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Poiché Tortolo era anche Arcivescovo di Paranà, Bonamín e Grasselli si dividevano le incombenze quotidiane del Vicariato. Mentre  Bonamín girava per le varie unità delle Forze Armate, Grasselli si occupava dei rapporti con i familiari delle vittime che arrivavano in cerca di notizie.

Grasselli riceveva ogni giorno nella parrocchia Stella Maris, che funzionava con le stesse procedure di una divisione navale accanto al Comando supremo della Marina. I familiari dovevano attraversare un ampio vestibolo dove attendenti in divisa ritiravano i loro documenti e li munivano di un lasciapassare per andare da Grasselli. Ogni giorno l’ammiraglio Massera arrivava a bordo di una Ford Fairlaine scortata da quattro Chevys e passava accanto alle lunghe file di anime in pena in attesa da ore. Per entrare nei loro uffici, l’ammiraglio e gli ufficiali del Comando supremo della Marina utilizzavano l’ingresso del Vicariato castrense (Racconto fatto all’autore dall’ex recluta Horacio Roberto Mosca il 27 maggio del 1985).

Quando non era impegnato con Caggiano né ad assolvere alle sue funzioni nel Vicariato, Grasselli si tratteneva nella residenza universitaria San José, gestita dai benedettini, dove si scatenava in interminabili partitelle a pallone con i pensionanti, come quelle con cui il missionario Contradí lo aveva attratto quand’era bambino. Grasselli indossava la maglia del Rosario Central. I ragazzi ospitati nel pensionato durante i loro studi nella capitale sapevano che Grasselli, da un piccolo ufficio dotato di una linea telefonica riservata, sbrigava le pratiche necessarie a far uscire dal paese i detenuti-desaparecidos nelle mani della Marina. Alcuni videro persino i biglietti aerei. In diversi casi la raccomandazione di qualche ufficiale della Marina fu decisiva per ottenere un posto nella residenza universitaria, dove sacerdoti e pensionanti ascoltavano le conferenze tenute dall’ammiraglio Isaac Rojas, vice presidente nel golpe che rovesciò Perón nel 1955, e da militanti dell’Opus Dei (Testimonianze, raccolte per questo libro, di funzionari dell’amministrazione giudiziaria provenienti dall’interno del paese, ospitati nel pensionato durante gli studi nella Capitale. I funzionari chiesero di non essere citati).

Nel giugno del 1976, Grasselli ricevette nella sede del Vicariato Ángela “Lita” Boitano. Due giorni dopo il sequestro di suo figlio Miguel Ángel, delle persone armate avevano devastato la sua casa. Non trovando quello che erano venuti a cercare, rapirono l’unica giovane coppia del palazzo. Nel luogo in cui li tennero in prigionia per diversi giorni c’era anche Miguel Ángel. Un cugino di “Lita” Boitano, ammiraglio della Marina, le suggerì di rivolgersi a Grasselli. Le consigliò di dirgli che forse erano stati i suoi stessi compagni a rapirlo. “No signora, sono stati i militari”, le rispose il sacerdote. Quando lo venne a sapere, l’ammiraglio si indignò: “Ma chi si crede di essere per affermare una cosa simile?”.

Due mesi più tardi Grasselli la chiamò al telefono. “In quale libro si troverà suo figlio, in quello dei vivi o in quello dei morti?”, le domandò. “Cominciai a tremare”, ricorda Lita Boitano. Dopo quel cupo preambolo, Grasselli la informò che Miguel Ángel non era in nessun libro. Senta signora, se non ci sono riuscito io, credo che non si saprà mai più nulla di suo figlio (Ángela Boítano, testimonianza al tribunale di Roma durante il processo al generale Carlos Suárez Mason nell’aula-bunker di Rebibbia, 7 giugno 2000).

Qualcosa di simile le disse Pio Laghi, nel 1979, durante la conferenza del Consiglio episcopale latinoamericano in Messico. Ángela Boitano era tra le cinque madri che riuscirono a ottenere udienza con il nunzio apostolico, che aveva accompagnato la delegazione episcopale argentina alla conferenza. “Monsignore, sono ormai tre anni che non abbiamo più notizie dei nostri figli”, gli dissero. Laghi rispose: “Tre anni è un tempo assai lungo, e se li hanno torturati molto, i militari non li rimetteranno in libertà”. Uscendo, “Lita” si sentì morire. “Non so se un militare ci avrebbe risposto a quel modo” (Ibid.).

