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Quando ogni tua mossa è prevedibile, è segno che sei diventato perdente, che hai paura, che la tua conoscenza è ABRASIVA (cfr. Conoscenza abrasiva del popolo bue) e che hai la convinzione che l’unica tua via sia l’adulazione zelante.

Lo zelo senza conoscenza comporta infatti una fede che è sottomissione ed adulazione nei confronti della regola, della legge e del legislatore, anche quando il legislatore crea norme sbagliate.   

Questo avviene in quanto la psicosi ti invade e non comprendendo le cose del mondo ti incateni alla loro forma o ai loro riti.

La fede o lo zelo senza conoscenza è ideologia priva di logica. In quanto tale, esula dal Logos che la logica dovrebbe avere in sé come vita all’interno del pensare di ogni uomo. Quando tale logica è carente o assente l’uomo si ammala e si muove in modo psicotico.

Questa dinamica psicotica era nota come negativa non solo al tempo del paleo-cristianesimo quando si sapeva che lo zelo senza la conoscenza genera solo ingiustizie (Romani 10,2-3) ma già al tempo del vecchio testamento: “Lo zelo senza conoscenza non è cosa buona” (Proverbi 19,2); “Voglio la conoscenza di Dio più che gli olocausti” (Osea 6,6).

L’olocausto era il sacrificio d’espiazione nel quale la vittima era completamente bruciata. Era sostanzialmente il rito della morte per eccellenza.

In questo ambito, il messaggio del Cristo è: basta coi sacrifici cruenti di agnelli e di colombe.

Chi riconosce il Cristo, riconosce che il Cristo è il vero agnello (Giovanni 1,29).

Chi non lo riconosce, opera volentieri il rovesciamento del simbolo del vero agnello così che il vero agnello diventa un’ostia, ed il corpo del Cristo un rito, in cui la spirituale vita del Logos è materializzata nella particola e mangiata.

Il rovesciamento formale dei simboli è la vita che si capovolge nella morte.

Il ribaltamento fa cercare il vivente tra i morti (Luca 24,5)… Non si intuisce il Logos né il senso spirituale dell’agnello perché ci si ferma alla sua forma rovesciata e cadaverica mortificata nella pratica domenicale, che in tal modo non può affatto riconoscersi nella concreta logica umana, essendo mera forma, formalismo logico, privo di sostanza spirituale.

Non è mia intenzione avversare la pratica domenicale della comunione (transustansazione). Dico soltanto che quando tale pratica diventa un mero formalismo, anziché sviluppare la logica e la relativa consapevolezza del Logos nei comportamenti umani, essa induce a prendere dal confessionale i relativi motivi di azione. Allora siamo di fronte al suo ribaltamento essenziale, così che la verità non fa liberi ma dipendenti, schiavi e sostanzialmente psicotici, cioè malati.    

PSICOSI SIGNIFICA PREVALENZA DI FORMALISMO, CIOÈ DELLA MORTE DELL’INTUIZIONE ENTRO LA SOSTANZA VITALE DEL PENSARE.

Anche se ogni psicosi è dissimile dalle altre, in quanto ogni io umano è una specie a sé, la rinuncia all’io in nome del noi, è identica in tutti e sostanzialmente la psicosi è antilogica: permanenza ed affermazione della morte nel pensare, sottrazione dell’intuizione dai livelli biologici più primitivi, logica priva di Logos.

Come la nevrosi, la psicosi è la malattia dell’“esemplare della specie animale uomo” che non è ancora divenuto individualità, in quanto insufficientemente differenziato a livello mentale.

La differenza fra nevrosi e psicosi è che nella prima, prevalendo la percezione del divenire e del morire, si cerca sicurezza nella legge e cioè nelle definizioni formali della legalità, eliminando l’intuizione, mentre nella seconda prevale del tutto la paura cioè la morte della vita intuitiva (formalismo).

Certamente la morte è ineliminabile. La si può combattere portandola a livello superiore e possibilmente contenendola lì.

Non tutti i livelli superiori degli esseri umani sono però in grado di padroneggiare sufficientemente la morte. Da qui l’accrescersi delle psicosi.

L’uomo psicotico, anche se mentalmente invaso dalla morte, non è però morto. In certe forme psicotiche acute, dette tossiche, egli muore però rapidamente e progressivamente negli stadi avanzati di malattie ingravescenti, quando anche il corpo più non si difende, come accade negli schizofrenici avanzati.

