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Horacio Verbitsky (1942). Editorialista politico del quotidiano argentino “Página/12”. Molti dei suoi quindici libri hanno contribuito a porre al centro del dibattito pubblico temi come l’intreccio corrotto tra classe politica e poteri economici, “Robo para la Corona”, la manipolazione politica della giustizia, “Hacer la Corte”, le responsabilità del vicariato castrense nella guerra sporca, “Il volo” (Feltrinelli 1996; Fandango Libri 2006), il ruolo della Chiesa negli anni della dittatura, “L’isola del silenzio (Fandango Libri 2006) e “Doble Juego. La Argentina católica y militar”. La Latin American Studies Association, che riunisce i più eminenti accademici internazionali specializzati sui temi latinoamericani, lo ha premiato “per la migliore copertura giornalistica di lungo periodo in America Latina” e per “il suo comportamento durante il regime militare, quando svolse un ruolo assolutamente fondamentale nelle indagini sulle violazioni dei diritti umani”. È presidente del Centro de Estudios Lega les y Sociales (CELS), membro del Consejo Rector de la Fundación Nuevo Periodismo Iberoamericano presieduto da Gabriel García Márquez, del comitato direttivo di Human Rights Watch/Americas e dell’International Consortium of Investigative Journalists. Alcune sue denunce hanno contribuito all’abrogazione delle leggi del Punto finale e dell’Obbedienza dovuta, nonché alla cancellazione del reato penale di oltraggio all’autorità.

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Buenos Aires, settembre 1979. Prima dell’ispezione della Commissione interamericana per i diritti umani viene smantellato in poche ore il centro di detenzione clandestina per gli oppositori politici costituito all’interno della Scuola di Meccanica della Marina. Nella notte, tutti i detenuti sono trasferiti in un’isola dell’arcipelago del Tigre, fino ad allora utilizzata come luogo di riposo dal Cardinale di Buenos Aires. Ad accogliere i prigionieri un cartello: “El Silencio”. Nell’isola di “El Silencio” i detenuti saranno vittime di un misterioso programma di “disintossicazione e rieducazione”. Attraverso le agghiaccianti testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti dei desaparecidos, Horacio Verbitsky - uno dei più autorevoli giornalisti argentini, impegnato a denunciare i crimini del regime militare - ricostruisce per la prima volta la storia di questo terribile campo di concentramento finora nascosto al mondo. Con una prosa avvincente, Verbitsky parte da “El Silencio” per svelare retroscena inediti del rapporto che ci fu negli anni della “guerra sporca” argentina tra il regime militare e le gerarchie ecclesiastiche. L’inchiesta, che ha suscitato enorme clamore in Argentina, incrocia alcune delle figure più importanti del Vaticano, dal nunzio apostolico Pio Laghi al cardinale Jorge Bergoglio, fino ad analizzare il ruolo di Papa Paolo VI. A trent’anni dall’inizio della sanguinosa dittatura argentina e dopo aver raccolto nel suo precedente libro “Il volo” la sconvolgente confessione di Adolfo Scilingo, che eliminò numerosi oppositori politici lanciandoli in mare dagli aerei, Verbitsky firma una nuova, coraggiosa e documentata inchiesta che getta luce sull’assordante silenzio della Chiesa rispetto ad una delle pagine più drammatiche della storia del Novecento.

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Il fiume

“Trasferimento” era una parola temuta, che tutti volevano cancellare dai propri pensieri.

Mancavano tre settimane alla fine dell’inverno. Le notti erano ancora fredde, ma nelle ore di sole si poteva già sentire il tepore imminente, come un buon auspicio dopo tanti mesi così duri. Erano stati avvertiti che la loro assenza sarebbe durata fino alla fine del mese. Alcuni avevano avvisato i propri familiari che per alcune settimane non avrebbero potuto né telefonare né andarli a trovare. Fino ad allora, non erano mai usciti in gruppo e quella novità li inquietava, anche se nessuno lo diceva apertamente. Nella soffitta e nei sotterranei del circolo ufficiali che si lasciavano alle spalle avevano avuto il tempo di stringere amicizia. Il legame era recente ma intenso, cementato dall’esperienza estrema che avevano vissuto insieme e la cui conclusione era incerta.

Quella volta non li chiamarono uno a uno per selezionare chi sarebbe partito, né furono messi in fila lungo lo stretto corridoio di piastrelle bianche che portava all’infermeria dove venivano vaccinati. Quando l’ultimo di loro fosse salito sul pullman, il circolo ufficiali sarebbe rimasto vuoto, in modo da poter ultimare i lavori di ristrutturazione mirati a depistare i membri della Commissione interamericana per i diritti umani. Il bagno sarebbe stato rifatto completamente e avrebbero sostituito l’acquaio in cui lavavano i piatti. Avrebbero sistemato un nuovo tavolo di marmo, lavabi d’acciaio inossidabile e uno specchio a tutta parete, per dare al posto un aspetto meno lugubre. Le stanze dovevano sembrare uffici. Avrebbero rimosso i tramezzi e le catene incassate nel pavimento e murato la scala che collegava il seminterrato alla soffitta.

