e dell'invisibile, fu smarrita anche la misura per tutto ciò che oltrepassa la media dell'umanità; e questo si è manifestato soprattutto nella concezione religiosa della vita. Non ci si faccia illusione alcuna! Il materialismo è penetrato per prima cosa nella vita religiosa. E per lo sviluppo spirituale dell'umanità è molto, molto meno pericoloso il materialismo, applicato ai fatti scientifici esteriori, che non alla concezione dei misteri religiosi.

7. Dovremo parlare, ad esempio, dell'esatta concezione spirituale dell'Eucaristia, della trasformazione del pane e del vino in carne e sangue; e vedremo che questa concezione spirituale non toglie all'Eucaristia davvero nulla del suo valore e del suo significato. Si tratterà appunto di una concezione veramente spirituale, identica a quella che fu propria della cristianità antica, quando era ancora presente fra gli uomini una maggiore comprensione per lo spirito; ed era ancora riconosciuta nella prima metà del medioevo. A quel tempo, molti erano in grado di comprendere le parole: "Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue", come impareremo a comprenderle noi stessi. Ma questa concezione spirituale andò necessariamente perdendosi nel corso dei secoli, e impareremo a conoscerne le ragioni. Esisteva nel medioevo una singolare corrente che penetrò molto in profondità negli animi umani; e la storiografia moderna ci dice ben poco intorno alle trasformazioni e alle esperienze degli animi umani nei tempi. Ora, dicevo, verso la metà del medioevo esisteva negli animi cristiani d'Europa una corrente che agiva in profondità; perché l'originario senso spirituale della dottrina dell'Eucaristia aveva subito, da parte dell'autorità, una diversa interpretazione, tinta di materialismo. E di fronte alle parole: "Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue", gli uomini non riuscivano più a concepire altro che un processo materiale, una materiale trasformazione di pane e vino in carne e sangue. Ciò che prima era stato concepito spiritualmente, ora cominciava ad essere immaginato in modo grossolanamente materiale. Qui dunque il materialismo s'insinua nella vita religiosa, molto tempo prima di conquistare la scienza. E un altro esempio non è meno eloquente: non dovete credere che in qualsiasi delle interpretazioni medievali più autorevoli della "storia della creazione" i sei giorni della creazione venissero considerati come sei giorni attuali di ventiquattro ore ciascuno. A nessuno dei grandi maestri della teologia sarebbe neppure venuto in mente d'interpretarli così, perché ancora capivano il contenuto delle Scritture, ancora erano capaci di dare un senso alle parole della Bibbia. È forse sensato, nei confronti del testo della "creazione", parlare di sei giorni di ventiquattr'ore? Cosa intendiamo noi per un giorno? Evidentemente è un tempo determinato dal rapporto della rotazione terrestre in confronto al sole. Si può cioè parlare di giorni, nel senso odierno, solo se si concepiscono i rapporti fra la terra e il sole, come sono attualmente. Ma nella Genesi leggiamo che un rapporto siffatto si stabilisce solo dal quarto periodo, dal quarto "giorno" della creazione: solo da quel momento si può dunque cominciare a parlare di "giorni"; prima, sarebbe assurdo immaginarsi dei giorni come quelli attuali. Poiché la disposizione che sola rende possibile l'alternarsi di giorno e notte è riferita al quarto "giorno", non si poteva quindi parlare di giorni, nel senso odierno, riferendoli ai periodi precedenti! Ecco dunque, ancora una volta, sopraggiungere l'età in cui gli uomini non sapevano più che, con quella denominazione la Scrittura intende caratterizzare il significato spirituale del giorno e della notte; l'età in cui si pensa che l'unico modo di definire il tempo sia quello dei giorni fisici. E così per l'uomo materialistico, anche se è teologo, il "giorno" della creazione divenne anch'esso un giorno come quelli d'oggi, perchénon se ne conoscevano altri! Possiamo dare un esempio di come un teologo più antico parlava di queste cose, partendo dal convincimento che negli antichi testi religiosi non si trova nulla di superfluo nei punti importanti. Vogliamo, ad esempio, scegliere quel passò della Genesi (cap. 2, v. 21), dove sta scritto: "E Dio, il Signore, mandò sull'uomo un sonno profondo, e quello si addormentò". Gli antichi commentatori attribuirono un valore del tutto speciale a questo passo. Chi ha già un po' studiato l'evoluzione delle forze e delle facoltà spirituali dell'uomo, saprà che esistono diversi tipi di stati di coscienza; che ciò che noi oggi chiamiamo "sonno" nell'individuo medio, è uno stato di coscienza transitorio, che in avvenire (come già oggi nell'iniziato) si trasformerà in uno stato di coscienza nel quale l'uomo, liberato dal corpo, percepirà il mondo spirituale. Perciò l'interprete spiegava che, quando Dio fece cadere Adamo in quel profondo sonno, Adamo poté percepire quanto non era in grado di percepire con gli organi di senso fisici; si trattava cioè d'un sonno chiaroveggente; e quello che, nel racconto biblico, segue, viene percepito appunto in uno stato di coscienza superiore. Ecco perché Adamo "cadde in un sonno"; questa ne era un'antica spiegazione e vi si aggiungeva che il fatto non sarebbe stato menzionato in un documento religioso, se già in precedenza l'uomo avesse sperimentato altre volte un sonno come quello. Con quelle parole ci viene pertanto indicato che si tratta del primo sonno, e che in precedenza l'uomo era partecipe di stati di coscienza nei quali percepiva di continuo contenuti spirituali. Queste erano le spiegazioni che si davano nell'antichità.