Nella psicosi l’uomo è bloccato nella morte dell’intuire. Tale blocco non permette alcuna possibilità di isolare la morte, né di concentrarla, né permette la possibilità di distanziarla nel tempo e nello spazio (tempo e spazio interni). Di conseguenza le principali difese rispetto alla morte sono la fuga, la non percezione (il non voler prendere atto di qualcosa, l’anestesia, il sonno) e la continua esternalizzazione di essa: si continua a parlarne misticamente, dialetticamente o farmacologicamente. Sono però forme di droga e quindi fuga. Tentativi, questi ultimi, di liberazione dalla morte che consistono spesso nel somministrare agli altri la morte dalla quale ci si sente invasi, attraverso quelle stesse forme di droga (mistiche, dialettiche, corporee).

Ne deriva un agire dannoso che arriva fino all’omicidio (proiezione della morte all’esterno). Anche per questo motivo lo psicotico è spesso preda di deliri persecutori (“coda di paglia”, permalosità, paranoia) nei quali la morte è avvertita come proveniente dall’esterno.

Lo psicotico perde ogni sua possibilità di controllo del proprio pensare in profondità: la paura (psicosi, paranoia, ecc.) ha invaso i livelli più articolati del riflettere, e lo stimolo esterno negativo in effetti lede gli aspetti più primitivi della sua mente che, una volta affiorati in superficie, sono meno protetti e quindi più fragili.

Lo psicotico sente la sua vita aggredita da ogni stimolo, ed anche quando lo stimolo è minimamente distruttivo, egli non solo proietta la sua morte all’esterno, ma si sente veramente uccidere dall’esterno. Questo perché la sua fragilità è estrema.

Lo psicotico, come ho accennato, è spesso costretto a ricorrere a meccanismi di anestesia che gli consentono di non percepire le cariche aggressive esterne (forme di anestetico possono essere le orazioni, le ideologie, gli spinelli, i farmaci, ecc.).

Tali anestesie sono, d’altra parte, necessarie rispetto a pulsioni interiori invadenti e lesive. Quindi egli tende a diventare un individuo prevalentemente anaffettivo ed inerte. La sua inerzia, che è anche deficienza di funzione dei livelli superiori, fa sì però che certi stimoli aventi la qualità dei livelli superiori stessi, che cioè rappresentino fisiologicamente le sue parti più evolute, siano in grado di condurlo e di comandarlo al di là dei suoi stessi interessi vitali. Lo psicotico infatti può essere guidato da frazioni di idee e di pensiero che risiedono in lui e che non sono state sufficientemente filtrate da giudizio critico. Allo stesso modo può essere eterodiretto, cioè guidato da principi e suggerimenti altrui, anche se parziali (per esempio dal confessionale), purché sia in grado di raccoglierli. Lo psicotico spesso è invece reattivo alle minime influenze negative, anche inconsce, altrui e può avvertirle tutte come mortifere e comportarsi di conseguenza, fino al punto che  quando si sente uccidere, lo psicotico uccide.

In genere, lo psicotico non è cosciente. La sua è una pseudo­coscienza, legata a livelli FORMALI, i quali gli consentono REAZIONI FORMALI. Ma è sostanzialmente incosciente e non collegato ai suoi superiori livelli di vita pensante (ho parlato dei quattro tipi di logica nello scritto "Logica del visionario e del veggente"), data la sua incapacità di sopportarli tutti insieme. Così, se uccide, o uccide se stesso, o compie altri atti di grave danneggiamento di sé e degli altri, non sa effettivamente quello che fa. Sono le sue parti pre-mentali che agiscono, anzi, che distruggono, appena si sentono distruggere. Oppure sono i suoi primitivi livelli biologici che, avvertendo la morte nel pensare, riescono a condurre una zona di esso dalla loro parte per annientare quelle frazioni di umano che sentono mortali e pericolose. Così finiscono invece col distruggere l’umano intero. Si autodistruggono. Lo psicotico che si uccide è sempre condotto da una errata battaglia contro la morte che però trova alleati in una parte biologica profonda che vuole non più soffrire. Essa sente la morte della vita intuitiva come il superamento della sofferenza stessa.

UNO DEI MODI DI DIFENDERSI DALLA MORTE, TIPICO DELLO PSICOTICO, È LA DISSOCIAZIONE. In quanto difesa, questa frammentazione del pensare caratterizza la schizofrenia.

