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Nella notte tra giovedì 13 e venerdì 14 maggio 1976, membri della Marina, camuffati da militari dell’Esercito, sequestrarono nei rispettivi domicili o luoghi di lavoro nella città di Buenos Aires quattro giovani catechiste e i mariti di due di loro. Le donne lavoravano nella comunità ecclesiastica di base animata da alcuni sacerdoti gesuiti nella baraccopoli di Belén, nel quartiere Bajo Flores.

La prima vittima fu Marta Ester Lorusso, portata via dal suo appartamento poco dopo la mezzanotte di giovedì 13 maggio. Gli uomini che la rapirono attesero tutta la notte l’arrivo della ex suora Mónica Quinteiro. Non vedendola arrivare, mangiarono e bevvero tutto il contenuto del frigorifero e strapparono dalla parete un crocifisso di porcellana (Carlos A. Lorusso, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 16 luglio 1985).

Alle 3 di mattina di venerdì 14, un reparto speciale dalle identiche caratteristiche rapì María Vásquez Ocampo, in stato di gravidanza, e suo marito César Amadeo Lugones (José Marta Vázquez, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 16 luglio 1985). Alle 5 fu il turno della figlia di Emilio Fermín Mignone e Angélica “Chela” Sosa, Mónica Candelaria, psicopedagogista di 24 anni, che venne sollevata di peso dal letto in cui dormiva nell’abitazione di famiglia (Emilio Fermín Mignone, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 16 luglio 1985).

“Avete un mandato?”, domandò Mignone dallo spioncino agli uomini che battevano sulla porta.

Gli mostrarono una mitragliatrice.

Mónica e María Marta erano state compagne di studi alla scuola di psicopedagogia dell’Università del Salvatore, diretta dai gesuiti. Insieme avevano partecipato alle missioni rurali cattoliche in Patagonia, che portavano scarpe, vestiti e cibo alle comunità degli indios Mapuche. Di ritorno a Buenos Aires, le due ragazze erano impegnate in attività di promozione sociale nella comunità di Bajo Flores, dove operavano alla luce del sole, con i loro nomi e cognomi.

Un’altra compagna di militanza nella baraccopoli, Beatriz Carbonell, fu sequestrata quella stessa notte insieme al marito, Horacio Pérez Weiss (Hernán Fagnini Fuentes, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 16 luglio 1985).

Con i suoi 34 anni, Mónica Quinteiro era la più anziana del gruppo. Dopo tredici anni passati nella Congregazione della Misericordia aveva smesso l’abito, ma era ancora attiva nella Chiesa come catechista nella comunità di Bajo Flores. La sera del 14 maggio i genitori l’avevano invitata a cena al Club dell’Aeronautica, a nove isolati dalla Sociedad Militar Seguro de Vida, la compagnia di assicurazioni delle Forze Armate presso la quale lavorava. Non si fece vedere né quella sera né per tutto il fine settimana.

Tutti quei catechisti scomparsi erano parenti di militari, diplomatici, ex ministri, uomini di Chiesa, le cui relazioni sociali contribuirono a ricostruire gli avvenimenti.

Il capitano Carlos Lorusso, ufficiale medico dell’Esercito, venne a sapere che i sequestratori di María Ester erano arrivati a bordo di veicoli militari e avevano isolato il tratto di strada nei pressi della casa della sorella, sita a poche decine di metri dal commissariato, che ricevette l’ordine di non intervenire (Carlos A. Lorusso, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 16 luglio 1985). Pérez Weiss era cognato dell’esperto informatico Hernán Fagnini Fuentes, impiegato presso il Comando dell’Intelligence dell’Esercito. Un collega gli confidò di aver visto delle fotografie di Mónica Mignone nella Scuola di meccanica della Marina (Hernán Fagnini Fuentes, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 16 luglio 1985).