8. Ai nostri giorni si tratta quindi di mostrare che un tempo erano note interpretazioni completamente spirituali dei testi biblici, e che fu proprio la mentalità materialistica, sorta di recente, quella che introdusse nella Bibbia ciò che ora è combattuto dalle persone illuminate! Proprio le interpretazioni che oggi sono combattute dal materialismo sono state da esso inventate e attribuite alla Bibbia. Vediamo dunque come in realtà sia venuta sorgendo in seno all'umanità la mentalità materialistica, per effetto della quale è andata perduta la vera, reale comprensione dei documenti religiosi. Se la scienza dello spirito adempie al proprio compito di mostrare agli uomini i misteri che stanno dietro l'esistenza fisica, si finirà pure per riconoscere come questi misteri siano descritti nei testi religiosi. Il materialismo grossolano, esteriore, che oggi tanti ritengono così pericoloso, non è che l'ultima fase del materialismo che vi ho ora menzionato: l'inizio è stato segnato proprio dall'interpretazione materialistica della Bibbia. Se nessuno avesse mai interpretato materalisticamente la Bibbia, neppure nelle scienze naturali ci sarebbe stata l'interpretazione materialistica d'un Haeckel; e ciò che è stato seminato nei secoli XIV e XV, sul terreno religioso, ha fruttificato nel secolo XIX nella scienza. E questo ha portato all'impossibilità di comprendere il Vangelo di Giovanni, senza penetrarne gli sfondi e le origini spirituali: quel Vangelo che può essere sottovalutato solamente se rimane incompreso. E poiché coloro che non lo comprendevano più erano afflitti dalla mentalità materialistica, esso apparve loro nella luce sopramenzionata.

9. Un semplice paragone potrà mostrarci in quale modo il Vangelo di Giovanni differisca dagli altri tre. Immaginatevi un monte, sulla cui cima si trovi un uomo, e altri tre sulle diverse pendici del monte. Ognuno di questi tre ultimi disegna ciò che vede, dal proprio punto di osservazione: le tre immagini saranno naturalmente differenti, ma ognuna potrà essere vera, in rapporto a quel dato punto di vista. E ancora diverso sarà il quadro tracciato da colui che si trova sulla cima della montagna e che da lassù descrive ciò che vede. Questa è la posizione dei tre evangelisti sinottici, Matteo, Luca e Marco, nei confronti di Giovanni, il quale altro non fa, se non descrivere la cosa da un altro punto di osservazione. E cosa non hanno escogitato i dotti interpreti, per rendere comprensibile il Vangelo di Giovanni! Capita di doversi proprio stupire di quanto viene affermato da certi studiosi, affermazioni la cui debolezza sarebbe così facile da riconoscere, se l'epoca nostra non fosse quella della massima fede nell'autorità. La fede nell'infallibilità della scienza ha proprio raggiunto ai giorni nostri il suo apice.