La dissociazione è sintomo di meccanizzazione del pensare, ed ha lo scopo - se di scopo si può parlare per un meccanismo automatico - di interrompere i vari collegamenti tra i diversi punti di vista e livelli di pensiero. Ciò permette una relativa frantumazione della morte stessa, e fa sì che la carica mortale, ormai prevalente, possa non invadere massicciamente tutta la persona fino a portarla ad atti estremi, oppure in condizioni estreme. In tal modo la morte è quindi combattuta frazionatamente con la conseguenza del ritorno parziale ad un tipo di organizzazione pre-individuale, cioè primitivo o del “noi” privo di “io”, nel quale  vari aspetti funzionano ciascuno per proprio conto ma non giungono a collegarsi, con gravi conseguenze per la persona, ma anche con il risultato di non far collegare le pressioni mortali. La persona si dispone perciò AUTOMATICAMENTE in maniera tale che le proprie facoltà possono essere addirittura distrutte, per esempio la memoria, la fantasia cosciente, l’immaginativa morale, mentre altre restano relativamente integre. In tale contesto i valori non esistono più, dato che è infranta la loro personale gerarchia, per la quale un livello superiore di pensiero è guida dei livelli inferiori.

La vita fa quel che può per sopravvivere: I LIVELLI DI SINTESI SUPERIORE E DI PERCEZIONE SUPERIORE, CIOÈ I PROCESSI DEL PENSARE, SONO ESTREMAMENTE RIDOTTI NELLA PSICOSI oppure sono ALTERATI DAI LIVELLI INFERIORI, ANCHE SE IN GRADO VARIABILE SECONDO LE DIVERSE FORME.

La persona può così divenire un essere essenzialmente animale o addirittura quasi vegetativo. Così il corpo può uccidere la mente e la mente può uccidere il corpo. Ecco perché si hanno certi incomprensibili suicidi psicotici, che sono condizionati da dissociazione e da anestesia, e che si manifestano in ridottissimo stato di coscienza. Queste dinamiche sono fisiologiche: ogni riduzione di livelli sintetici superiori, fa sottomettere questi alle forze più primitive.

In questo generale contesto, molti pensati altrui (dogmi, leggi, ideologie, tabù, ecc.), vale a dire molti interessi sono superficializzati, e avvicinati da residui di coscienza ma mancano dei canali necessari a filtrare criticamente gli stimoli. Perciò lo stimolo doloroso è dappertutto: perché la morte dell’intuire è dappertutto. Dunque è tanto profondo quanto superficiale.

La passività dell’uomo senza meraviglia è un'altra dinamica di protezione contro il divenire e il morire. È presente anche nelle nevrosi e nella vita in genere, e corrisponde alla “non lotta” di aspetti del pensare e pre-mentali, i quali hanno la sensazione che è meglio non dare segno di sé per non essere eliminati. Nella psicosi la passività può essere totale. Come in molti sintomi psicotici e nevrotici, essa è una sorta di sintesi e di intesa tra gli aspetti più propriamente mortali e quelli di protezione. Quelli mortali tendono ad impedire la vita delle parti che essi temono e che quindi sentono nemiche, quelli protettivi tendono con l’immobilità a non offrire bersagli per non essere uccisi. È IL DOMINIO DEL FORMALISMO. Ci si sente molto forti col formalismo, col legalismo, col giustizialismo, col fariseismo, ma è in realtà una forza della sopraffazione dell’astratto sul concreto, della forma sulla sostanza.

La forma, essendo concretezza spirituale, cioè immateriale, confligge però con la concretezza minerale. È il conflitto psicotico, e si svolge sempre sotto il segno prevalente della morte dell’intuizione.

Un conflitto salutare è un equilibrio di reciproche forze, che per motivi di prevalenza potrebbero risultare reciprocamente distruttive. Nella psicosi tale conflitto è decisamente mortale, perché lo psicotico è sempre sotto il segno della morte e dell’annientamento totale (annientamento dell’intuire, annientamento biologico, suicidio o omicidio, ma è sempre reale possibilità di annientamento). Non si tratta di semplici fantasie infantili temute, ma di morte vera; come è morte vera quella da cancro, da infezioni, da alterazioni vascolari, ecc.

NELLA PSICOSI SONO FORTEMENTE ALTERATI I CONTENUTI CONCETTUALI e le percezioni di tempo e di spazio. Ciò deriva dal fatto che l’eccessiva vicinanza della morte ai livelli superiori del pensare impedisce il loro funzionamento.

La morte intimamente mescolata con la vita impedisce tali funzioni. E poiché la vita è essenzialmente ritmo, i ritmi mentali di una certa ampiezza sono inibiti, e ciò impedisce di conseguenza la creazione di tempi e di spazi interni.