Grasselli si era a tal punto immedesimato con i membri dei reparti speciali che sotto la sottana portava un’arma. Nora Santoro sentì il contatto della pistola quando il sacerdote l’abbracciò. Era la nipote del furiere di un reggimento di granatieri, José Aleksoski, scomparso mentre prestava servizio militare obbligatorio nel reggimento istituito dal “Libertador” San Martín. Zivana Aleksoski, sorella del soldato, vide l’arma quando il prelato si alzò in piedi e la sottana si aprì (Giudizio per la Verità istruito dalla Camera Federale d’Appello di La Plata, provincia di Buenos Aires. Testimonianza di Zivana Aleksoski, 3 maggio 1999). A Lázaro Aleksoski disse: “Mi hai seccato. Io so dove sta tuo fratello, ma non posso dirtelo altrimenti invece di un morto ce ne saranno due” (Lázaro Aleksoski, intervista per questo libro a Bahía Blanca il 24 settembre del 2004). Secondo quanto riferì lo stesso Grasselli, il prelato venne a sapere che Aleksoski si trovava nel campo di detenzione di Arma e lo comunicò a Tortolo, il quale “promosse un’istanza speciale” al ministero dell’Interno perché gli fosse consentito di uscire dal paese. Gli Aleksoski erano una famiglia di jugoslavi cattolici emigrata in Argentina per sfuggire al comunismo. Grasselli disse di aver ricevuto, pochi giorni dopo, una telefonata anonima: “José David Aleksoski se ne è andato in cielo”, gli avrebbero detto (Emilio Teodoro Grasselli, testimonianza alla Commissione nazionale sulla scomparsa di persone (Conadep), 10 settembre 1984). Curiosa metafora, più religiosa che castrense.

Gli archivi della “Commissione nazionale sulla scomparsa dì persone” [Conadep] e i vari processi giudiziari celebrati sino ad oggi descrivono con dovizia di particolari la complicità di Grasselli. In diverse occasioni alimentò le speranze dei familiari e li dissuase dal presentare denunce o formulare proteste pubbliche.

“Stai tranquilla, che da un momento all’altro potresti vederlo ritornare a casa”, disse ad Ángela Angelini, moglie di un operaio della fabbrica Rigolleau, che fu visto l’ultima volta in un campo dì concentramento della provincia di Buenos Aires (Giudizio per la Verità istruito dalla Camera Federale d’Appello di La Plata, provincia di Buenos Aires. Testimonianza di Ángela Lidia Angelini nel processo 66, “Núñez, Rafael Alberto”, 5 aprile 2000).

In altri casi predicava rassegnazione e lasciava intendere che non c’era più nulla da fare.

Rubén Abel Beratz fu sequestrato nell’abitazione che condivideva con due compagni a La Plata e che, come di consueto, venne svaligiata. La famiglia non seppe mai chi lo rapi, né il perché né tantomeno dove venne portato. Grasselli scrisse una lettera al fratello di Beratz. “È morto, smettetela di cercarlo”, diceva (Ibid. Testimonianza di Delia Beratz nel processo 1505 della Segreteria unifica­ta. 15 dicembre 1999).

Ci sono poi centinaia di testimonianze che non lasciano dubbi sul coinvolgimento diretto di Grasselli con i reparti speciali e sulla sua conoscenza diretta e profonda di quanto accadeva nei campi di concentramento.

Ai familiari del giovane Benedicto Victor Maisano, sequestrato quando frequentava le scuole superiori, raccontò il trattamento che ricevevano i prigionieri. “Ci fece pensare che era ben informato, e questo ci rattristò fortemente” (Commissione nazionale sulla scomparsa di persone, fascicolo 4810, “Benedic­to Maisano, desaparecido”).

A quelli di Alfredo Arturo Kölliker Frers, sequestrato all’età di sessantasei anni, Grasselli raccontò che riceveva le informazioni in una sede delle Forze Armate che non volle precisare. Lo facevano entrare in una stanza al cui interno, disse, vedeva soltanto un militare al quale doveva dare le spalle. Grasselli gli leggeva l’elenco che aveva portato con sé, con i nomi delle persone la cui scomparsa era stata denunciata dai familiari. Per ciascun nome, il militare gli comunicava se era vivo o morto. Grasselli mostrò l’elenco e spiegò:

“Le persone segnate con una croce vanno considerate morte” (Ibid., fascicolo 3527, “Alfredo Arturo Kölliker Frers, desaparecido”).

Ma quando, al termine della dittatura, fu chiamato alla sbarra per fornire spiegazioni, disse che si limitava a inviare gli elenchi compilati sulla base delle denunce dei familiari, tramite un soldato, al Ministero dell’Interno, alla Polizia federale e al Comando del l° Corpo dell’Esercito. Le risposte le riceveva per telefono.

“Chi rispondeva di volta in volta?”

“Non ricordo”, sostenne.

Quasi venti anni dopo propinò una terza versione: era lui che compilava le liste ma a presentarle al ministro dell’interno, al capo della polizia e ai comandanti delle varie Forze Armate era il vicario Tortolo in persona (Emilio Teodoro Grasselli, testimonianza alla Camera Federale d’Appello di La Plata nel Giudizio per la Verità, 10 maggio 2002).

L’8 novembre 1978, Carlos Oscar Lorenzo uscì di casa come ogni mattina, ma non arrivò mai al lavoro. Attraverso l’amico di un amico i genitori si rivolsero a un ufficiale della Marina che prestava servizio nella Casa Rosada e che li congedò con parole formali di conforto i senza alcuna informazione utile. Cinque giorni dopo, poco prima della mezzanotte, squillò il telefono. Lorenzo parlò un quarto d’ora con la moglie. La famiglia capì che era in mano ai militari. “Vi prego non sporgete denuncia, non parlate, mi trattano benissimo, state tranquilli”, disse.

