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In principio fu una comunità senza fissa dimora nella pagana Roma imperiale, che si raccoglieva intorno alla figura del vicario di Cristo, cioè del vescovo, e nelle catacombe, frutto di donazioni di terreni fatte dai nuovi adepti, specialmente donne, insieme a offerte e lasciti di denaro.

Rappresentavano il simbolo del martirio, a cui i primi cristiani erano istintivamente votati, certi della fine del vecchio mondo. In alternativa al martirio c’era l’esilio in Sardegna o sul mar Nero, come avvenne per il 4° vescovo Clemente I (88-97) il quale, scoperto nella sua illegale missione apostolica di convertire i condannati ai lavori forzati nel Chersoneso, finì con una pietra al collo in fondo al mare.

A fronte delle catacombe, e a volte, sopra di esse o al loro interno, sorgevano le “domus ecclesiae”, che erano “case-chiese”, cioè piccole basiliche sotterranee, edifici nascosti, nei quali si svolgevano le pie pratiche di riunioni liturgiche, dalla lettura dei testi religiosi alla celebrazione delle messe e alle omelie, gestite da un presbitero, vale a dire dal più anziano della comunità, che proprio per la sua veneranda età aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale da un apostolo o da un discepolo di Gesù, e poi da un vescovo. Il presbitero più anziano era in genere il vescovo di Roma, che da subito ebbe una sua supremazia sulle altre città dove si diffuse il cristianesimo, da Gerusalemme ad Alessandria, da Cartagine a Corinto. Poi fu chiamato papa, nonostante questo termine derivi dal greco papas “padre”, dunque semanticamente incompatibile col vangelo di Matteo 23,9.

Le “domus ecclesiae” e le catacombe erano il distretto della più antica diocesi di Roma, in base a una divisione dei titoli messa a punto dal vescovo Sotero (166-175). Spuntavano così embrioni di chiese, che si sarebbero sviluppate nei primi tre secoli dopo Cristo, a partire da questa diocesi diretta dal vescovo di Roma con l’aiuto dei presbiteri, che amministravano i sacramenti, e di diaconi e diaconesse, dediti alla cura di quelle proprietà sotterranee e del denaro, con l’assistenza dei didascali, in funzione di istruttori ovvero catechisti, e dei paracleti, che si occupavano dell’assistenza agli infermi e ai poveri.

Singolare in questo contesto la presenza delle diaconesse, più

numerose degli stessi presbiteri e diaconi, tra le quali divennero famose Prassede e Prudenziana, figlie di Prudente, un senatore che avrebbe ospitato nella sua casa l’apostolo Pietro.

Queste due donne sono indicate dalla tradizione come sante e dedite a far colare nei pozzi delle loro case, dove furono costruite le due chiese romane a loro dedicate, il sangue dei martiri uccisi sul colle Esquilino.

A fianco alle diaconesse c’erano le donne caritatevoli, chiamate alla greca “agàpete”, dette anche “subintroductae”, cioè “sottointrodotte” al servizio religioso. “Erano perlopiù giovani che si dedicavano gratuitamente al servizio delle persone religiose” - annota lo storico  Giovini - “abitavano co’ preti e talvolta dormivano nello stesso letto per mettere, dicevano, a più dure prove la concupiscenza ed avere la bella gioia di vincerla. Ma si può ben credere che le cadute fossero più frequenti delle vittorie” (Aurelio Bianchi Giovini, Storia dei papi da san Pietro a Pio IX, Milano 1864). C’erano peraltro anche eunuchi, che erano a volte presbiteri o svolgevano il servizio di sacrestani. Erano questi i gestori, al maschile e al femminile, della prima comunità cristiana che se ne sta nascosta per motivi strategici, sotto il terrore della persecuzione, destinata a costituire una categoria religiosa chiusa e compatta nella difesa dei propri interessi materiali e spirituali.