Militante dell’Azione cattolica in gioventù, poi assessore all’Istruzione nella giunta provinciale di Buenos Aires guidata dal colonnello Domingo Mercante e in seguito vice ministro della Nazione nel governo di Juan Carlos Onganía, intellettuale di spicco, Emilio Fermín Mignone si recò al Reggimento dell’Esercito. Un ufficiale gli raccontò che la notte del sequestro avevano ricevuto una richiesta di “zona franca”, il tipo di comunicazione utilizzato dalle Forze Armate e dalle Forze di sicurezza nel corso delle operazioni clandestine per evitare incidenti tra i diversi corpi.

José María Vázquez, padre di Maria Marta, era un diplomatico, consigliere dell’ambasciata argentina in Messico. Su sua richiesta, l’addetto militare parlò con i servizi segreti dell’Esercito. Gli fu risposto che il gruppo di catechiste non era nelle mani dell’Esercito (José Marta Vázquez, testimonianza citata). Alla fine il ministro dell’interno, il generale Albano Harguindeguy, confermò a Mignone e Vázquez che le loro figlie erano sotto il controllo della Marina (Mignone, Vázquez, Lorusso, Fagnini Fuentes, testimonianze citate).

Mónica Quinteiro era cugina della moglie del capo del reparto speciale della ESMA, Jorge “Tigre” Acosta, e figlia del capitano di vascello Oscar Quinteiro, che si recò alla compagnia assicurativa militare dove lavorava la figlia. Dopo non pochi preamboli e dinieghi, il vicedirettore e comandante Talarico ammise che un maggiore e due poliziotti erano venuti a cercare la donna per arrestarla seduta stante. Lui si era opposto a che la arrestassero lì, ma gli venne in mente un’idea assai indicativa della morale delle Forze Armate dell’epoca:

“Il mio ufficio è vetrato e ha le tendine. La faccio chiamare in modo che possiate vederla da qui”.

Così poterono identificarla, e la sequestrarono quando uscì in strada (Oscar Quinteiro, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel pro­cesso 13/84,16 luglio 1985).

Il cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Juan Carlos Aramburu, aveva revocato l’autorizzazione a celebrare messa al sacerdote gesuita Orlando Virgilio Yorio, membro della pastorale delle comunità di base dell’arcidiocesi di Buenos Aires. Per tale ragione, la mattina di domenica 23 maggio 1976, quando i militari fecero irruzione nella baraccopoli di Bajo Flores, chi officiava la messa, in una baracchetta a cinquanta metri di distanza dalla casa di Yorio, era un altro sacerdote, Francisco Bozzini. Dalla finestra Yorio vide passare una fila di caschi. Oltre cento soldati erano scesi da auto della polizia e camionette militari. I comandanti della truppa interloquivano tra loro come se fossero dell’Esercito, ma i soldati al seguito dissero al parroco Rodolfo Ricciardelli che erano fanti di Marina della ESMA. Circondarono la baraccopoli e al termine della messa isolarono Otto catechisti, compagni dei sequestrati della settimana precedente. Tra questi Yorio e Francisco Jalics, un altro gesuita che viveva nellà baraccopoli (Orlando Virgilio Yorio, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 16 luglio 1985). Li insultavano senza lasciar loro il tempo di replicare. Non erano interessati a ottenere risposte.

“Che cosa pensa di Pinochet?”

“Era un amico di padre Mugica?”

“Perché la gente della baraccopoli ci tratta male?”

“Siete voi che glielo insegnate?”

“Conoscete questa donna?”

