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Quella scena si svolse lunedì 16 aprile 1979, sei mesi prima che il novantenne agonizzante nella penombra finisse di morire. Il giovedì seguente Graciela Daleo arrivò all’Arcivescovato di Buenos Aires all’ora convenuta.

Sequestrata un anno e mezzo prima da un plotone della marina in una stazione della metropolitana e condotta alla camera di tortura numero 13 della Scuola di meccanica della Marina, aveva superato le terribili prove alle quali fu sottoposta senza smarrire la fede.

“Sei nelle nostre mani. Se non parli ti mandiamo in cielo (Metafora che rimanda chiaramente ai “voli” nei quali i militari gettavano in mare i sequestrati [ndt]). Devi dirci chi sono i tuoi compagni”, le diceva il suo interrogatore, il tenente di vascello Antonio Pernias.

Mentre le applicava delle scariche elettriche a partire dalle caviglie fino al petto, continuava a porle domande sulla sua militanza politica e sulle sue abitudini sessuali. La donna gridava avemarie e questo mandava su tutte le furie il suo interrogatore. Ne capì il motivo quando vide che l’uomo portava al collo un crocefisso e una medaglietta della Vergine Miracolosa. Nelle due estremità della picana (Strumento di tortura che trasmette scariche elettriche [ndt].) non si manifesta soltanto il peronismo.

Dopodiché la slegarono, la rivestirono, le ammanettarono le braccia dietro le spalle e le coprirono gli occhi con una mascherina nera. La fecero salire su una macchina. Sentiva rumore di armi da fuoco. Dopo aver girato un po’ la fecero scendere. L’interrogatore la informò che a causa del suo rifiuto di denunciare i suoi compagni avevano deciso di fucilarla.

“Qual è il tuo ultimo desiderio?”, chiese.

“Che mi togli la benda. Voglio vedere come mi ammazzano”.

“Questo non è possibile. Dinne un altro”, insisté il tenente. Spararono un colpo e qualcuno disse:

“Che mira pessima!”.

Tirarono la giacca della prigioniera e le ordinarono:

“Toglitela, la voglio per mia moglie”.

Dopo la fecero inginocchiare, le puntarono un’arma alla tempia e spararono una seconda volta in aria. Ripeterono quella messinscena per tre volte (Graciela Beatriz Daleo, testimonianza citata).

Quello scontro in una camera di tortura della Scuola di meccanica della Marina tra la montonera che si rimetteva alla Vergine e l’onnipotente ufficiale di Marina con gli ornamenti della medesima fede testimonia di una profonda frattura nella Chiesa cattolica.

La Curia di Buenos Aires operò per decenni in quel vecchio edificio di calle Suipacha nel quale avrebbe visto per la seconda volta l’uomo che accudiva il moribondo.

Graciela Daleo oltrepassò il pesante portone di ferro scuro e si diresse verso la porta laterale, sotto una galleria di colonne e piastrelle a scacchi. Prima di trovare la porta fu colta di sorpresa da una voce alle sue spalle. Proveniva da un’automobile ferma sotto le alte palme del giardino, quelle rare palme che ancora fioriscono nel cemento di Buenos Aires. Il monsignore dalla capigliatura rada la invitò a salire nella vettura. Lo raggiunse (Graciela Beatriz Daleo, intervista con l’autore, a Buenos Aires, 3 aprile 1987).

Le disse che era al corrente di quanto accadeva nel luogo da cui lei veniva e che aveva aiutato molta gente a uscire dal paese. Aprì il passaporto che la donna gli porgeva e osservò la fotografia. Quindi controllò il biglietto aereo. C’era scritto il nome della donna, il numero e l’ora del volo. Si accertò che non mancasse nulla e li tenne con sé:

“So molte cose”, disse.

“E allora perché non le denuncia?”, si avventurò a domandare la donna.

“Se parlassi sarei costretto a lasciare il paese e non potrei farti avere il visto”.

“Non sono disposta a barattare il visto con la vita di tanta gente”.

L’uomo sorrise, non rispose e si limitò a porgerle un crocifisso.

“Il Cristo sei tu”, le disse (Graciela Beatriz Daleo, testimonianza citata).

Le impartì la confessione all’interno dell’auto e ripeté la domanda che lo ossessionava:

“Violentano le donne, in quel posto?”.

Lei accennò un gesto di fastidio. L’uomo insisté:

“Ti hanno violentata?” (Graciela Beatriz Daleo, intervista con l'autore, a Buenos Aires, 3 aprile 1987).

La donna scese dalla macchina. Il sacerdote la osservò con ansia mentre si allontanava. La donna si diresse verso la strada, dove l’aspettava l’uomo più giovane che l’aveva condotta lì e che le aveva consegnato il biglietto aereo.

Il suo nome era Jorge Perren ma lo chiamavano “Octavio”, “Morris” o “Puma”. Era uno dei membri del reparto speciale della ESMA, nella cui sordida soffitta la donna aveva vissuto un anno e mezzo in compagnia di altre centinaia di prigionieri, prima incatenati al pavimento con gli occhi bendati, poi costretti a lavorare, in cambio della vita, per il progetto politico del comandante in capo della Marina, l’ammiraglio Emilio Massera, che sognava di diventare un nuovo Perón (Miriam Lewin, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, “Videla”, 18 luglio 1985).

Il giorno seguente, il 20 aprile 1979, Graciela Daleo si imbarcò su un volo diretto in Venezuela. All’arrivo a Caracas, presentò il visto procuratole dall’uomo calvo col riporto, monsignor Emilio Teodoro Grasselli, segretario particolare dell’ex arcivescovo di Buenos Aires, ex vicario castrense ed ex primate argentino, il dottor professor cardinale Antonio Caggiano, figura chiave della Chiesa cattolica apostolica romana in Argentina per tutto il cinquantennio precedente, agonizzante nell’oscurità.

Cap. 4

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