Passati alcuni mesi senza altre notizie, il conoscente che li aveva portati alla Casa Rosada li informò che Lorenzo si trovava presso Battaglione dell’Arsenale 601 dell’Esercito. Nidia Cristina Cerizola fresca sposa di Lorenzo, si recò alla sede del Battaglione. L’unica porta aperta al pubblico era quella di una cappella.

Fu ricevuta dal cappellano dell’Arsenale, un prete spagnolo, grasso e franchista, padre Amador (Intervista con Silvia Lorenzo, sorella del desaparecido). La sposa aveva con sé una fotografia. Il cappellano le disse che Carlos Lorenzo si trovava lì e che lo trattavano bene. “Ama leggere”, disse lei. “E allora puoi star certa che 1’hanno messo a riordinare la biblioteca”, replicò il prete.

Nel corso di un’altra visita disse a Silvia Lorenzo, una ragazza bruna di un metro e sessanta e occhi scuri:

“Si vede che siete fratelli”.

Carlos Lorenzo aveva capelli biondi, occhi chiari ed era alto un metro e novanta.

La famiglia cominciò a insospettirsi. Davanti alla loro insistenza padre Amador disse che si sarebbe consultato con Grasselli. Quando si rincontrarono li tranquillizzò:

“Carlos sta bene e uscirà presto”.

Decisero di saltare gli intermediari e andarono al Vicariato castrense. Si era intorno alla metà del 1979. Grasselli disse che non dovevano disperare, che “l’animo caritatevole di Videla” aveva elaborato “un piano di riabilitazione” perché non voleva “sprecare le intelligenze dei sovversivi”. Con l’intento di recuperarli alla Patria, erano seguiti da medici, psicologi e sociologi.

“Li trattano bene e in molti casi li fanno uscire dal paese. Io li aiuto”, disse.

Insieme a loro, aggiunse, “vengono riabilitati anche coloro che hanno ecceduto nella repressione, le guardie cattive”.

Ma c’era anche un’altra categoria, quella degli “irrecuperabili”.

“È probabile che qualcuno, mosso a compassione, gli faccia un’iniezione e l’irrecuperabile si addormenti per sempre”, disse Grasselli.

La famiglia entrò nel panico.

“Tranquilli, non è il caso nostro”, li rassicurò.

Grasselli raccomandò loro di non sporgere denuncia e di condurre “una vita appartata”. Nel 1980 Amador li chiamò per informarli che Carlos “si era rifugiato all’estero”. Sconcertati, si rivolsero ancora una volta a Grasselli:

 “Bisogna continuare a nutrire speranza, ora più che mai”, disse.

Carlos Lorenzo non fece mai più ritorno (Commissione nazionale sulla scomparsa di persone, fascicolo 1560, “Carlos Oscar Lorenzo, desaparecido”).

Celia Sara Machado de Rébori fu sequestrata insieme al marito Jorge Rébori e al cognato Humberto. Quando il padre della donna si recò al Vicariato castrense, Grasselli gli mostrò un elenco e lo percorse con una matita fino a trovare i loro nomi.

“Vede, sono vivi”, gli disse.

“Come fa a saperlo?”

“Quelli segnati con una riga sono morti, è inutile chiedere loro notizie. Guardi l’elenco, ecco i nomi dei tre, senza la riga”.

Stabilire che erano ancora vivi era il primo passo, a compiere il quale Grasselli aiutò molti padri sconsolati. Dopodiché bisognava cercare di scoprire dove si trovavano e cosa ne sarebbe stato di loro.

Tre mesi dopo il sequestro, il sacerdote turbò il padre di Celia con una rivelazione:

“Non sono più nell’elenco”.

“Perché non ci stanno?”

“O collaborano, o li mandano via dal paese o li uccidono”.

“Che vuoi dire collaborare?”

“Questo non lo so. Però mi dica una cosa: sua figlia non sente rumore di aerei o treni?”

“E come faccio a saperlo?”, rispose stupefatto il padre (Ibid., fascicolo 12, “Celia Sara Machado de Rébori, desaparecido”).

Con perversa ostentazione, Grasselli gli aveva appena descritto alcuni dei suoni abituali per i detenuti della ESMA.

L’avvocato della provincia di Salta Victor Jacobo Noé e lo studente di Tucumàn Eduardo Aníbal Serrano furono sequestrati sul finire del 1976 mentre bevevano un caffè nella pasticceria del Molino, di fronte al disciolto Congresso nazionale. Grasselli ricevette tre volte i familiari di Noé. La prima nel gennaio del 1977.

“Tenterò di rintracciarlo”, promise. La seconda, due mesi più tardi.

“Sta bene, e presto lo rimetteranno in libertà”, li incoraggiò.

La terza a maggio.

“Ho perso il contatto”, disse.