Nel porre quell’ultima domanda esibivano ai due sacerdoti una fotografia di  Mónica Quinteiro. Yorio rispose che la conosceva dal 1967 e che, prima di smettere l’abito, “nel 1974 organizzò in quella baraccopoli una comunità di trenta religiosi”, alla quale lui si unì. Senza tanti riguardi lo fecero salire su un’auto e gli misero sul capo un cappuccio di tela. Una volta scesi dal veicolo lo portarono in una stanza chiusa con un letto dove lo fecero sedere e lo incatenarono ai piedi. In quel luogo buio e angusto passò diversi giorni. “Di, tanto in tanto entravano per insultarmi e minacciarmi. Non potevo dormire né andare al bagno. Ero costretto a farmela addosso e non mi permettevano di cambiarmi. Smarrii la nozione del tempo. Un giorno mi fecero un’iniezione che mi addormentò”. In uno stato di sopore misto a panico udì una voce di lato bisbigliare:

“Ahi Orlando!”.

Gli parve di riconoscere  Mónica Quinteiro.

“Accendevano un registratore e mi interrogavano mentre dormivo. Mi domandarono di Mónica Mignone e del mio lavoro nella baraccopoli”.

“Tu non sei un guerrigliero, ma vivendo nella baraccopoli ti unisci ai poveri, e questo è sovversivo”, gli dissero.

I catechisti arrestati a Bajo Flores furono abbandonati all’alba su un’autostrada, dopo aver ascoltato la predica di un uomo incappucciato che si presentò come “il Boia”:

“Questo posto non fa per voi. Non rimetteteci piede o finirete in un fossato”.

Ma i gesuiti Yorio e Jalics rimasero in prigionia. Quando poterono parlare tra loro, Jalics disse che il 25 maggio (Festa nazionale argentina [ndt]), attraverso una finestra aperta, aveva potuto ascoltare l’arringa tenuta al personale della ESMA da una formazione militare.

In un altro dei suoi interrogatori tra la veglia e il sonno, Yorio dovette rispondere alle domande di un uomo che non era un militare. Quella persona, colta, con conoscenze di psicologia e della Chiesa, gli predicò il Vangelo secondo Massera:

 

“Mi disse che ero un parroco idealista, che il mio errore era quello di interpretare materialmente le Sacre Scritture andando a vivere con i poveri. Che Cristo parlava di povertà in senso spirituale. Che mi avrebbero liberato; ma che sarei dovuto stare un anno senza farmi vedere, in una scuola, lavorando in un’altra classe sociale, perché il marxismo stava mettendo radici in America Latina” (Orlando Virgilio Yorio, testimonianza citata).

 

Il sacerdote Francisco Bozzini si mise in contatto con la moglie dell’ammiraglio Horacio Mayorga, che conosceva come sua parrocchiana, e con vari militari insieme ai quali aveva scalato l’Aconcagua. Bozzini poté così scoprire dove si trovavano i suoi compagni. Quando si presentò alla ESMA riconobbe diversi responsabili della retata. Attraverso un ufficiale impartì la comunione a Yorio, che la ricevette nel suo luogo di prigionia senza sapere da chi arrivava se non molti anni più tardi, quando incontrò Bozzini a Roma.

“Vi sto a poppa”. Yorio udì questa frase, rivolta da una macchina a un’altra, quando lo portarono via da quel luogo per condurlo a occhi bendati in una casa alberata nella quale avrebbe passato i cinque mesi seguenti. Figlio di militare e conoscitore delle caserme, Yorio sapeva che non si parlava così nell’Esercito.

Mignone e José María Vázquez furono ricevuti il 1 luglio 1976 dal Comandante in capo della Squadra Navale della Marina, l’ammiraglio Oscar Montes.

“Non è stata la Marina”, disse l’ammiraglio.

“Lei non ci sta dicendo la verità. Mia figlia aveva a che fare con i sacerdoti Jalics e Yorio, arrestati il 23 maggio dalla Fanteria della Marina”, ribatté Mignone.

“Quei cappellani terzomondisti sì, li ha arrestati la Fanteria della Marina. Uno dei due è molto pericoloso.”

“Molto interessante, perché Massera lo nega. Facciamo progressi”, si congratulò Mignone (Emilio Fermín Mignone, testimonianza citata).