È ANCORA DA RILEVARE NELLE PSICOSI L’ESISTENZA DI INTENSE ALTERAZIONI DEGLI APPARATI PERCETTIVI. Il percepire è in genere essenzialmente rivolto verso l’esterno. La persona che ha costituito un elaborato ed integrato sistema di comunicazioni interne possiede una certa sicurezza interiore. Ha la sensazione di essere sufficientemente protetto dalla morte interiore, perché i suoi livelli di raccordo e di equilibrio fra emisfero cerebrale sinistro e destro, sono tali da ovviare in buona parte alle intossicazioni ed aggressioni interne. Nella psicosi invece la morte è divenuta internamente prevalente in misura maggiore che non all’esterno di noi. Gli organi percettivi tendono a perdere la loro funzione che li porta a dirigere il movimento esterno dell’individuo e la sua lotta contro la morte. La pressione della morte interna fa rivolgere verso l’interno la maggior parte delle energie disponibili. Al punto che il malato può assumere un comportamento ed una maniera di sentire molto simile a quella del sonno e del sogno (fasi ove fisiologicamente la nostra mente si volge ai contatti con il mondo biologico profondo). Poiché però siamo abituati a percepire attraverso gli organi di senso, accade che nelle psicosi i nostri più profondi pensieri, collegati con gli organi di senso, danno delle pseudo percezioni esterne. Così come nel sogno! Anche se in maniera più ridotta ma più pericolosa, data la disponibilità di una certa motilità da parte dello psicotico. In genere lo psicotico, più che una percezione errata simile a quella del sogno, manifesta piuttosto l’effetto di questa: percepisce la stimolazione di livelli tossici e sopraffattori profondi, spesso sotto forma di frammenti di idee, e reagisce come se percepisse con livelli di organi di senso. Egli ha stimolate invece, quasi direttamente, le zone cerebrali che corrispondono agli organi di senso. È questo un effetto della mancanza di distanza dalla morte; gli organi di senso sono infatti un’opera di distanziamento. Gli organi di senso si danneggiano nel loro funzionamento non solo dalla relativa inutilità della loro funzione che non corrisponde più ai livelli articolati, ma anche dalla massiccia azione dei tossici interni ed esterni che influenzano le zone cerebrali alle quali sono collegati. Si riproduce il meccanismo del sogno, in cui essi non funzionano ma sembrano funzionare perché funzionano, relativamente, le loro matrici.

Le DINAMICHE ALLUCINATORIE sono perciò più complesse. In esse c’è la liberazione di livelli di memoria soggiogata. Si tratta dei livelli di memoria che sono d’abitudine particolarmente controllati perché ripieni di cariche mortali. Infatti gran parte del nostro sviluppo avviene nella linea della reazione alle esperienze lesive di origine esterna, oltre che a quelle trasmesseci dai nostri genitori. Se tali esperienze esistono, esse sono dentro di noi. Sono in definitiva parti del nostro cervello. Registrazioni che significano organizzazioni mentali e quindi cerebrali di memorie, ma anche variazioni funzionali e addirittura anatomiche. Esse hanno la funzione di ricordarci della nostra passata esperienza, di predisporci ad una lotta adeguata contro il pericolo e di stimolarci coscientemente contro di esso. Ma sono esse stesse parti di noi, parti viventi equilibrate con il resto della nostra vita. Condizionano comunque buona parte del nostro comportamento spontaneo ed automatico, così come accade negli animali.

In stato di psicosi, con riduzione della coscienza e riduzione delle capacità percettive del mondo esterno, tali DINAMICHE ALLUCINATORIE assumono prevalenza. La memoria - cioè il passato memorizzato - diventa il presente, mescolato con le percezioni della vita attuale reale, così come avviene nel sogno, ma in maniera ancor più contraddittorio. Nel sogno infatti la relativa non dissociazione fa sì che tutta la persona si associ al processo di sonno. Invece nella psicosi la persona sogna a pezzetti e comunica dentro di sé a pezzetti.

LA PREVALENZA DEGLI STATI DI MEMORIA, che può portare a gravi disturbi della percezione della realtà, cioè della vera morte esterna, ha un suo senso preciso. Esso È LA PRECONDIZIONE DI UN FUNZIONAMENTO AUTOMATICO. CIOÈ DELLA POSSIBILITÀ DEL RICONOSCIMENTO PRIMITIVO ED ANIMALE DELLA STRADA DA SEGUIRE. È questa la strada dell’uomo-bestia, del fanatico che urla allo stadio, o del papolatra che urla in piazza S. Pietro.

Attraverso questa strada grossolana e fatta di grossolane esigenze, si crea IL SUBUMANO. Come per gli animali, questa strada è relativamente sufficiente ad una certa forma di sopravvivenza. È pertanto  inevitabile che QUELL’ESSERE PRIMITIVO CHE È LO PSICOTICO subisca scontri da più parti: INNANZITUTTO si scontra CON SE STESSO, anzi coi suoi pensieri preconfezionati e ancora funzionanti in una lotta senza quartiere; POI anche CON GLI ALTRI CHE LO SENTONO NEL SUA PRIMITIVITÀ E CHE TENDONO IN PARTE AD ALLONTANARLO.

