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Premetto che Gesù non è per me qualcosa da credere in senso storico. Perché anche ammettendo che il Gesù storico non sia mai esistito, mi pare che le parole a lui attribuite nei vangeli siano saggiamente rivoluzionarie. E questo mi basta per sapere in me stesso che qualcuno, almeno, le abbia pensate. 
Ciò premesso, si può fino a prova contraria accettare che i principali fatti raccontati nei vangeli riguardano il medesimo arco di tempo in cui visse Gesù, e che soprattutto non furono inventati secoli dopo, come molti, preti compresi, sostengono. 
In altre parole, poggia su anti-logica l'opinione che i vangeli risalgano al terzo secolo, quando la chiesa era ormai stabilmente istituita. E questa opinione, del resto insegnata come verità tanto da tradizioni ebraiche, quanto da tradizioni cattolico-romane, o da studiosi laici o atei, o da materialisti e confessioni di ogni genere, è una bufala. 
Chi vuole proprio fondare scientificamente le proprie verità sulla concretezza cartacea dei testi, dovrebbe allora tener conto anche della letteratura talmudica, la quale contiene interessanti documenti circa la conoscenza storica di quei fatti. Tenendo conto di tale letteratura sarebbe per esempio possibile accertare l'esistenza di frammenti del testo aramaico del vangelo di Matteo originale, risalente all'anno 71, vale a dire in un momento ancora molto vicino agli eventi di Gesù di Nazaret (per fare un paragone coi tempi attuali, se è vero che Gesù è morto a 33 anni, e se 71 - 33 = 38, sarebbe un po' come ricordare cose di 38 anni fa). 
Proprio in un passo della letteratura talmudica
perfettamente accertato dagli studiosi ebrei (Talmud, Sciabbat 116 a; questo passo è riportato anche nel libro di Daniel Chwolson, "Ueber die Frage, ob Jesus gelebt hat", Ed. Leipzig 1910, nel quale si cita il versetto di Matteo 5,17 in lingua aramaica; oggi è rintracciabile nel web in lingua inglese: shabbath_116 sia il foglio "a" che il foglio "b"). E già questa preziosa informazione dimostra che nell'anno 71 non solo esisteva già il vangelo di Matteo, ma che esso era ben noto ai cristiani del tempo) è menzionato un fatto significativo che racconta quanto segue. 

Il rabbino Gamaliele 2° si era trovato coinvolto in una lite con sua sorella a proposito di un'eredità lasciata da loro padre, morto nell'anno 70 nella guerra contro i romani. Dovettero perciò comparire davanti a un giudice, il quale, secondo quanto risulta dal testo talmudico, era un cosiddetto giudeo-cristiano. 
In sintesi, la contesa si svolge in questi termini: Gamaliele contesta alla sorella l'eredità paterna, e davanti al giudice, che già conosceva qualcosa del cristianesimo, sostiene che secondo la legge ebraica solo il figlio può ereditare, non la figlia, e che pertanto l'eredità spetta a lui. 
A questo punto il giudice replica che l'antica legge, la Torà, non è più valida nell'ambiente in cui egli amministra la giustizia; e poiché per avere un giudizio, Gamaliele si è rivolto a lui, lui fa presente che non intende più giudicare in base alla vecchia legge ebraica, ma in base alla legge che ora si era sostituita alla Torà. 
Tutto questo avveniva, appunto, nell'anno 71 (il padre, Gamaliele 1° era morto nel 70, durante la persecuzione degli ebrei). 
Ebbene, cosa fa allora Gamaliele 2°? Non trova altra via d'uscita che corrompere il giudice. 
Ed il giorno successivo il giudice, corrotto, emette, sì, la sua sentenza fondata sulla citazione di un passo del testo originale aramaico del vangelo di Matteo. Ma cosa dice in quel suo giudizio? Dice che Cristo "non era venuto per sopprimere la legge di Mosè, ma per portarla a compimento" (Matteo 5,17). In tal modo, credendo di scaricare la sua coscienza affermando di giudicare secondo il pensiero di Cristo, il giudice assegna ugualmente l'eredità a Gamaliele. Morale della favola: fatta la legge trovato l'inganno.... 
Da questa vicenda si ricava comunque che già nell'anno 71 esisteva un testo cristiano, in base al quale si erano citate parole presenti oggi nel vangelo di Matteo. 
E poiché quel passo è citato in aramaico, questo è il segno che già allora esisteva, almeno parzialmente, il testo originario aramaico del vangelo di Matteo. 
Dunque, anche dal punto di vista del materialismo storico siamo su un terreno solido nel far risalire il vangelo di Matteo a un'epoca piuttosto antica. 
Questo dato permette allora di considerare comprovato che tutti coloro che parteciparono alla composizione del vangelo di Matteo vissero in un tempo non molto lontano dagli eventi reali svoltisi in Palestina. 
Di conseguenza, come non fu possibile mentire spudoratamente alla gente, affermando che Gesù di Nazaret fu inventato solo secoli dopo, così non si dovrebbe ritenere possibile affermare ciò che affermano oggi alcuni preti o laici odierni, sedicenti studiosi. Non era infatti trascorso neppure mezzo secolo e ci si trovava ancora di fronte a testimoni oculari, ai quali non era possibile raccontare fatti che non si erano mai verificati. 
Questi mi sembrano fatti storicamente importanti. 
Ma, ripeto, essi non c'entrano con la cosmicità dell'avvento dell'io umano nell'uomo, il quale dai primordi dell'umanità tende ad apparire all'interno dell'uomo come io, anche se nell'antichità si esprimeva nominando se stesso in terza persona: il mio cuore dice al tuo cuore, la mia anima dice alla tua anima, l'anima mia magnifica il Signore, il mio cielo dice al tuo cielo, ecc., esattamente come fanno gli infanti fino al 3° anno di vita, dicendo per esempio: "Mario vuole giocare", anziché "io voglio giocare". 

Bibliografia essenziale: Rudolf Steiner, "Il vangelo di Matteo", Ed. Antroposofica, 4ª conferenza).

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