Questa “santa” comunità aveva una gestione amministrativa ignorata dal governo imperiale, all’insegna di una sorta di comunismo cristiano, che provvedeva a continue elargizioni a favore di poveri, vedove e orfani, mettendo in atto una organizzazione assistenziale a protezione dei propri membri più bisognosi, anche se è notorio che certe elargizioni erano così abbondanti da tentare l’avidità degli stessi diaconi, alcuni dei quali finirono per arricchirsi alle spalle di quanti avrebbero dovuto beneficare. Questa è, per es., la denuncia di immoralità a cui fece cenno Erma, fratello del 3° vescovo Pio I ( 144-155), quando nel suo trattato “Il pastore” richiamava i fratelli di fede a mettere un freno al rilassamento dei costumi. L’autore consigliava ai battezzati che cadevano in peccato di attenersi a una sincera penitenza. E ciò avveniva perché il sacramento della confessione non era ancora stato istituito. Questo particolare fa capire la condizione drammatica in cui vivevano le coscienze di questi primi cristiani, che solo nel martirio potevano riconquistare lo stato di santità.

Il primo storico scandalo finanziario della Chiesa di Roma si ebbe con Callisto. In questa storia ebbe un ruolo importante una “subintroducta” di nome Marcia, pronta a sacrificarsi per la causa, nonostante fosse però anche una delle amanti preferite dell’imperatore Commodo. Marcia fece firmare a Commodo una lista per la liberazione di diversi membri della comunità cristiana esiliati in Sardegna. Tra di loro c’era anche Callisto, non ancora cristiano, che in effetti finì in esilio non per motivi religiosi, ma per la sua attività di strozzino. Avendo prestato soldi a un ebreo restio a rimborsarli ad usura, andò a cercarlo in sinagoga durante una cerimonia; gli ebrei presentarono una denuncia contro di lui per il disturbo della cerimonia e il prefetto lo condannò ai lavori forzati in Sardegna. Lo liberò di lì proprio la lista scritta da Marcia e portata al procuratore dell’isola dall’eunuco Giacinto; e una volta a Roma il vescovo Zefirino (199-217), su indicazione di Marcia, lo nominò amministratore della comunità. E Callisto, ormai battezzato, si mise al servizio della comunità. Sovrintendendo la gestione dei cimiteri con l’istituzione dei “fossores” (“becchini, guardiani”) e la compravendita dei loculi, diede inizio a un autentico traffico commerciale. Il luogo che era stato simbolo della conservazione di martiri e reliquie diventava così una fonte di guadagno per la comunità. Non era un’operazione moralmente accettabile, quindi la comunità vi si oppone per voce del prete romano Ippolito, che lanciò il suo “J’accuse”, invitando al puritanesimo evangelico, da cui Callisto era accusato di essersi allontanato: “Non si devono fare spese eccessive per la sepoltura nel cimitero, perché esso appartiene a tutti i poveri; si richiederà soltanto l’onorario per il costo degli scavatori e dei mattoni, mentre i salari dei guardiani saranno pagati dal vescovo”. Ippolito non fu ascoltato e diventò il primo antipapa. Il riscatto di Callisto venne dal suo martirio, quando, divenuto vescovo di Roma (217-222), fu lapidato e gettato in un pozzo.