Ecco dunque spiegata la “coda di paglia” dello psicotico: tutti sono realmente temibili per lo psicotico, perché egli sente che tutti lo possono distruggere ed, in un certo senso, questo è anche vero. Perché non tutti accettano “la capra” o “il caprone” nella loro distruttività come qualcosa che appartiene all’individualità umana. In verità egli è semplicemente non ancora un individuo. È solo un esemplare della specie animale uomo! Una specie di diavoleria che gira a piede libero per il mondo. Ecco perché il satana è anticamente raffigurato coi piedi di capra e con le corna. Questa specie subumana di bafometto è la specie dei vari politicanti di tutte le stagioni e di tutte le confessioni religiose. Costoro girano a piede libero spaventando tutti, ed è chiaro che tutti cerchino di difendersi da costoro, cioè dalla psicosi, anche psicoticamente (la psicosi genera psicosi) cioè  obbedendo a spontanei meccanismi vitali che tendono ad eliminare tutto quello che viene sentito come pericoloso.  Lo psicotico lo avverte. E questa è la sua “coda di paglia”.

A tale proposito bisogna accennare al RAPPORTO DELLO PSICOTICO CON IL MONDO ESTERNO. Questo rapporto è comandato dagli istinti più profondamente primitivi, che possono condurre i più articolati residui di pensiero. Questo primitivo sentire avverte tutto il mondo esterno in maniera estrema, quasi come potrebbe sentirlo un organismo unicellulare, come se ogni cosa avvertita fosse immediatamente decisiva per vita. Il “caprone”, cioè lo psicotico sente tutto globalmente distruttivo quando supera un certo livello di resistenza morale, che in effetti ha una soglia molto bassa. Le percezioni del mondo esterno sono tutte indirizzate al riconoscimento della benché minima pericolosità, che è sempre come ravvicinata. La ricerca della vita è, dove possibile, concentrata sull’evitare, o combattere, i pericoli supposti o reali. In questa patologia in effetti le stimolazioni percettive sono di per se stesse effettivamente dannose. Infatti la carica che abitualmente portano al cervello è spesso pericolosa anche di per sé,  al di fuori delle operazioni di riconoscimento e di analisi della morte dell’intuire che ad essa seguono. La vulnerabilità e la carenza vitale di chi è sommerso dalla morte intuitiva fanno sì che percezioni minime possano essere soverchianti e oppressive, in quanto non hanno sufficienti livelli di controllo e di distanziamento. Nella malattia avanzata infatti lo psicotico può essere in pratica invaso dalle percezioni stesse. Può avvertire come penetranti in lui gli oggetti, cose, i rumori, le stimolazioni tattili. Ed è anche per questo motivo che è costretto a ridurre ulteriormente le proprie capacità di percezione. In definitiva lo psicotico può essere perseguitato perfino da un oggetto inanimato. E ciò non solo per eventuali aspetti simbolici, ma per rapporti di forze con gli agenti percepiti non mediati dall’intuire.

Infatti solo l’oggetto di percezione mediato dall’intuire che lo concepisce come concetto o idea, può essere un rapporto corretto col mondo esterno. Se a ciò si toglie il pensare, l’intuire, il concepire, resta la paura caprina del percepito… 

In definitiva quindi lo psicotico oscilla tra una anestesia alle percezioni ed una iperestesia ad esse, in maniera che spesso sconcerta e fa meraviglia.

Accenno ora al DELIRIO e alle MANIFESTAZIONI DI TIPO DELIRANTE. Esse SONO certamente in buona parte un effetto di PROIEZIONE. Sono tentativi di portare la morte dell’intuizione fuori di sé. Tentativo tuttavia insufficiente. Il delirio è un’effettiva possibilità di creare un dialogo ed una dialettica nei confronti di tale morte. Il delirio riesce in effetti a dare un minimo di distanza e di tempo alla lotta sia contro la morte del pensiero e sia contro la morte reale, che è il vero motivo esistenziale irrisolto di questa patologia mentale. Inconsciamente lo psicotico diventa tale in quanto esemplare della specie animale uomo che vuole permanere allo stadio animale quando non può non chiedersi, a differenza dell’animale: “Perché si muore?”. Restando bestia, genera allora il suo materialismo, pensiero debole, e conseguente delirio.