10. L'inizio stesso del Vangelo di Giovanni è una pagina divenuta ben difficile per il teologo tinto di materialismo. La dottrina del Logos, o del Verbo, ha presentato le più ardue difficoltà a certa gente che ragiona supergiù a questo modo: "Ci piacerebbe tanto che tutto fosse semplice, facile e ingenuo; ed ecco che il Vangelo di Giovanni vien fuori a parlare di cose filosofiche tanto elevate, del Logos, della vita, della luce!". Il filologo è abituato a chiedersi sempre quale sia la provenienza di un'opera, di una parola; non altrimenti si procede anche nello studio di opere più recenti. Si prendano, ad esempio, gli studi sul "Faust" di Goethe: ad ogni passo troviamo dimostrata la provenienza di questo o di quest'altro motivo, e si compulsano a questo fine i libri di molti secoli. Analogamente ci si domanda da dove Giovanni abbia attinto il concetto del "Logos". "Gli altri evangelisti, che avevano parlato al semplice schietto intelletto umano non si si sono espressi in modo così personale". E si prosegue, ragionando così: l'autore del Vangelo di Giovanni sarebbe stato uomo di cultura greca, come lo fu anche quel Filone Alessandrino, scrittore che menziona anch'egli il Logos; ed ecco da chi Giovanni avrebbe attinto quel concetto. S'immagina che in certi ambienti colti del mondo greco quando si voleva parlare di qualcosa di sublime, si menzionasse il Logos; ed ecco perché lo menziona Giovanni. E questa sarebbe una prova di più del fatto che l'autore di questo Vangelo non si sia fondato sulla medesima tradizione che servì agli altri evangelisti; al contrario, si disse, egli è stato influenzato dalla cultura greca, e di conseguenza ha dato ai fatti un'impronta tutta diversa; e proprio le prime parole: "Nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era un Dio" dimostrano che il concetto filoniano del "Logos" era penetrato nello spirito dell'autore di quel Vangelo, influenzandone l'esposizione! Ma a questa gente si vorrebbe solamente ricordare l'inizio del Vangelo di Luca: "Poiché molti si sforzavano di riferire gli eventi compiutisi fra noi, come ce li hanno tramandati quelli che fin da principio furono testimoni oculari e servitori del Verbo, è parso anche a me, dopo aver investigato con diligenza ogni cosa fin dall'origine, di scrivertene con ordine, carissimo Teofilo". Qui sta scritto, proprio all'inizio, che il contenuto del suo libro gli è tramandato da coloro che furono testimoni oculari e servitori del VERBO! È ben strano che Giovanni debba aver attinto questo concetto dalla cultura greca, ma che poi ne parli anche Luca, il quale, a detta di quegli stessi, apparterrebbe ai cosidetti "uomini semplici, umili"! Osservazioni di questo genere dovrebbero pure aprire gli occhi agli uomini accecati dalla fede nell'autorità della scienza: non sono per nulla gli esatti risultati dell'indagine scientifica, o critica, a condurre a quelle conclusioni, ma solo i preconcetti. Sono gli occhiali del materialismo ad aver creato quella concezione del Vangelo di Giovanni, che lo contrappone nel modo anzidetto agli altri Vangeli. Basterebbe, per persuadersene, la constatazione che anche Luca parla del Logos, dei suoi testimoni oculari e servitori: ciò significa che nei tempi antichi si parlava del Logos come di qualcosa che la gente conosceva, con cui aveva dimestichezza. E proprio questo dobbiamo metterci intensamente dinnanzi all'anima, per poter penetare più a fondo nei primi, paradigmatici periodi del Vangelo di Giovanni. Di che cosa parlava chi, a quei tempi, usava il termine "Logos"?

11. Per giungere a rappresentarsi il senso del Logos non valgono spiegazioni teoriche, né disquisizioni concettuali astratte, ma occorre sapersi immedesimare con l'animo in tutta la vita del sentimento di coloro che parlavano del Logos a quel modo. Anche quelli vedevano le cose circostanti. Ma non basta che l'uomo semplicemente veda quanto lo circonda: più importante è come vi si riallaccino i suoi sentimenti, o come egli stimi il valore da lui attribuito a questo o a quest'altro, a seconda di quanto egli vi sappia scorgere. Tutti dirigete lo sguardo ai circostanti regni della natura, ai minerali, ai vegetali, agli animali e agli uomini; e chiamate l'uomo la creatura più perfetta e il minerale la più imperfetta. E anche in seno ai singoli regni si distinguono a loro volta esseri superiori ed inferiori. In altri tempi gli uomini avevano a questo riguardo sentimenti completamente diversi. Coloro che parlavano nel senso del Vangelo di Luca sentivano soprattutto l'importanza di una cosa: guardando giù, verso il regno degli animali inferiori, e seguendone la serie su fino all'uomo, un seguace della dottrina del Logos teneva d'occhio, in questa direzione evolutiva, in primo luogo un determinato elemento. Una cosa soprattutto (dicevano i fedeli del Logos) dimostra nel modo più profondo l'eccellenza degli esseri superiori, in confronto a quelli inferiori la facoltà di far risuonare nella parola ciò che vive nell'intimo, di comunicare il pensiero al mondo circostante con la parola. Guardate l'animale inferiore: è muto, non è in grado di esprimere il proprio dolore o il piacere con la parola; si limita a produrre in vario modo dei suoni come la cicala o il calabrone. Quanto più si sale nella serie degli animali, tanto più si sviluppa la facoltà di manifestare l'interiorità col suono, di comunicare col suono ciò che l'anima prova. E l'uomo (si diceva) sta tanto al disopra degli altri esseri, proprio in quanto è in grado non solo di esprimere in parole il proprio dolore o il piacere, ma anche di esprimere in parole, in pensieri, quanto trascende la propria vita personale, ciò che è spirituale, impersonale. E i seguaci della dottrina del Logos così proseguivano nei loro pensieri: vi fu un tempo, nel quale l'uomo non esisteva ancora nella sua forma attuale, che gli consente di esprimere all'esterno col suono delle parole il proprio intimo. Occorse un lungo trascorrere di tempi, perché la nostra terra conseguisse il suo aspetto attuale. Apprenderemo poi come questa terra si sia evoluta. Ma se indaghiamo gli stadi precedenti non vi troviamo ancora l'uomo nella sua figura attuale, né altri esseri capaci di far risuonare all'esterno ciò che provano nell'intimo. Il nostro mondo ebbe inizio con esseri muti, e solo gradualmente apparvero esseri, nella nostra dimora terrena, capaci di esprimere all'esterno le esperienze più intime, dotati della parola. Ma ciò che dall'uomo si sprigionò per ultimo (diceva sempre il seguace del Logos), nel mondo stesso esistette per primo. L'uomo non era ancora presente nella sua forma odierna, in stadi precedenti della terra; esisteva invece in forma imperfetta, ancora muta, evolvendosi poi gradualmente fino a divenire un essere dotato di parola, di Logos. Ma la possibilità di quell'evoluzione è dovuta al fatto che quanto in lui si manifestò da ultimo, il principio creativo, esisteva fin dal principio in una realtà superiore. Ciò che andò sprigionandosi dall'anima, era all'inizio il principio creatore divino; la parola che poi risuonò proveniente dall'anima, il Logos, era al principio; e il Logos stesso ha diretto l'evoluzione in modo che apparisse, alla fine, un essere in cui esso stesso potesse manifestarsi. Ciò che nel tempo e nello spazio apparve da ultimo, nello spirito esisteva per primo.