I due gesuiti rimasero in una stanza al buio, con gli occhi bendati e incatenati a un letto, che abbandonavano solo per andare al bagno. Gli interrogatori proseguirono in forma sporadica ma sistematica, condotti da individui non appartenenti alle Forze Armate, che venivano di quando in quando e possedevano una particolare conoscenza delle questioni relative alla Chiesa e ai suoi membri.

Mignone denunciò “la sinistra complicità” ecclesiastica con i militari, che “si fecero carico di eseguire il lavoro sporco di ripulire l’orticello della Chiesa, con l’acquiescenza dei prelati”. Secondo il fondatore del Centro di studi legali e sociali, “in alcune circostanze la luce verde venne data dagli stessi vescovi” e cita ad esempio l’arresto di Yorio. “Una settimana prima dell’arresto, l’arcivescovo Aramburu gli aveva ritirato le autorizzazioni ministeriali, senza giustificazione né spiegazione. Da alcune frasi udite più d’una volta da Yorio durante la sua prigionia, risulta chiaro che la Marina interpretò tale decisione e, verosimilmente, alcune esternazioni critiche del suo provinciale gesuita, Jorge Bergoglio, come un’autorizzazione a procedere contro di lui. Senza ombra di dubbio i militari avevano avvertito i due alti prelati della sua supposta pericolosità. Cosa dirà la storia di questi pastori che consegnarono le loro pecore al nemico senza difenderle né salvarle!” (Fermín Mignone, “Jglesia y dictadura” [Chiesa e dittatura], Ediciones del Pensamiento Nacional, Buenos Aires, 1986, p. 174)

Venticinque anni dopo, nel febbraio del 2001, Giovanni Paolo II fece di Bergoglio il decimo cardinale nella storia argentina, e nel 2005 Bergoglio fu il candidato che contese fino all’ultima votazione a Joseph Ratzinger la successione al soglio papale, la qual cosa non poté che accrescere l’importanza di affrontare quell’oscuro episodio e

portare alla luce la verità nascosta dietro le apparenze.

Durante la sua dolorosa ricerca della verità, Mignone si incontrò con Tortolo e il suo provicario castrense, Victorio Bonamin. Tortolo gli diede a intendere in maniera ellittica che non sarebbe intervenuto. Bonamín, del quale Mignone disse che era più militare che sacerdote, non usò tanti giri di parole: “Non intervengo in casi di gente scomparsa, arrestata o licenziata per motivi politici” (Emilio Fermín Mignone, op. cit., p. 21).

Emilio “redigeva una minuta di ogni colloquio e le faceva circolare sotto forma di lettere, ragion per cui ricevemmo molte minacce”, racconta la compagna di Mignone. “Un giorno lo convocarono dalla presidenza della Repubblica: era un tal colonnello Ricardo Flouret, che gli mostrò la lettera nella quale Emilio affermava che i sacerdoti erano reclusi nella ESMA e gli domandò come lo sapesse” (Angélica Sosa de Mignone, intervista con l’autore, 7 maggio 1999). Mignone gli raccontò il suo colloquio con l’ammiraglio Montes.

“Flouret gli disse che era molto interessato a quella vicenda poiché il Papa aveva chiesto a Videla notizie dei sacerdoti. Dopo quell’incontro li rimisero in libertà, il 26 ottobre 1976. Emilio si è sempre detto convinto che ciò fu dovuto a quell’intervento del Vaticano, e non a Bergoglio”, conclude “Chela” Mignone (Ibid.).

Bergoglio rivide Mignone molti anni più tardi al termine di una messa del giovedì santo nella Cattedrale. “Tentai di parlargli ma Mignone aveva una posizione rigida e non volle ascoltarmi”, dice (Jorge Mario Bergoglio, intervista con l’autore nella sede dell’arcivescovato di Buenos Aires, di fronte alla Plaza de Mayo, 7 maggio 1999).