IL DELIRIO e le manifestazioni che accompagnano lo psicotico evitano le sommersioni della morte interna e permettono un certo ristabilimento di alcune minimali capacità esterne per sopravvivere e far funzionare alcuni livelli organizzati. Questo non significa che il delirio sia un processo cosciente ed intelligente. È UN PROCESSO AUTOMATICO DI ALLEGGERIMENTO ED ANCHE DI ESTERNALIZZAZIONE DI TOSSICI: SOLO FACENDO FUNZIONARE CERTE DIFESE E CERTE POSSIBILITÀ DI LOTTA ALL’ESTERNO SI RIESCE A FARLE FUNZIONARE ANCHE VERSO L’INTERNO. NELLO PSICOTICO LA CORRISPONDENZA TRA INTERNO ED ESTERNO È CONTINUA. I livelli interiori funzionano per stimolazioni esterne e viceversa. Se manca la luce non vi sono immagini e gli occhi non funzionano. Se mancano i livelli logici formati attorno alla visione, mancano le possibilità di vedere ulteriormente. VI È CECITÀ VOLONTARIA DELL’INTUIRE!

ACCENNO ORA ALLE CAUSE DI PSICOSI. Esse sono RIASSUMIBILI, come ho accennato, NELLA PREVALENZA DELLA MORTE DELL’INTUIZIONE DURANTE LO SVOLGIMENTO DELLA LOTTA TRA VITA E MORTE A LIVELLO DI PENSIERO O PERLOMENO  A LIVELLO ESISTENZIALE.

Quindi la psicosi può essere determinata in maniera congenita. Ciò accade quando è trasmessa all’individuo una carica di morte prevalente prima ancora della nascita. Può avvenire per l’incontrarsi nell’unione gametica di aspetti mortiferi complementari. Così come accade per malattie congenite biologiche. Tali aspetti possono svilupparsi tardivamente o dare segno di sé all’inizio della vita, dove tendono piuttosto a manifestarsi in forme organiche, seppure cerebrali, le quali si evidenziano con deficit neurologici. Talvolta invece, specie se trovano stimolazioni ambientali (per esempio da parte dei genitori, nella stessa linea delle stimolazioni congenite), possono precocemente dare invasioni mortifere da parte dei livelli congeniti stessi. Così come accade in alcune psicosi infantili, in genere difficilmente distinguibili da forme chiaramente organiche degenerative.

Ma la psicosi può insorgere in età infantile anche quando la carica ambientale sia distruttiva a livello di ragionamento. Per esempio, un eccesso di odio genitoriale, seppure inconscio, può portare ad alterazioni di fondo nel cervello sensibilissimo e condizionabile del bambino, che daranno segno di sé quando si saranno in lui manifestati aspetti mentali più articolati.

In genere però LE PSICOSI INSORGONO QUANDO LA VITA RICHIEDE LA MOBILITAZIONE DI ASPETTI DI LOTTA INDIVIDUALE INDIPENDENTI. Allora bisogna affrontare la morte con i propri mezzi. Se questi non sono sufficienti, L’ESEMPLARE DELLA SPECIE ANIMALE UOMO NON DIVENTANDO INDIVIDUO PUÒ PERIRE NEL PENSIERO, specie con il primo determinarsi della necessità di assumere su di sé pesi e RESPONSABILITÀ PERSONALI, e specie se altri pseudoindividui non permettono la liberazione delle sue capacità e delle sui prerogative, in quanto avvertono ciò come una sottrazione di vita per loro stessi. È IL CASO DELLE SOCIETÀ A RESPONSABILITÀ LIMITATA, IN CUI VIENE LEGITTIMATA TALE MANCANZA DI RESPONSABILITÀ! ED È IL CASO DI CERTI GENITORI CHE “SI NUTRONO” DEI LORO FIGLI, O DI CERTI PERSONAGGI DIRIGENTI CHE NECESSITANO DI “NUTRIRSI” DEI LORO DIPENDENTI OPPURE PROTEGGERSI PER MEZZO LORO. Spesso tali rapporti di reciproca necessità sono rispettivamente condizionati, per cui più individui hanno divisi tra loro i compiti della lotta contro la morte, e non è quindi possibile sottrarsi perlomeno bruscamente, alla situazione di gruppo per ciascuno di essi. In tali casi l’interdipendenza è enorme e gli effetti di certe liberazioni possono essere letali.

La “cultura” della trasformazione dell’io nel noi è una della principali cause della psicosi, in quanto è la cultura anticristiana dell’uomo per il sabato in luogo dell’epicheica cultura del sabato per l’uomo.