12. Possiamo ricorrere a un paragone. Abbiamo dinanzi a noi un fiore: questa corolla di mughetto, cos'era ancora poco tempo fa? Era un piccolo seme, nel quale si trovava in potenza questa corolla bianca. Se non vi si fosse trovata, la corolla non avrebbe potuto formarsi. E da dove proviene il seme? A sua volta, da un altro fiore come questo. Il seme è proceduto dal fiore; e come il fiore precede il frutto, così il seme, da cui è scaturito questo fiore, è nato a sua volta da una pianta simile. Così il seguace della dottrina del Logos contemplava l'uomo, dicendosi: Se risaliamo indietro nell'evoluzione, troviamo in stadi precedenti l'uomo ancora muto, incapace della parola; ma come il seme proviene dal fiore, così il muto seme umano proviene dal Dio parlante, dotato della parola, che era nel principio. Come il mughetto produce il seme e il seme a sua volta il nuovo fiore di mughetto, così la divina Parola creatrice genera il muto seme dell'uomo; e quando il Verbo creatore divino penetra nel muto seme umano per rivivere in esso, dal seme umano risuona l'originario Verbo creatore divino. Se risaliamo indietro nell'evoluzione umana, incontriamo un essere imperfetto; e l'evoluzione ha il senso di manifestare, da ultimo, come fiore, il Logos, la parola, che rivela l'intimo dell'anima. L'uomo muto appare all'inizio, come seme dell'uomo dotato del Logos, e questo procede dalla divinità dotata del Logos. L'uomo attuale ha origine dall'uomo muto, non ancora dotato della parola; ma al principio di tutto era il Logos la parola.

13. A questo modo, chi riconosce l'antica dottrina del Logos penetra su, fino alla Parola creatrice divina, che è il principio di ogni cosa, e alla quale accenna l'autore del Vangelo dì Giovanni, nelle prime parole del libro: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era un Dio". Egli ci vuole significare: dove si trova, oggi, la Parola? Essa esiste anche oggi: e la Parola è presso l'uomo, e la Parola è qualcosa di umano! E così l'evangelista riallaccia l'uomo a Dio; e in realtà percepiamo, in queste prime parole del Vangelo di Giovanni, una dottrina facile a venir compresa da ogni cuore umano. 

14. In questa conferenza introduttiva, volevo esporre in termini piuttosto generali, e prevalentemente dal punto di vista del sentimento, come un seguace della dottrina del Logos sentisse quelle prime parole del Vangelo. E dopo esserci così familiarizzati con l'atmosfera esistente nelle anime di coloro che per primi udirono quelle parole, avremo migliori possibilità di penetrare nel senso profondo che sta alla base di questo Vangelo. Vedremo più avanti che ciò che chiamiamo scienza dello spirito riflette schiettamente il contenuto del Vangelo di Giovanni e a sua volta ci pone in grado di comprenderlo a fondo.

Rudolf Steiner, Amburgo, 15/05/1908

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