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Nel dicembre del 1976, il chirurgo Alfredo Forti si lasciò alle spalle la tragedia di Tucumán insieme alla moglie, Azucena Sosa, e ai loro cinque figli, di età compresa tra gli Otto e i sedici anni.

Nel gennaio del 1977 partì per Caracas dove ottenne un contratto con il ministero della Salute venezuelano. Azucena e i ragazzi rimasero a Buenos Aires, in attesa che il sacerdote venezuelano Alfonso Naldi, da Caracas, riuscisse a ottenere i visti per farli partire. Naldi era parroco di San Antonio, città dov’era forte la presenza di una confederazione dei lavoratori di orientamento cristiano-sociale.

La mattina del 18 febbraio 1977, Azucena e i figli sbrigarono le formalità doganali e il controllo dei passaporti e si imbarcarono sul volo 284 delle Aerolineas Argentinas.

L’aereo rullava ancora i motori sulla pista quando il comandante ricevette l’ordine di interrompere l’operazione di decollo. Era un ufficiale di Marina in pensione, abituato a non sorprendersi mai di nulla, consapevole che “vivevamo in uno stato non di diritto, ma poliziesco” (Testimonianza del tenente di vascello Álvaro Gómez Villafañe alla Camera Federale di Buenos Aires, 20 maggio 1985), nel quale le Forze Armate facevano ciò che volevano.

Un ufficiale dell’Aeronautica in divisa, accompagnato dal funzionario del servizio emigrazione che aveva bloccato il volo, lo informò che stava per “arrestare una estremista in fuga da Tucumán”. Uno degli uomini saliti a bordo con l’ufficiale disse dagli altoparlanti dell’aereo:

“Il signor Alfredo Forti è pregato di presentarsi nella cabina del

pilota”.

Il primogenito, che aveva lo stesso nome del padre, rispose alla chiamata. Quando videro che non si trattava di un uomo ma di un ragazzo, gli ordinarono di portare sua madre. L’ufficiale la informò che l’avrebbe messa agli arresti. La donna chiese di vedere il mandato giudiziario.

“Deve venire con noi, signora”.

“In queste condizioni mi oppongo all’arresto”, disse la donna.

L’ufficiale dell’Aeronautica abbozzò un gesto verso cinque uomini in borghese appostati sulla scaletta dell’aereo, le armi bene in vista.

“Non mi considero responsabile degli atti di violenza di cui potrebbero farsi protagonisti”.

La donna gli chiese che quantomeno lasciasse partire i ragazzi. L’ufficiale si consultò con i superiori e poi si rifiutò, con un’argomentazione ineccepibile per un governo di legge e ordine come quello:

“Impossibile, perché sono minori e i minori debbono viaggiare accompagnati” (Testimonianza di Alfredo Forti Sosa alla Camera Federale di Buenos Aires, il 20 maggio del 1985, e intervista con l’autore, a Washington, nel 1992).

Vennero loro sottratti i biglietti, fecero scendere le valigie dall’aereo e tornarono al terminal dell’aerostazione con lo stesso autobus che li aveva condotti sulla pista. Ma questa volta a guidare il veicolo erano gli uomini armati in borghese che accompagnavano l’ufficiale dell’Aeronautica. Giunti all’esterno dell’aeroporto li trasferirono su due autovetture, sotto la sorveglianza degli agenti di custodia.

I due automezzi superarono diversi posti di controllo senza arrestarsi. In corrispondenza di uno di questi furono salutati. Abbandonarono la strada e imboccarono un sentiero sterrato. Lì si fermarono e bendarono gli occhi dei prigionieri. I bambini piangevano. Quello più piccolo gridò:

“Ci uccideranno”.

“Signora, perché sa tante cose questo ragazzino?”, domandò il capo del gruppo.

Quando gli tolsero le bende si ritrovarono in un cortile circondato da celle. Le studentesse delle scuole superiori sequestrate per aver chiesto che i biglietti degli autobus di La Plata fossero meno cari cantavano dalle loro cellette per rassicurare i bambini. Gridavano i loro nomi: Alicia, Violeta. Una era incinta di sei mesi. Di nessuna di loro si seppe più nulla.

Passarono lì sei giorni, presso la Brigata di polizia investigativa di Quilmes. Una notte, Azucena Sosa fu svegliata da un agente. La bendarono e la condussero dinanzi a un colonnello che fu il primo a darle qualche informazione:

“Sinceramente non saprei dirle perché siete in arresto”.

Poi cercò di discolparsi con la frase preferita da quella burocrazia criminale:

“Eseguo gli ordini”.

