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In questo capitolo il documento che inchioda Bergoglio

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Orlando Yorio non si ristabilì mai pienamente. Lavorò nel Vicariato di Quilmes ma sentendosi minacciato si stabilì in Uruguay, dove morì nel 2000. Qualche tempo prima rievocò la sua relazione con Bergoglio. “Non ho alcun motivo per pensare che fece qualcosa per la nostra libertà, bensì il contrario” (Orlando Yorio, intervista con l’autore, 6 maggio 1999). I due sacerdoti “furono liberati grazie all’intervento di Emilio Mignone e all’intercessione del Vaticano, e non per la condotta di Bergoglio, che al contrario fu colui che li consegnò”, sostiene Angélica Sosa de Mignone (Angélica Sosa de Mignone, intervista con l’autore, 7 maggio 1999). Secondo la moglie di un altro desaparecido, che si attivò presso il nunzio, Laghi gli riferì che era stato lui a “tirar fuori dalla ESMA” i due sacerdoti (Delia García Rueda de Hidaldo Solà, testimonianza alla Camera Federale nel processo 13/84, 18 luglio 1985).

Alicia Oliveira ritiene, al contrario, che il suo amico cardinale sia persona nobile e valorosa.

“Quando cominciò la repressione militare ci fu chi sostenne che la cosa migliore da farsi, sia per i militanti che per la gente del posto, era che coloro che si recavano nella comunità di Bajo Flores per svolgere opera di alfabetizzazione ed evangelizzazione si allontanassero per qualche tempo. Ho preso parte a discussioni con catechisti che si rifiutavano, perché dicevano che agivano su mandato del Signore, e che dunque per nessuna ragione potevano essere obbligati ad andarsene. Fu avendo a mente quel principio, di salvaguardare la vita delle persone, che Bergoglio ordinò ai sacerdoti di allontanarsi dalla baraccopoli. Ma la Compagnia di Gesù è un Ordine organizzato su base militare sin dai tempi di San Ignacio de Loyola. Non gli obbedirono e lui li allontanò dalla Compagnia. Non voglio dire con questo che sia stata la miglior condotta possibile, ma non si può affermare che li abbia consegnati” (Alicia Oliveira, intervista con l’autore, 3 mano 1998).

Secondo Yorio,

“il pericolo era evidente a tutti. Non era necessario alcun avvertimento. Nel maggio del 1974 avevano falcidiato a colpi di mitragliatrice Carlos Mugica, poco tempo dopo uccisero altri due sacerdoti, a San Isidro e a Bernal. Ai primi del 1975 io fui rimosso dalla cattedra di teologia alla facoltà dei gesuiti di San Miguel senza formale procedimento e senza motivazioni accademiche, solo per aver aderito alla teologia della liberazione. Mi venne solamente sottoposto un mandato di obbedienza, quando Bergoglio era il padre provinciale. Lo stesso Bergoglio riconobbe in seguito che fu molto ingiusto, ma lo diceva come se lui fosse stato assolutamente estraneo ai fatti. Da San Miguel e dal provincialato si lasciavano trapelare insinuazioni, senza darmi possibilità di difendermi, che io ero comunista, sovversivo e guerrigliero e che avevo frequentazioni femminili. Voci che arrivavano all’istante a quei settori della società che in quel momento avevano in mano il potere e la repressione. Francisco Jalics fece notare varie volte il pericolo. Avvertì per iscritto diversi gesuiti del pericolo al quale la Compagnia mi stava esponendo, facendo notare che il responsabile era Bergoglio” (Orlando Yorio, intervista con l’autore, 6 maggio 1999).

Oggi l’ungherese Jalics vive in una casa di preghiera in Germania. “È passato un quarto di secolo, mi sento molto distante da tutto questo. Perché ridestare ricordi così dolorosi?”, ha risposto a una richiesta telefonica. Una persona che accettò di divulgare alcune riflessioni di Jalics con l’assenso del sacerdote disse che “per mesi Bergoglio raccontò a tutti che i due sacerdoti stavano dalla parte della guerriglia. Un vescovo confessò a Jalics che era stato Bergoglio a dirglielo. Jalics gli rimproverò che in quel modo giocava con la vita di entrambi”. Bergoglio nega: “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti, tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero” (Jorge Mario Bergoglio, intervista con l’autore nella sede dell’Arcivescovato di Buenos Aires, di fronte alla Plaza de Mayo, 7 maggio 1999).