“Cosa può essere successo?”, domandò la sorella.

“Ci sono tre possibilità: che sia fuggito, che sia diventato collaboratore delle Forze Armate o che lo abbiano giustiziato”, rispose Grasselli (Ibid., fascicolo 2344, “Victor Jacobo Noé, desaparecido”).

Davanti al giudice istruttore Juan Carlos Bourel, Grasselli ammise di aver ricevuto i familiari di Noé e Serrano, ma negò di aver detto che erano detenuti e ancora in vita, e consegnò al giudice le schede su cui aveva annotato i dati di entrambi. Era arrivato ad accumulare tremilacinquecento di quelle schede. Uscendo dal tribunale venne avvicinato dalla madre di un desaparecido. Il monsignore cercò di appoggiarle una mano sulla spalla per consolarla. “Non mi tocchi, perché le sue mani sono sporche di sangue”, lo respinse la donna (Horacio Verbitsky, “Monseñor Emilio Grasselli: Las Cartas sobre la mesa” [“Monsignor Grasselli scopre le carte”], “El Periodista”, N° 15, Buenos Aires, 22 dicembre 1984).

Enrique Rodolfo Barry fu sequestrato con la moglie e il figlio. La casa nella quale abitavano fu saccheggiata e tutto il contenuto venne caricato su camionette dell’Esercito. Il bambino fu ritrovato sulla scalinata dell’orfanotrofio. Barry lavorava in una fabbrica tessile. Due sequestrati lo videro in un campo di concentramento clandestino.

Quando i suoi familiari si recarono alla cappella Stella Maris, Grasselli disse loro che era consigliere spirituale dei reparti speciali, fece un’accurata descrizione fisica di Enrique, disse che era soprannominato il Pinguino e fornì dati che poteva conoscere solo chi sapesse dove si trovava. L’ultima notizia fu quella più temuta:

“Lo hanno giudicato colpevole e lo hanno fucilato” (Commissione nazionale sulla scomparsa di persone, fascicolo 270, “Enrique Rodolfo Barry, desaparecido”).

Il sociologo Osvaldo Plaul era il direttore commerciale dei laboratori farmaceutici statunitensi Abbott. Dalle venticinque alle trenta persone, giunte su diverse auto e un’ambulanza, occuparono la sua abitazione, fermarono e interrogarono i presenti e lo portarono via. Quella stessa notte, un altro dirigente della Abbott venne a sapere, grazie a un parente nell’Esercito, che Plaul si trovava nel reparto politico della Polizia federale. Ciononostante l’azienda sporse denuncia contro Plaul per furto della macchina. Una settimana dopo il sequestro, persino i pavimenti di legno dell’abitazione dei Plaul furono smantellati e caricati su camionette dell’Esercito, insieme a tutto quanto era nella casa. La famiglia seppe in seguito che lo avevano trasferito presso il Comando del 1° Corpo dell’Esercito, nel quartiere Palermo.

Grasselli ricevette la moglie e la sorella di Plaul nella cappella Stella Maris. Controllò una lista e disse:

“È morto, non tornate più. Quelli segnati in rosso li hanno ammazzati” (Camera Federale di La Plata, Giudizio per la Verità, testimonianza di Patricia Escofer, 3 luglio 2002).

Arturo Garín fu sequestrato nel dicembre del 1976; la sorella, María Adelia Garín, e il marito, Rubén Mario De Angelis, nel gennaio del 1977. La madre, María Teresa Penedo de Garín, si rivolse a Grasselli. Rubén e María Adelia figuravano nella lista dei detenuti, Arturo no. Nel secondo incontro, Grasselli li informò “apertamente e senza alcuna forma di rispetto o pudore che mia figlia e suo marito figuravano come detenuti fino al 25 aprile del 1977”.

“E dopo, cos’è successo?”

“O stanno collaborando oppure è successo il peggio”, rispose Grasselli.

Un’altra sopravvissuta alla dittatura rivelò che quel 25 di aprile María Adelia venne trasferita dalla Brigata di Banfield della polizia di Buenos Aires verso il nulla della sua scomparsa definitiva. Grasselli conosceva la data esatta (Commissione nazionale sulla scomparsa di persone, fascicolo 431, “Arturo e María Adelia Garín e Rubén Mario de Angelis, desaparecidos”, testimonianza di Adriana Calvo de Laborde).

Daniel Alberto Sansone e Liliana Cristina Policastro de Sansone furono sequestrati due giorni dopo il golpe del 24 marzo 1976. Quando la madre di quest’ultima si recò da Grasselli, il sacerdote consultò un quaderno, trovò i due nomi e disse:

“Li ha presi l’Esercito”.

“Ci dica, dove stanno?”, lo implorò la donna.

“C’è l’ottanta per cento di probabilità che siano morti e solo un venti per cento che siano ancora in vita”, rispose Grasselli (Ibid., fascicolo 24, testimonianza di Raquel Libchaber de Policastro).

