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Nel 1975, durante la travagliata presidenza di Isabel Martínez de Perón, Caggiano rinunciò alle sue due ultime dignità, quelle di arcivescovo di Buenos Aires e vicario generale castrense responsabile dell’evangelizzazione delle Forze Armate. I suoi fedeli militari si accingevano a governare l’Argentina a ferro e fuoco con il sostegno amorevole della Chiesa, la croce unita alla spada in connubio celestiale. Grasselli avrebbe così capito la convenienza della nomina formale a segretario del Vicariato che Caggiano gli aveva offerto nel 1959.

Il vescovo di Paranà Adolfo Servando Tortolo assunse la guida del Vicariato e Grasselli vi rimase come suo segretario. Presidente della Conferenza episcopale da circa cinque anni, Tortolo aveva dato prova della sua totale identificazione con i medesimi precetti integralisti che caratterizzarono l’operato di Caggiano (“Monseñor Tortolo asumió al vicariato castrense” [“Monsignor Tortolo desi­gnato Vicario castrense”], “Clarín”, 9 agosto 1975). Oltre a Grasselli, Tortolo ereditò anche il provicario Victorio Bonamín, che aveva ingaggiato un duro scontro con i vescovi più aperti alle innovazioni del Concilio Vaticano II e dei documenti del Consiglio episcopale latinoamericano di Medellín. Quando i vescovi Jaime de Nevares e Alberto Devoto proibirono ai sacerdoti di Neuquén (Archivio della Direzione del Culto del ministero degli Affari Esteri, raccogli­tore 11, schedario 14, documento 5) e Goya (“Actitud de la Iglesia de Goya por una misa de campaña” [“Atteggiamento della Chiesa di Goya per una messa da campo”], “La Prensa”, 21 giugno 1971; Santa Sede, Nota segreta 185/71, Archivio della Direzione del Culto, raccoglitore 10, scheda­rio 4, diocesi di Goya, documento 1) di celebrare messa nelle funzioni castrensi, Bonamín inviò cappellani da altre parti del paese per compiacere la dittatura dei generali Juan Carlos Onganfa e Alejandro Lanusse.

A un mese dall’investitura di Tortolo come successore di Caggiano al Vicariato castrense, Bonamín pronunciò un’omelia al cospetto di un’adunata militare che suonò come un proclama golpista: “Quando c’è spargimento di sangue, c’è redenzione: Dio sta redimendo la nazione argentina per mezzo dell’esercito argentino”. Si domandò poi: “Dio non starà forse chiedendo alle Forze Armate qualcosa che vada oltre la loro normale funzione e serva così da esempio a tutta la Nazione?”; e disse che [le Forze Armate] rappresentavano “una falange di gente onesta, pura, [che] è arrivata a purificarsi in un Giordano di sangue per porsi alla guida dell’intero paese verso grandi destini futuri. Gente che è costretta a soffrire perché gli altri possano godere, gente che veglia armi in mano sui festini dei corrotti” (Victorio Bonamín, provicario castrense, omelia in memoria del tenente colonnello Argentino del Valle Larrabure nel Collegio Militare della Nazione, 24 settembre 1975).

Convocato dal governo argentino, il nunzio apostolico Pio Laghi affermò che Bonamín non esprimeva la posizione della Chiesa (“La Homilfa de Monseñor Bonamín” [L’omelia di Monsignor Bonamín], “The Southern Cross”, 3 ottobre 1975). Ma al di là di quella formula giustificativa di routine espressa in una conversazione privata, non ci furono pronunciamenti in pubblico né sanzioni contro la seconda carica di un Vicariato, come quello castrense, che dipendeva in linea diretta dal Papa e il cui titolare presiedeva la Conferenza episcopale. La prospettiva del colpo di Stato si faceva concreta in terra come in cielo.

Lo stesso Tortolo espose la preparazione del golpe a un uditorio di uomini d’affari riuniti in un hotel a cinque stelle. Citò il poeta franchista José Maria Pemán e paragonò la crisi argentina a quella che imperava in Spagna alla vigilia della guerra civile. Sostenne che Dio consente il male in virtù del bene che esso produce ed esaltò le forze latenti e le risorse profonde che emergono nell’avversità per far percepire il suo segreto e misterioso potere. Prendendo a prestito le parole di Pio XI, descrisse un grandioso duello tra il bene e il male che esigeva dagli uomini decisione, coraggio, genio e santità, e annunciò l’imminenza di un processo di purificazione. “Dalle grandi crisi devono emergere grandi uomini”, proclamò. Secondo Tortolo erano vicini tempi di lotta, di oscurità e dolore. Ricorse a una metafora: “È un dolore che risale dalle profondità più estreme dell’essere umano, lo brucia dal di dentro, lo consuma e lo attanaglia dal di fuori” (AICA, Bollettino 994, 8 gennaio 1976, Supplemento Doc-55. [L’AICA è l’“A­gencia fnfirmativa Católica Argentina”, l’agenzia giornalistica creata nel 1955 dalla Conferenza episcopale argentina, ndt]). Sembra l’anticipazione del metodo che presto si sarebbe diffuso in tutto il paese.