La psicosi, come ogni altra evenienza della vita, può essere determinata da forze esterne e da forze interne. LA POSSIBILITÀ DI PSICOTIZZAZIONE DA PARTE DI ELEMENTI ESTERNI È ANCORA SCARSAMENTE COMPRESA. È INVECE TENUTA IN GRANDE EVIDENZA DA POPOLI E CULTURE PRIMITIVE. NELLA NOSTRA CULTURA LA SI RITROVA IN MITI, FIABE E RELIGIONI. È UN FATTO COMUNE E CORRISPONDE AD EFFETTI INTERATTIVI DI FORZE COMPLEMENTARI. NEL CONTATTO TRA INDIVIDUI DIVERSI, POSTO CHE VI SIA UNO SCAMBIO, I RISULTATI SARANNO QUELLI DETERMINATI DA TALE SCAMBIO. Ciascuno darà di sé, per quei livelli ed aspetti che sono suscettibili di essere scambiati. Tra un individuo relativamente vivo ed uno relativamente morto, posto che esistano certe condizioni di contatto, di tempo, di spazio e di sensibilità, ci sarà uno scambio di prevalenze che potrà essere determinante. La vita tende ad adattarsi. Non solo. Cerca di affermare se stessa e di trovare un livello di tollerabilità trasformandosi e trasformando l’ambiente esterno e quindi anche gli altri aspetti di vita. LO PSICOTICO TENDE, AUTOMATICAMENTE, A PSICOTIZZARE. Il “sano” tende a rendere l’altro simile a sé oppure, invece, a respingerlo. Ciò non significa che gli psicotici siano particolarmente potenti. Essi sono meno potenti di chi sperimenta l’universalità del pensare, cioè la concretezza del pensare. TUTTAVIA GLI PSICOTICI AGISCONO SPESSO IN UNA MANIERA INAVVERTIBILE PERCHÉ NON MANIFESTA, MA SEMPRE A LIVELLO MOLTO PROFONDO. LA PERICOLOSITÀ STA NEL NON RICONOSCERE LA RELATIVA PENETRABILITÀ, COSÌ COME È PERICOLOSO NON RICONOSCERE LA MORTALITÀ DI CERTE IDEOLOGIE E DOTTRINE POLITICHE O CONFESSIONALI CHE CONDUCONO ALLA DISTRUZIONE O ALL’INSENSATEZZA.

ANCHE LA SOPRAFFAZIONE DEI LIVELLI SUPERIORI DI PERSONE FORTEMENTE CEREBRALIZZATE PUÒ ESSERE FORIERA DI PSICOSI, PERCHÉ ÀLTERA LE STRUTTURE ORGANIZZATIVE E LE RIEMPIE DI MATERIALE ESTRANEO. CIÒ ACCADE IN CONSEGUENZA DI IDEOLOGIE, DI TEOLOGIE, O DI REGIMI DI VITA VIOLENTANTI. D’ALTRONDE LA PRESENZA DI COLLETTIVI CHE ACCOLGONO TALE MATERIALE PUÒ ESSERE AVVERTITA COME RASSICURANTE, IN QUANTO CREA PSEUDOCOMPETENZE E POSSIBILITÀ NON RAGGIUNGIBILI DALL’ESEMPLARE DELLA SPECIE ANIMALE UOMO: L’IDEOLOGIZZAZIONE E L’IRREGGIMENTAZIONE COLLETTIVE CONFESSIONALI O POLITICHE CAUSANO IN GENERE LA DISTRUZIONE DEGLI INDIVIDUI PIÙ EVOLUTI E LA PSEUDOVITALIZZAZIONE E PSEUDOVALORIZZAZIONE DEI MENO EVOLUTI, I QUALI GUIDATI DA LIVELLI MENTALI ARTIFICIALI, SEMBRANO AVERLI RAGGIUNTI PER LORO CONTO. CREANO PERÒ PER TUTTI UNA NEGAZIONE DELLA MORTE CHE PUÒ PORTARE ALLA MORTE STESSA DI UN GRUPPO COSÌ ORGANIZZATO!

I FATTORI INTERNI di psicosi possono invece essere, nella forma più pura, determinati dall’evoluzione di aspetti interni che si rivelino malati. Per esempio certe maturazioni sessuali, amorose o ideologiche mostrano residui di morte di antica provenienza. Però, in genere, vi è un sommarsi di fattori esterni e fattori interni. Così elementi di penetrazione tossica esterna, con difficoltà di smaltimento e di comprensione di situazioni lesive, si accompagnano con emersioni di aspetti congeniti. Inoltre il progressivo trascorrere del tempo, con il crescere delle stimolazioni da assorbire e il decrescere della capacità reattiva, fa sì che l’individuo possa arrivare a punti di saturazione che diano segno di sé con una psicosi.