Qualcosa di simile dovettero sentire i familiari di Carlos Dario Lapata Flores:

“È in uno degli elenchi, si preparino al peggio” (Ibid., fascicolo 2954, “Carlos Darío Lapata Flores, desaparecido”).

Il padre della desaparecida Julia Elena Lozano considerava Grasselli un amico di famiglia. Il sacerdote gli spiegò che c’erano tre ipotesi: “Che l’abbiano accompagnata alla frontiera con un biglietto aereo, che sia tornata in libertà e sia scomparsa per sua scelta, o che sia morta”. Il padre gli chiese di essere più chiaro.

“Novantanove per cento di probabilità all’ultima ipotesi.”

“Voleva farmi capire in modo diplomatico che mia figlia era morta”, concluse José Enrique Lozano (Ibid., fascicolo 3458, “Julia Elena Lozano, detenuta-desaparecida”).

“Credo sia morto, ma non posso darvelo per certo”, disse ai genitori della recluta Raúl Eduardo Rinaldi. In quel caso non consultò un quaderno, ma un elenco stampato su un tabulato di computer. Con una crudezza che li sgomentò, si dilungò in dettagli particolareggiati sui casi di tortura di cui era a conoscenza. Nell’elenco i genitori della recluta riuscirono a leggere il nome di Rinaldi e la sigla

MIL (Ibid., fascicolo 3569, “Raúl Eduardo Rinaldi, detenuto-desaparecido”).

Lo studente di diciassette anni Claudio Norberto Braverman fu sequestrato mentre si trovava nell’abitazione di famiglia (Ibid., fascicolo 2123, “Claudio Norberto Braverman, desaparecido”). Quando la madre si recò alla chiesa Stella Maris vide un gruppo di quindici o venti persone in attesa di essere ricevute. Grasselli le disse che era prematuro andare alla ricerca di informazioni presso le sue fonti abituali e le chiese di tornare dopo due settimane. Passato un mese, le comunicò che aveva rintracciato suo figlio.

“È detenuto in un luogo che non posso rivelarle; è in buona salute; stia tranquilla perché Claudio è ancora vivo”.

La madre tornò diverse volte. Una mattina vide un uomo grande e grosso che piangeva. Si chiamava Domingo Roque Alconada Aramburú e suo fratello Carlos era stato ministro durante la dittatura di Pedro Aramburu. Il vescovo ausiliario di La Plata, José María Montes, gli aveva detto che suo figlio, Domingo Roque Alconada Moreira, era ancora vivo. Alconada si fidava dell’informazione ricevuta da Montes, perché il suo superiore diretto, l’arcivescovo Antonio Plaza, titolare della diocesi di La Plata, era cappellano generale della polizia di Buenos Aires nonché amico del comandante, il colonnello Ramón Camps.

Per quella via seppe che suo figlio era ancora vivo. Gli restava da accertare dove si trovasse e trattare per la sua liberazione, come tentavano di fare diversi membri di famiglie in vista attraverso vecchi contatti con ambienti militari. Alconada Aramburú si rivolse al sacerdote Fermín Herrero, direttore del collegio cattolico di La Plata, dove tutti i maschi della famiglia avevano svolto gli studi. A sua volta Herrero era amico del comandante del reggimento dell’Esercito nella città, il colonnello Roque Presti, responsabile di tutte le operazioni militari nell’area di sicurezza 113.

“Dammi retta Fermín, quel ragazzo è stato già evacuato dall’area”, gli disse Presti.

La tappa successiva di Alconada Aramburú fu allora al Vicariato castrense (Ibid., fascicolo 4323, “Domingo Roque Alconada Moreira, desaparecido”). Quando lo vide, la madre di Claudio Braverman ebbe un cattivo presentimento. Attese il suo turno impaurita. Grasselli confermò i suoi timori:

“Signora, mi duole doverle consigliare di non cercare più suo figlio”, le disse.

“Ma perché, monsignore? È una creatura, è innocente!”.

“Capita spesso che nella ricerca di un sovversivo ci vada di mezzo un innocente. Insisto, non lo cerchi più”.

La donna si sentì mancare e altre madri vennero in suo aiuto. Quando si riprese la accompagnarono a un taxi. Una di loro le disse che Alconada Aramburú piangeva perché Grasselli gli aveva dato la stessa risposta.

La scheda di Alconada Moreira è degna di nota. Non solo riporta la sua età, ventisei anni, ma anche il suo presunto “nome di battaglia”, sconosciuto alla famiglia; un indirizzo nella città di La Plata che corrisponde al 50 commissariato, dove stando ad altri detenuti era tenuto prigioniero; una data, che non corrisponde al giorno della sua scomparsa bensì al trasferimento da quel commissariato, dopo il quale nessuno lo rivide più, e infine una sinistra scritta conclusiva:

“Ha ingerito una pasticca” (Emilio Teodoro Grasselli, testimonianza alla Camera Federale di La Plata nel Giudizio per la Verità, 14 marzo 2001).