Il veicolo imboccò il viale parallelo al fiume e si diresse a nord. Con i loro abiti informali e le borse sportive potevano sembrare una delle tante comitive di giovani spensierati in partenza per un’escursione. La tecnica dell’inganno e del mascheramento non era a loro sconosciuta. Uno dei pochi che aveva più di quarant’anni era alto, magro e curvo come un cane bastonato e portava occhiali con lenti molto spesse. Gli altri potevano essere scambiati per una scolaresca in gita.

Non impiegarono più di mezz’ora per arrivare all’imbarcadero. Le guardie, prima di lasciarli procedere, identificarono il veicolo. Altri, con gli occhi bendati, arrivarono nello stesso posto a bordo di diverse auto.

La lancia della Prefettura su cui furono fatti salire era di legno, come le imbarcazioni che effettuano il servizio passeggeri tra le isole, ma i sedili erano stati rimossi. Viaggiavano distesi sul pavimento, tra borse, scatoloni pieni di merci, radio trasmittenti e armi (Carlos Gregorio Lorkipanidse, intervista con l’autore, Buenos Aires, 9 settem­bre 2004). La lancia iniziò la sua navigazione sul fiume Tuyù-Paré, verso il Chañà-Miní. I nomi di quei fiumi, in quel momento a loro ancora ignoti, anche più avanti non avrebbero detto granché.

Secondo alcuni il viaggio durò poco più di mezz’ora, ma i più precisi lo ricordano di un’ora e mezzo. Alla monotonia dell’acqua, densa e marrone, faceva da contrappunto lo scorrere delle case dai nomi inopinati, che l’andatura lenta permetteva di decifrare nonostante lo stato cadente delle insegne, con la vernice mangiata dall’umidità e dal tempo. La borghesia liberale dell’Ottocento attribuì a quei luoghi il nome di Tigre, in omaggio al fiume mesopotamico. Solo gli abitanti di quelle isole sanno distinguere ognuno dei 350 fiumi, torrenti e canali che le separano. Un secolo e mezzo fa, Domingo Faustino Sarmiento definì la forma di queste isole come “la più capricciosa e indescrivibile”, dove “la superficie è un’illusione, non è terra tutto quel che appare tale, né si può capire a colpo d’occhio ciò che possa esservi di utile (Dibattito al Senato di Buenos Aires il 5 ottobre del 1858. In Domingo Faustino Sarmiento,”Obras completas” [Opere complete], Ediciòn de la Universidad Nacional de la Matanza, 2001, Torno XVIII, p. 188).

Il molo di legno dove attraccarono non aveva alcuna particolarità. Nemmeno la casa distante pochi metri verso cui si incamminarono, sulle assi logore dell’impiantito e poi lungo il sentiero che si addentrava in quella terra umida tra una vegetazione rigogliosa.

La costruzione aveva un’ottantina di anni. Niente la rendeva diversa dalle tipiche case del delta del Paranà, con tetto in lamiera a doppio spiovente per le piogge frequenti, pavimenti, pareti e assi di legno, il tutto appoggiato su palafitte che la sopraelevavano per proteggerla dalle inesorabili maree. Gli Otto vasti ambienti occupavano poco meno di duecento metri quadrati. In una stanza sistemarono la radio trasmittente. Avevano un generatore elettrico e attrezzi a sufficienza. Un serbatoio a gas per i bagni e la cucina, e quattro cisterne per l’acqua potabile.

Una piantagione di pioppi, una di salici e un’altra di phormium occupavano la ridotta porzione di terreno coltivato. Bisognava ripulire la parte rimanente. Gli arbusti spinosi crescevano in assoluta libertà, impedendo a chiunque di allontanarsi a oltre cinquecento metri dalla riva del fiume (Secondo Sarmiento, il costo per disboscare e sistemare quelle terre superava il valore della produzione possibile all’epoca. Ibid. p. 100).

Un altro gruppo, meno numeroso, fece lo stesso itinerario al freddo dell’alba. Erano impauriti, più che eccitati. Alcuni furono portati in manette e con il volto coperto a bordo di un furgone blindato con cuccette, il cui interno non era visibile da fuori. Altri, a bordo di un camion coperto da un grosso telone verde. Quando giunsero in uno spiazzo nei pressi del fiume, sentirono cani abbaiare e rumori di armi. Li fecero salire su una lancia scoperta, nascondendoli sotto un tendone. Al minimo movimento, i bastoni volavano sopra le loro teste.

Furono rinchiusi nella seconda costruzione, più piccola e rustica dell’altra. Le pareti erano di lamiera e la parte inferiore, delimitata da palafitte, era stata murata appositamente per ospitarli. Ogni notte ne portavano uno o due a lavarsi nella casa più grande, facendosi luce con le lanterne attraverso bui sentieri di terra. Seppur in condizioni così dure, erano ben felici di essere lasciati soli in quell’ambiente insalubre nel quale le guardie non amavano sostare. Per la prima volta, poterono parlare senza restrizioni. E così scoprirono che mancava uno di loro. Lo chiamavano il Topo, ma nessuno seppe mai il suo vero nome.

L’ultima ad arrivare fu la Vecchia. La chiamavano così perché aveva cinquantadue anni. A differenza degli altri, la portarono lì da sola. All’arrivo sull’isola vide il cartello con la scritta “El Silencio”.

Qui trascorsero un mese i sequestrati e le sequestrate che, nel settembre 1979, rimanevano nelle mani del reparto speciale della Scuola di meccanica della Marina.

Cap. 2

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