Certamente la morte avanza sempre con il proseguire della vita. Ciò è avvertito biologicamente quando i nostri apparati entrano in crisi nella totalità. Cioè quando debbono fronteggiare qualcosa di NUOVO. Praticamente sempre: alla nascita, allo svezzamento, nei vari distacchi, nella pubertà, negli incontri amorosi, nelle paternità e maternità, all’inizio dell’invecchiamento, nelle malattie, OVUNQUE LA MORTE PRENDA PIEDE E OVUNQUE DEBBA ESSERE COMBATTUTA - SPECIE DOVE I LIVELLI DI PENSIERO NON POSSANO AGIRE COSCIENTI DELL’ENTITÀ DELLA BATTAGLIA DA SVOLGERE. Insomma OVUNQUE IL PENSARE È DOMINATO DALLA PAURA E NON È IN GRADO DI PADRONEGGIARE IL DOLORE, là, DOVE IL PENSARE È FATTO FUORI DAL CORPO, DAL GRUPPO, DAGLI ALTRI E/O DALLE DIVERSE ESIGENZE DEL PENSARE STESSO.

Va poi sottolineata l’AZIONE DELLA cosiddetta SOCIETÀ per la formazione della psicosi. LA SOCIETÀ TENDE A SCARICARE LA MORTE SU QUEGLI INDIVIDUI CHE IN QUALCHE MODO LO PERMETTONO. QUESTO FA PARTE DELLA SUA ECONOMIA. SI TRATTA DI UN’OPERA DI PROIEZIONE MA ANCHE DI CONCENTRAZIONE NEL SENSO PRECEDENTEMENTE DETTO PER I LIVELLI NEVROTICI ENDOPSICHICI. Si può perciò dire che LA PSICOSI DELL’INDIVIDUO È LA NEVROSI DELLA SOCIETÀ E VICEVERSA. LA SOCIETÀ, IN DEFINITIVA, PER I SUOI LIVELLI CHE NE FANNO UN ORGANISMO ESTREMAMENTE GROSSOLANO E TERRORIZZATO, SI SERVE DELLO PSICOTICO COME PUNTO DI SCARICO DELLA MORTE CHE LA PERVADE. TUTTAVIA ANCHE LO PSICOTICO FA PARTE DELLA SOCIETÀ ED È RESPONSABILE DELLA SUA FORMAZIONE. Così come una cellula malata è parte di un organismo più complesso e ne rappresenta una frazione di morte. LO PSICOTICO, FACENDO PARTE DELLA SOCIETÀ, DIFFICILMENTE PUÒ LOTTARE CON ESSA. Del resto la lotta è inadeguata e già segnata nei risultati. LA CREAZIONE DI PSICOTICI DA PARTE DELLA SOCIETÀ NON È FACILMENTE PREVEDIBILE, NÉ È PRATICAMENTE ARRESTABILE. IL SUCCESSIVO RIASSORBIMENTO DELLO PSICOTICO NELL’AMBIENTE SOCIALE PUÒ INOLTRE ESSERE PER LUI MOLTO PEGGIO CHE NON UN RESPINGIMENTO. LA SOCIETÀ LO UCCIDE PIÙ FACILMENTE SE MOSTRA DI ACCOGLIERLO CHE NON SE LO RESPINGESSE E LO RICONOSCESSE PER QUELLO CHE È. Che muoia per una malattia organica, per un suicidio o per omicidio non fa differenza. Non ha senso dire che la società forma gli psicotici e poi sostenere che la stessa li debba assorbire. È MEGLIO CHE QUALCUNO LI DIFENDA DA ESSA INVECE DI AFFIDARGLIELI D’IMPROVVISO DIMENTICANDONE E NEGANDONE LE QUALITÀ MORTIFERE.

UN ALTRO PROBLEMA: si è discusso e si discute sull’eziologia della nevrosi e della psicosi contrapponendo teorie organicistiche a teorie psicogenetistiche. Ciascuno dei due gruppi di sostenitori di tali opposte teorie sembra spaventato che l’altro possa avere ragione e distruggere tutta la sua impalcatura teorica. In realtà il bisticcio non esiste se non nei rispettivi PREGIUDIZI. Esso risente delle LIMITAZIONI DELLA NOSTRA CULTURA DI IMPOSTAZIONE CATTOLICO-KANTIANA CHE VOLLE L’ESEMPLARE DELLA SPECIE ANIMALE UOMO COME “LEGNO STORTO” DA RADDRIZZARE, anziché come individualità etica da far fiorire.

Perciò la morte, anche se non identificata come tale, è isolata da alcuni nella legge da obbedire, o nell’io da eliminare, affinché il dominio del sabato sia esaustivo.

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