María Amelia e Patricia María Brizuela cercavano notizie della sorella, María Virginia, studentessa alla facoltà di lettere e filosofia e maestra di scuola (Commissione nazionale sulla scomparsa di persone, fascicolo 116, “María Virginia Brizuela, desaparecida”). Le tre ragazze erano figlie di un colonnello odontoiatra. Attraverso lo zio, il generale Guillermo Brizuela, le due sorelle giunsero al Vicariato castrense.

Grasselli prese lo schedario metallico grigio, lo poggiò sul tavolo e cominciò ad aprire i cassetti, dove conservava in ordine alfabetico le schede contenenti annotazioni sui desaparecidos.

“È stata arrestata dal Coordinamento federale e poi portata alla ESMA”, disse.

“Ma perché, monsignore?”, domandarono le due sorelle.

“Forse è implicata in qualche modo nell’attentato al ministro degli Affari Esteri Guzzetti”, rispose.

Il viceammiraglio Cesar Guzzetti era rimasto ferito da un colpo d’arma da fuoco tre giorni prima del sequestro di María Virgina Brizuela. A tutt’oggi le sorelle non sanno ancora se quell’informazione corrispondesse a verità, ma Grasselli si vantò delle sue ottime fonti:

“Parlo con le persone che tengono vostra sorella alla ESMA”, disse.

Quella nomea fece sì che i familiari di Alicia Noemi Zimman si illudessero quando Grasselli disse loro:

“L’ho rintracciata. E viva, ma non posso dirvi dove si trova”.

Per mesi e mesi, ogni volta che andavano a trovarlo si limitava a ripetere quell’informazione lapidaria. Fino a che un giorno disse:

“Mi dispiace, i miei contatti si sono interrotti” (Ibid., fascicolo 424, “Alicia Noemi Zimman, desaparecida”).

Lo stesso accadde con la madre di Alberto Hojman, sequestrato a un incrocio del centro di Buenos Aires.

“Alberto è vivo. Ho parlato con il ministro dell’Interno: non c’è nulla da temere, perché non è implicato in nulla”, disse.

Nessuno ebbe più notizie di Hojman (lbid., fascicolo 3631, “Alberto Hojman, desaparecido”). Così come non si seppe più nulla di Mario Marcelo Bernardo Isola e di sua moglie, Ana María Kumiec.

“Suo figlio e sua nuora stanno bene, stia tranquilla. So dove si trovano”, aveva detto Grasselli alla madre del ragazzo (Ibid., fascicolo 4937, “Mario Marcelo Bernardo Isola e Aria María Kumiec de Isola, desaparecidos”).

“Suo figlio è vivo, è nelle mani dell’esercito”, disse alla madre di Roberto Maimone, trentatré anni. Anche di lui non si ebbero più notizie (Ibid., fascicolo 365, “Roberto Maimone, desaparecido”).

“Sta bene”, disse dopo aver consultato la scheda di Teresa Lajmanovich alla sorella Ana, venuta dagli Stati Uniti in cerca di notizie. Anche di Teresa non si seppe più nulla (Ibid., fascicolo 2267, “Teresa Lajmanovich, desaparecida”).

In genere le indicazioni che Grasselli forniva ai familiari disperati erano precise.

“Sono stati arrestati dalle Forze Armate. Gli interrogatori si sono conclusi e presto torneranno in libertà”, disse ai familiari degli studenti Nélida Estela, Ernesto e Martha de las Mercedes Filgueira, sequestrati nell’abitazione della madre. I tre adolescenti figuravano nella lista in mano di Grasselli, ma non fecero più ritorno (Ibid., fascicolo 2880, “Nélida Estela, Martha de las Mercedes e Ernesto Filgueira, desaparecidos”).

In diverse occasioni, Grasselli dimostrava la sua conoscenza del caso con dettagli rivelatori per la famiglia. Hipólito Marco Tolosa si presentò al Vicariato dopo aver ricevuto una telefonata anonima nella quale lo informavano che lì avrebbe potuto sapere qualcosa della figlia scomparsa.

“Si trova insieme a suo marito in un luogo che si chiama Arana. Sono in isolamento e a disposizione delle autorità militari. Lei è incinta”, gli disse Grasselli.

La consuocera di Tolosa, Antonia Odani de Reggiardo, di cinquantasette anni, era stata sequestrata nella merceria di quartiere allestita nella sua abitazione. Il giorno successivo un gruppo di uomini armati rapì anche il figlio, il disegnatore Juan Enrique Reggiardo, nella fabbrica in cui lavorava. Qualche ora dopo a La Plata presero anche la moglie, la studentessa di architettura María Rosa Tolosa, al sesto mese di gravidanza. Avevano entrambi ventiquattro anni.

Mesi dopo, una cugina di María Rosa, sposata con un ufficiale del reggimento Comunicazioni dell’Esercito, chiamò per informare che María Rosa aveva dato alla luce un maschio e che stavano bene entrambi (Ibid., fascicolo 1835, “María Rosa Ana Tolosa de Reggiardo, desaparecida”).