Il 18 dicembre del 1975 un gruppo di ufficiali dell’Aeronautica inquadrati nell’organizzazione “Falange della Fede” deposero il loro comandante generale,  capeggiarono una sollevazione nella base dell’Aeronautica di Morón e nei quattro giorni della sommossa lanciarono un proclama e vari comunicati dalla loro Fortezza. Utilizzarono la stessa frase usata dal provicario castrense Bonamín sull’umiliazione e la vergogna del dover “vegliare armi in mano sui festini dei corrotti”, siglarono il loro primo documento “nel mese dell’immacolata Concezione” e dissero “con l’Apostolo: ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (Horacio Verbitslcy, “Medio siglo de proctamas militares” [Mezzo secolo di procla­mi militari], Editora/12, Buenos Aires, 1987, p. 138). Pura retorica: al termine di quella vicenda non vennero neppure rimossi dai ranghi.

I ribelli volevano che il comandante in capo dell’Esercito assumesse la guida del governo in nome delle Forze Armate. La decisione era presa, ma richiedeva qualcosa in più in termini di pianificazione e controllo. L’intermediario che li persuase ad attendere senza tanta impazienza fu il vicario Tortolo, che fece loro visita accompagnato da Grasselli (Dipartimento di Stato USA. Fm Amembassy Buenos Aires To SecState WhasDC Confidential Buenos Aires 8456, “Army Chaplain’s Efforts to Bring About Mrs Perón’s resignation Fail” [“Fallisce il tentativo del cappellano dell’Eser­cito di provocare le dimissioni della signora Peròn”], 30 dicembre 1975). L’accordo prevedeva che il comando dell’Aeronautica fosse assunto dal brigadiere generale Ramón Agosti il quale, insieme ai capi dell’Esercito e della Marina, avrebbe destituito la presidentessa Isabel Perón al momento opportuno. I rivoltosi deposero le armi e non ricevettero alcuna punizione. Tortolo benedisse l’ammutinamento definendone i protagonisti “gioventù ammirevole, di elevato senso morale e coerenza intransigente nei [sacri] principi e nella fede” (“Monseñor Tortolo reconoció méritos a los rebeldes” [“Monsignor Tortolo ha riconosciuto i meriti degli insorti”], “La Opinión”, 24 dicembre 1975). Una questione di pura e semplice opportunità.

La notte del 23 marzo 1976 un nipote di Bonamín andò in cerca del provicario negli uffici del Vicariato castrense di Buenos Aires. Luis Bonamín, il figlio ventunenne di quell’uomo e pronipote del provicario, era stato sequestrato e crivellato di colpi dalla polizia di Rosario. La moglie e compagna di militanza di Luis nella Gioventù universitaria peronista, Maria Teresa Butticé de Bonamín, doveva andar via dal paese e quel parente poteva accelerare la pratica del passaporto. Arrivarono al Vicariato all’ora stabilita, ma dovettero aspettare in un corridoio perché Victorio era impegnato in una riunione fuori programma.

Quando li fecero passare, l’uomo e la ragazza videro due militari d’alto grado nell’atto di congedarsi dal sacerdote. Bonamín li fece entrare e domandò loro cosa fosse successo. Il padre angosciato raccontò allo zio quello che sapeva. Dopo aver ascoltato il racconto, il provicario si limitò a dire: “Se l’è cercata”.

Il giorno seguente, Maria Teresa riconobbe alla televisione gli uomini che aveva visto uscire dal Vicariato. Erano i comandanti dell’Esercito e dell’Aeronautica, Jorge Videla e Ramón Agosti (Marta Teresa Butticé, intervista per questo libro, 24 febbraio 2004), membri della Giunta militare che aveva preso il potere. Erano entrambi originari di Mercedes, dove avevano frequentato Tortolo prima che fosse designato vicario generale. Da allora erano rimasti in rapporti affettuosi. “Ci conosciamo da trent’anni”, spiegò Tortolo (Tortolo, reportage sulla rivista Gente. Citato in AICA, Bollettino 1009, 2 apri­le 1976, p. 18).

Aveva inizio la dittatura militare più lunga del ventesimo secolo argentino.

Cap. 7

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