In questa primigenia comunità cristiana la denuncia dei costumi tornò di attualità a metà del III secolo con Cipriano, che ci tramanda un’immagine scandalosa: “Tutti erano intenti a far incetta di beni; dimentichi di ciò che avevano fatto i cristiani al tempo degli apostoli e di ciò che essi dovevano appunto fare, ardevano di un insaziabile desiderio di ricchezza, e pensavano solo ad ammassarne. Era morta nei sacerdoti la pietà religiosa, nei ministri del culto la fedeltà e l’integrità; non più carità nella vita di cristiani, non più disciplina nei costumi; gli uomini si pettinavano la barba, le donne si imbellettavano il viso, si truccavano gli occhi, avevano cura delle proprie mani e si tingevano i capelli. Usavano sottigliezze e artifizi per ingannare i semplici; sorprendevano i fratelli con infedeltà e furbizie. Si sposavano con i pagani, prostituendo il loro corpo cristiano. Giuravano senza motivo e spergiuravano anche. Disprezzavano con orgoglio i prelati; s’ingiuriavano, si odiavano a morte. Detestavano la semplicità raccomandata dalla fede, attratti da tutto ciò che è vanità; rinunziavano al mondo a parole, ma non con i fatti; e ciascuno amava a tal punto se stesso che non si faceva amare da nessuno».

La situazione si fece drammatica nel 250, quando l’imperatore Decio, convinto della minaccia che i cristiani rappresentavano per lo Stato, emanò un editto che impose a ogni suddito di presentarsi davanti ad una commissione di cinque membri e di offrire un sacrificio agli dèi per provare l’adesione alla religione pagana. Chi lo avesse fatto avrebbe ricevuto un “libellus” (“libretto”) di garanzia. La reazione della comunità fu in linea con la denuncia di Cipriano, ma numerose furono le defezioni, con veri casi di apostasia. Alcuni, per evitare la morte, caddero in sacrilegio; erano i “lapsi”, cioè quelli “caduti” nell’idolatria, che furono pertanto allontanati dalla comunità. Molti ricchi ricorsero ad un espediente vigliacco: riuscirono a comprare dalle autorità i “libretti” e si misero in regola con l’editto. La comunità li segnò a dito e li soprannominò “libellatici”. Molti furono peraltro i martiri a Gerusalemme, Antiochia e Roma; Cipriano si rifugiò nei pressi di Cartagine, mentre il vescovo Fabiano (236-250) fu condannato a

morte e sepolto nel cimitero di San Callisto. La comunità di Roma elesse vescovo Cornelio (251-253), favorevole al perdono dei “lapsi” e alla loro riammissione nella comunità; gli si oppose un gentile convertito, Novaziano, che riteneva i “lapsi” indegni di essere considerati cristiani, e si autonominò vescovo di Roma. Novaziano fu il secondo antipapa della storia. Da parte sua Cornelio reagì convocando una sessantina di vescovi nella capitale dell’impero: primo storico concilio di Roma in cui si decise la condanna di Novaziano, della sua dottrina puritana, e si approvò l’operato di “carità” verso i “lapsi”. Novaziano fuggì in Africa, dove finì vittima delle persecuzioni, che continuarono più o meno per tutto il III secolo, culminando in quelle di Valeriano del 258 e dell’imperatore Diocleziano nel 303.

A queste persecuzioni si accompagnò poi anche la distruzione dei luoghi di culto, fatto non irrilevante considerando che, in conseguenza di queste demolizioni, si hanno per esempio seri dubbi sulla conservazione delle salme di Pietro e Paolo: nel 258 queste salme furono traslocate dagli originari sepolcreti del Vaticano e dell’Ostiense e trasferite in località ad Catacumbas, nel cimitero che sarà poi detto di San Sebastiano, al riparo da eventuali profanazioni. Nel trasferimento in effetti le due salme potrebbero essere andate perdute, cioè essere state oggetto di smembramento per la costruzione di vari reliquari, e ben poco o nulla sarebbe stato riportato nei loculi originari settant’anni dopo per una tumulazione definitiva. Sempre che un “fossor” (“becchino”) nel frattempo non si fosse già venduto quei loculi.

Ma la frammentazione della comunità nelle varie città dell’impero determinò anche il diffondersi di eresie, nonché l’affermazione della religione mitraica. Mitrei e “domus ecclesiae” si contrapponevano ora in una vera e propria lotta territoriale. Infuriarono così le contese sulle proprietà e sul predominio sotterraneo, senza esclusione di colpi.

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