Non era un solo maschio, ma due. I pochi detenuti che uscirono vivi dalla Sezione Cani della polizia della provincia di Buenos Aires videro nelle rispettive celle “Quique” Reggiardo e “Machocha” Tolosa. Quel campo di concentramento clandestino, soprannominato con umor macabro “il Manico”, per la storia di una strega che faceva sparire la gente, si trovava a trecento metri dal carcere femminile di Olmos. Nell’infermeria lavorava l’ostetrica Ilda Degadillo de San Emeterio, che assistette al parto dei gemelli Reggiardo-Tolosa. Fu lei a diffondere la notizia della nascita, e lo pagò con la sua vita e quella del marito, il medico del carcere Carlos San Emeterio. Furono sequestrati entrambi e scomparvero per sempre. Come pure María Rosa e Juan Enrique.

I gemelli furono ritrovati molti anni dopo nelle mani di un commissario della Polizia federale, Samuel Miara. A sua discolpa, Miara disse che il suo superiore, un commissario di eccellenti principi, cattolicissimo e che aveva a cuore l’unità della famiglia” gli aveva consegnato “due creature che erano state abbandonate”.

I gemelli furono consegnati dalla giustizia allo zio materno Eduardo Tolosa, ma la convivenza non funzionò. Un ex sacerdote conoscente della famiglia, Hugo Segovia, incitò i giovani ad allontanarsi dai Tolosa, e si riferì in maniera spregiativa alla scomparsa della giovane madre: “Certo non andava in giro per negozi con le amiche”, disse. Probabilmente l’ex sacerdote aveva ragione sui due genitori. I ricordi degli altri sopravvissuti del campo di concentramento indicano infatti che “Machocha” e “Quique” erano militanti montoneros. Ma questa giustificazione grossolana non funziona nel caso della nonna, dell’ostetrica e del medico.

Allo stesso commissariato platense venne condotta Elena De la Cuadra. Insieme al marito Héctor Baratti furono portati via a spintoni da un gabinetto odontoiatrico di La Plata e fatti salire su un’auto della polizia della provincia di Buenos Aires. Nessuna autorità rispose affermativamente alle istanze di habeas corpus presentate. Elena era al quinto mese di gravidanza. Il fratello, Roberto José De la Cuadra, era già stato sequestrato in precedenza. Operaio della compagnia petrolifera YPF, era stato colto in flagrante ad affiggere volantini di protesta nei bagni, contro il prolungamento dell’orario disposto dopo il golpe militare, dal delegato della sezione portuale del Sindacato unico dei lavoratori del petrolio, gente di legge e ordine. Dal giorno dopo, la sua casa e quella dei suoceri furono tenute sotto stretta vigilanza da persone che domandavano di lui. L’edificio in cui vivevano i De la Cuadra fu occupato da un folto gruppo di uomini armati, alcuni con calze sul viso, altri ostentatamente camuffati, altri ancora con la divisa e i remiganti bianchi del 3° battaglione di fanteria della Marina, con base nella zona. Quello era il vecchio domicilio di famiglia che figurava nel fascicolo di De la Cuadra presente nell’archivio della compagnia petrolifera.

“Prenderemo te, così ci dirai dove sta tuo figlio”, dissero alla madre.

Quando usci in strada, vide il figlio con le mani appoggiate alla parete, attorniato da poliziotti. La madre fece finta di non conoscerlo, ma uno degli uomini del gruppo fece segno che era lui.

I genitori di Elena e Roberto si rivolsero a Grasselli su indicazione di un altro sacerdote, conoscente della famiglia.

“Datemi qualche giorno, verificherò”, disse loro.

Quando tornarono, li accolse con un rimprovero.

“Signora, non mi aveva detto che Elenita era incinta.”

“Cosa è riuscito a scoprire, monsignore?”

“Si trova nei dintorni di La Plata, in un luogo custodito.”

“Dov’è questo luogo?”

“No signora, se glielo dicessi le cose peggiorerebbero, perché lei si metterebbe a curiosare da quelle parti e sua figlia finirebbe male”.

Dopo alcuni giorni la madre tornò in cerca di notizie:

“Non posso fare nulla, le notizie che ho di Roberto José sono molto vecchie”.

“E di Elena?”

“Tenga le orecchie aperte, se dovesse tornare a disposizione del potere esecutivo allora sì che potrei darle una mano” (Camera Federale di La Plata, Giudizio per la Verità, testimonianza di Estela de la Cuadra de Fraire, 16 giugno 1999).

Altri detenuti che riacquistarono la libertà raccontarono che Elena diede alla luce una bambina, che chiamò Ana, nei sotterranei del 5° commissariato. La pesarono, le presero le impronte digitali e al quarto giorno la strapparono dalle braccia della madre (Commissione nazionale sulla scomparsa di persone, fascicolo 7782, “Ana Baratti, desaparecida”). Non si seppe più nulla né di loro né di Roberto José De la Cuadra.