Una persona molto vicina a Mignone in quegli anni, l’ex avvocatessa del Centro di studi legali e sociali Alicia Oliveira, è amica di Bergoglio, che fece da padrino ai suoi tre figli. Sua sorella, Maria Susana Oliveira, lavorava con la figlia di Mignone e con Yorio nella baraccopoli di Bajo Flores.

Pur non essendo d’accordo con le posizioni spiritualiste del cardinale, Alicia Oliveira sostiene che Bergoglio avvertì Yorio e Jalics del pericolo imminente. “Dissi a mia sorella e alla figlia di Emilio di lasciare la baraccopoli. Lo stesso disse Jorge Bergoglio a Jalics e a Yorio, ma gli disobbedirono”. Quando li sequestrarono, Bergoglio appurò che erano trattenuti dalla Marina e andò a parlare con Massera, il quale lo salutò in modo gioviale per sminuirlo:

“Che dice, Bergoglio?”.

Secondo Alicia Oliveira, Jorge non si lasciò intimidire e gli rispose a tono:

“Che dice, Massera? Sono qui per dirle che se non rimette in libertà i sacerdoti, io come provinciale denuncerò l’accaduto”. Il giorno seguente tornarono in libertà (Oliveira, intervista con l’autore, 3 marzo 1998).

Un sacerdote della Compagnia di Gesù smentì quella versione:

“Tornarono in libertà il giorno seguente? Vuol dire che attese cinque mesi per reclamare? La Marina non attaccava briga con nessuno nella Chiesa, a meno che non desse fastidio alla Chiesa stessa. La Compagnia non svolse un ruolo profetico e di denuncia perché Bergoglio aveva legami con Massera. Non ci sono solo i casi di Yorio, Jalics e Mónica Mignone, il cui sequestro non venne mai denunciato pubblicamente dalla Compagnia. Altri due sacerdoti, Luis Dourron, che in seguito smise la tonaca, ed Enrique Rastellini, operavano anch’essi a Bajo Flores. Bergoglio chiese loro di andarsene e quando questi si rifiutarono informò i militari che non godevano più della sua protezione, e questo portò al loro sequestro. Quando vennero liberati li abbandonò al loro destino, e altri, come Miguel Hesayne e Jorge Novak, dovettero proteggerli”, sostiene il sacerdote (con l’autore in presenza di due testimoni, 17 marzo 1998. Il sacer­dote parlò sotto condizione di anonimato).

Bergoglio corregge la cronologia di Oliveira. “La storia dei cinque mesi non è esatta. Mi attivai sin dal primo giorno e incontrai in due occasioni Videla e in altre due Massera, per quanto fosse difficile in quel frangente ottenere udienza presso di loro. Mi dissero che non erano a conoscenza dell’accaduto e che avrebbero verificato. Quando seppi che i sacerdoti si trovavano alla ESMA, chiesi di nuovo udienza a Videla e lo misi al corrente. Videla disse che l’Esercito e la Marina avevano comandi separati, che ne avrebbe parlato con Massera ma che non era facile” (Jorge Mario Bergoglio, intervista citata).

Un laico, che durante la dittatura si attivò dall’interno di organismi della Chiesa nella denuncia all’esterno delle violazioni dei diritti umani, aggiunge dettagli cupi.

“Dai particolari di cui erano a conoscenza e dalle domande che gli rivolsero alla ESMA, Yorio si dice convinto che Bergoglio, o qualcuno a lui molto vicino, fosse presente agli interrogatori. Se Yorio si salvò fu per l’intervento del Vaticano. Bergoglio è stato un delatore e diversi membri della Compagnia furono costretti all’esilio. Alcuni furono torturati, come Juan Luis Moyano, imprigionato quand’era ancora un semplice seminarista, che riuscì a salvarsi solo grazie all’intercessione del padre, ex ministro dell’Economia” (Intervista con l’autore, 9 marzo 1998. Anche il laico chiese l’anonimato).

Cap. 8

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