L’aiutante del colonnello le chiese l’indirizzo della casa dove avevano alloggiato a Buenos Aires. Quella stessa notte gli agenti della Brigata di Quilmes bendarono nuovamente gli occhi dei cinque ragazzi, li sistemarono nel sedile posteriore di un’autovettura e li coprirono con un lenzuolo. Azucena viaggiava su un altro veicolo. Quando la carovana si fermò, il capo comunicò all’adolescente Alfredo Forti:

“Voi scendete qui, vostra mamma la trasferiamo a Tucumán”.

Li abbandonarono sul marciapiede, con quello che restava del loro bagaglio sistemato in due fagotti annodati con dei lenzuoli. Quando si tolsero le bende, si accorsero di essere a pochi isolati dalla casa nella quale avevano trascorso un mese a Buenos Aires. Qualcuno li osservava da un ristorante. Un uomo che procedeva verso di loro sul marciapiede cambiò direzione e proseguì il suo cammino.

“Quella fu l’ultima volta che vedemmo nostra madre”, ricorda Alfredo Forti Sosa (Ibid.). Due giorni dopo, il parroco Naldi arrivò a Buenos Aires, su richiesta del suo vescovo e della Caritas venezuelana. Le sue uniche piste erano il numero di telefono della casa in cui Forti aveva lasciato la famiglia e l’indirizzo della Caritas argentina. Alla prima telefonata trovò i bambini. Alla Caritas lo accolsero con reticenza. Gli dissero che non si poteva fare molto e gli consigliarono di non intromettersi (Testimonianza del sacerdote Alfonso Naldi alla Camera Federale di Buenos Aires, 22 maggio 1985).

Naldi fece l’esatto contrario.

“Decisi di rivolgermi in alto. Mi recai dal nunzio Pio Laghi. Disse che non poteva intervenire in maniera diretta, ma quando ascoltò il figlio di Forti si commosse. Era la prima volta che ascoltava la voce di una persona vittima di un sequestro” (Ibid.).

Dopo aver ascoltato il racconto di Forti, il nunzio convocò l’ambasciatore del Venezuela, Ernesto Santander, che accettò di ricevere immediatamente il parroco Naldi e il figlio maggiore di Azucena Sosa. Il governo del Venezuela avrebbe concesso i visti, ma prima i fratellini dovevano riottenere i passaporti e i biglietti aerei. I loro rapitori li avevano abbandonati in mezzo alla strada con le sole carte d’identità. Nel loro pellegrinaggio in cerca di una via d’uscita, accompagnati ovunque dal parroco venezuelano, si rivolsero a un giudice minorile, il quale suggerì loro di accusare la madre di averli abbandonati e di aver rubato i loro passaporti. Tutti, incluso il piccolo Guillermo Forti di Otto anni, respinsero indignati quella proposta indecente.

Grasselli fu la chiave maestra che aprì tutte le porte. Parlò con il ministro dell’Interno, il generale Albano Harguindeguy, e la Polizia federale rilasciò i cinque passaporti; chiamò il brigadiere Amílcar San Juan, e le Aerolíneas Argentinas emisero i biglietti aerei. Grasselli li condusse con la sua macchina al Dipartimento centrale di Polizia e li accompagnò per i dedali della burocrazia finché ottennero i nuovi documenti. Alla vista delle uniformi, il minore dei bambini scoppiò di nuovo in lacrime. Secondo Grasselli, “pensava dì essere nuovamente arrestato”. Una volta ottenuti i biglietti aerei, “andò nel panico” e si rifiutava di tornare all’aeroporto (Emilio Teodoro Grasselli, testimonianza alla Camera Federale nel processo 13/84, 21 maggio 1985).

Fu la prima volta che Grasselli entrò in contatto con Naldi.

Quando si rincontrò con i figli in Venezuela, Alfredo Forti denunciò la scomparsa della moglie alla Commissione interamericana per i diritti umani. Dopo aver richiesto invano testimonianze e spiegazioni al governo, la Commissione considerò acclarato che la donna e i figli erano stati detenuti illegalmente da agenti ufficiali (Rapporto 1978 della Commissione interamericana per i diritti umani, Caso 2271, “Nélida Azucena Sosa de Forti, desaparecida”).

Dopo due anni di ostinato silenzio, la dittatura fornì la sua versione dei fatti. Disse che Azucena Sosa era attiva nei Montoneros e che quando decise di abbandonare l’organizzazione la accusarono di diserzione e ordinarono la sua cattura.