Insieme ai Baratti-De la Cuadra fu sequestrato l’operaio dei cantieri navali Rio Santiago Eduardo Bonín. La madre fece visita due volte a Grasselli. La prima le disse che si trovava in un commissariato, senza precisare quale. La seconda, che non si trovava più lì. “Aveva un elenco di nomi nel quale c’era mio figlio. Mi fece cacciar via dalle guardie, perché gliene dissi tante”. Molti anni più tardi si venne a sapere che Bonin era stato prigioniero nei centri di detenzione clandestina del 5° e dell’8° commissariato e del distaccamento di Arana della polizia di Buenos Aires (Camera Federale di La Plata, Giudizio per la Verità, testimonianza di Nilda Briozzi, 26 maggio 2004).

A sua discolpa, Grasselli disse che nello schedario archiviava solo i dati che gli fornivano gli stessi familiari. Tuttavia nelle schede relative ai detenuti-desaparecidos Fabián e Haroldo Logiurato, per i quali aveva interceduto l’arcivescovo di Resistencia Carmelo Giaquinta, compare l’indicazione del gruppo politico in cui militavano (“Los archivos de la represiòn: el caso Perrota” [“Gli archivi della repressione: il caso Perrota”], “Clarin”, 3 giugno 1997). “Chi si incaricò di redigere la scheda e tenerla aggiornata aveva una certa conoscenza dell’attività dei servizi segreti”, concluse uno dei giudici che studiò lo schedario (Il commento sull’autore dell’archivio e sulla sua relazione con i servizi di intelligence è del giudice della Camera Federale di La Plata Leopoldo Schiffrin. Lo formulò nell’udienza del 29 maggio 2002, nel corso della testimonianza di Clau­dia Viviana Bellingeri, figlia del detenuto-desaparecido Héctor Aníbal Bellingeri. La donna citò l’informativa dell’intelligence, pubblicata nel quotidiano “Clarín” nel giugno del 1997, e il giudice Schiffrin associò i dati in essa contenuti a quelli che aveva visto nelle due schede sequestrate a Grasselli e che i familiari delle vittime non conoscevano. È un esempio della complessa opera di ricostruzione, simile a un puzzle, quali sono i Giudizi per la Verità).

Qualcosa di simile avvenne con la madre e la sorella di Néstor Alfredo Cortez. Grasselli le ricevette il 20 maggio 1977, ma nella scheda corrispondente annotò: “10 aprile 1977, per strada, La Plata”. Quasi un quarto di secolo dopo, il giudice Leopoldo Schiffrin mostrò a Patricia Alejandra Cortez quella scheda, che la Camera federale di La Plata aveva sequestrato a Grasselli. “Non avevamo fatto alcuna denuncia a quella data”, disse la donna. E nemmeno sospettavano che Néstor fosse stato sequestrato. Seppero che gli era successo qualcosa solo dopo, quando lasciò passare il compleanno di una figlioccia senza farle visita né chiamarla. Più in basso, nella scheda, si legge: “Il 7 novembre hanno ispezionato il domicilio”. Il giudice Schiffrin chiese alla sorella della vittima cosa le suggeriva quella data. Dopo aver verificato un incartamento che aveva con sé, la sorella ricordò che il 6 novembre un gruppo di persone in abiti civili si era presentato presso l’abitazione di famiglia e dai vicini e aveva chiesto di suo fratello, dicendo che dovevano stendere un “rapporto ambientale”. Alcune ore dopo la casa venne assaltata e saccheggiata da reparti dell’Esercito. Ma non ricordò di aver informato di quel fatto il sacerdote.

“Avemmo l’impressione che quella scheda venisse aggiornata con dati diversi da quelli che comunicavano i parenti”, disse il giudice Schiffrin (Camera Federale di La Plata, Giudizio per la Verità, testimonianza di Alejan­dra Patrícia Cortez, 26 settembre 2001).

Alfonso Mario Dell’Orto aveva conosciuto in gioventù un sacerdote con cui giocava a pallone nel cortile del Seminario Mayor di La Plata. Gli tornò alla memoria quando uomini in borghese fecero irruzione a casa sua armi in pugno dopo aver divelto la serratura, portandosi via ancora stretti alle lenzuola la figlia e il genero. Non gli venne in mente altri a cui rivolgersi se non quel professore del seminario, che nel frattempo era diventato una delle personalità di maggior spicco della Chiesa argentina, l’arcivescovo di Cordoba cardinal Raúl Francisco Primatesta. Dell’Orto gli scrisse chiedendogli aiuto per accertare cosa fosse accaduto alla figlia.

Primatesta gli rispose che non poteva fare nulla. Ma quando Dell’Orto si recò per la prima volta alla sede del Vicariato castrense, Grasselli era già a conoscenza delle informazioni contenute nella lettera inviata a Primatesta, che trascrisse in una scheda, la qual cosa rivela con quanta rapidità e precisione le informazioni circolassero all’interno della Chiesa e ridicolizza la pretesa successiva che non ci fossero archivi, elenchi né registri scritti delle migliaia di casi nei quali uomini della Chiesa ebbero una qualche forma di partecipazione (Ibid., testimonianza di Alfonso Mario Dell’Orto, 30 giugno 1999).

Cap. 9

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