Nell’incomparabile prosa ufficiale dell’epoca:

“Un gruppo di individui, in una missione quasi suicida, si presentò invocando una presunta autorità al fine di sequestrare una persona che pretendeva di farsi gioco delle regole di una banda che, ormai vacillante, necessitava di dimostrare ai suoi membri un’onnipotente capacità di imporre sanzioni, sebbene a tal fine fosse necessario mettere a rischio diversi suoi componenti. In tal modo si voleva conseguire un duplice obiettivo: internamente, intimidire chiunque volesse abbandonare le fila dell’organizzazione; esternamente, screditare i Pubblici Poteri, accusandoli dell’arresto di chi, ovviamente, non era sottoposto alla competenza di alcuna autorità” (Rapporto 1980 della Commissione interamericana per i diritti umani, Caso 2271, “Nélida Azucena Sosa de Forti, desaparecida”).

La Commissione non accettò queste giustificazioni tardive e inverosimili. In un aeroporto soggetto a controllo militare non era credibile simile audacia per un verso, né tanta ingenuità per l’altro. In aggiunta, durante la visita della Commissione nelle carceri argentine, un detenuto menzionò la signora Forti tra i suoi compagni di prigionia a Tucumán. Disse che la donna esibiva “uno stato fisico penoso a causa del cattivo trattamento al quale era stata sottoposta” (Ibid).

Quel detenuto era il carpentiere Pedro Antonio Cerviño, sequestrato e imprigionato per un mese nel settore dei detenuti clandestini del Dipartimento centrale di Polizia di Tucumán. Lì lo colpirono

ripetutamente, lo sottoposero alla picana, gli strapparono le unghie e gli versarono sulla spalla una sostanza che gli lasciò una macchia scura. Alcuni mesi prima era stato rinvenuto il corpo della sorella María Teresa, con una busta di plastica stretta sulla testa, torturata e crivellata di colpi. Il cadavere era appeso a un ponte con un cartello sul petto: “Ero una Montonera. Fai come me”, c’era scritto.

Chi interrogava Pedro Cerviño era interessato ai coniugi Forti. “Rivelai il loro indirizzo ma dissi anche che erano partiti per il Venezuela.” Pochi giorni più tardi, Cerviño vide nel Dipartimento di Polizia di Tucumán la signora Forti, bendata e incatenata. “Al principio non mi riconobbe. Dopo sì, ma non poteva parlare. Era ancora lì quando mi fecero uscire da quel posto, il 7 marzo”, riferì alla Commissione (Testimonianza di Pedro Antonio Cerviño alla Camera Federale dì Buenos Aires nel processo 13/84/85, 15 maggio 1985). Fu vista l’ultima volta nel campo di detenzione dell’Arsenale dell’Esercito di Tucumán (Testimonianza del deputato di Tucumán Juan Robles al giudice spagnolo Baltasar Garzón, “Página/12”, 18 aprile 1998).

I dettagli del caso furono riesaminati dal tribunale argentino che giudicò gli ex comandanti. Uno dei testimoni fu Grasselli, che proruppe in singulti alla lettura delle lettere di ringraziamento del padre e della nonna dei ragazzi (Emilio Teodoro Grasselli, testimonianza citata alla Camera Federale). Riconobbe anche la sua firma in una lettera inviata al parroco venezuelano Naldi, nella quale lo sollecitava a ottenere i visti per quei prigionieri della ESMA che la Marina aveva deciso di non eliminare. “Sarebbe un gesto enorme da parte sua. Si salverebbero molte vite”, diceva, ostentando chiaramente la sua conoscenza di quanto accadeva all’interno della Scuola.

“Quando seppe che nella ESMA operava un centro di detenzione clandestino?”, gli domandò il presidente del tribunale.

“Verso la metà del 1978”, rispose Grasselli.

Al termine dell’udienza, il maggiore dei fratelli Forti si avvicinò a Grasselli, sorpreso dalla precisione della testimonianza:

“Hai detto la verità, Emilio”.

“E come potevi pensare che non avrei detto la verità?”

I due rimasero a piangere abbracciati per oltre un minuto.

Grasselli aveva svelato un universo affascinante e contraddittorio, fatto di complicità con i carnefici e di amore per alcune delle loro vittime, e aveva espresso in forma insuperabile l’ambiguità di fondo della Chiesa durante la guerra sporca, quando il partito al quale si allineò in maniera esplicita demolì le virtù teologali e i valori etici che costituiscono il suo credo e la sua ragion d’essere.

Cap. 10

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