Continua Yorio:

“Eravamo andati a vivere nella baraccopoli di Bajo Flores con l’approvazione e su mandato di Bergoglio. E ciò significava un forte impegno verso molta gente. Io avevo trenta catechisti, alcuni dei quali oggi desaparecidos, mi ero impegnato con il gruppo di sacerdoti della comunità, per la nostra casa passavano religiosi, sacerdoti e laici impegnati verso i poveri. Jalics ospitava 500 persone all’anno in ritiro religioso. Appena pochi mesi dopo averci inviato lì, Bergoglio cominciò a dirci che riceveva forti pressioni da Roma e dall’Argentina perché sciogliessimo quella comunità e abbandonassimo la baraccopoli. Nella sua veste di provinciale avrebbe potuto ordinarci di andar via, ma non voleva assumersi quella responsabilità. Voleva che fossimo noi ad abbandonare il nostro impegno in modo volontario, che accettassimo di abbandonare i poveri, dopo averci assegnato il mandato di andare lì. ‘Non posso difenderli’, diceva. Sapeva che potevano ammazzarmi, per quella mancanza di protezione in cui ci lasciavano i vertici ecclesiastici, come accadde con Mugica e il vescovo Angelelli. Da ultimo, Bergoglio tornò da Roma con una lettera del generale dei gesuiti Pedro Arrupe, il quale ci ordinava di lasciare la baraccopoli entro 15 giorni. Me ne andai alla fine di febbraio del 1976, il mercoledì delle ceneri, prima che iniziasse la quaresima, dopo due anni di discussioni. Jalics veniva trasferito fuori dal paese, e dovevamo interrompere tutte le nostre attività. Feci notare a Bergoglio lo scandalo e la codardia che significava abbandonare in modo così brusco tutte le nostre iniziative. Mi rispose che la soluzione era chiedere di abbandonare la Compagnia. In quel caso avrebbe fatto in modo che ci lasciassero restare ancora alcuni mesi nella baraccopoli, per permetterci di andar via col dovuto ordine. Allora domandammo al Generale di lasciare la Compagnia ma non arrivammo mai a conoscere la risposta. Per lasciarla avevamo bisogno di un vescovo che ci accogliesse e ci fornisse protezione. Passammo due mesi a cercare un vescovo benevolente. Eravamo tutti in attesa ma ben presto giunse voce che vi erano gravi rapporti segreti contro di noi, ragion per cui non potevano accoglierci nelle diocesi. Quando chiedevamo di conoscerne il motivo, ci rispondevano di domandarlo al Provinciale” (Orlando Yorio, intervista con l’autore, 6 maggio 1999).

Quando gli comunicarono che il cardinale Juan Carlos Aramburu aveva deciso di sospenderli “a divinis”, Yorio si rivolse a Bergoglio. “Mi disse che si trattava di capricci del cardinale, ma che non dovevo preoccuparmi e che dovevo continuare a officiare in privato. Il venerdì il vescovo di Morón Miguel Raspanti accolse nella sua diocesi un altro sacerdote gesuita del nostro gruppo, Luis Dourron, ma me e Jalics no. La domenica ci sequestrò la Marina”. Anni dopo, Yorio ricevette da un canonista un messaggio di Aramburu, “che non era stato lui a consegnarmi” (Ibid.).

“Alicia Oliveira afferma di aver saputo in quel momento del tentativo di Bergoglio di ottenere la vostra libertà”.

“Non ho indizi per pensare che fu Bergoglio a liberarci, anzi il contrario. Ai miei fratelli comunicò che ero stato fucilato, affinché preparassero psicologicamente mia madre. Grasselli informò i sacerdoti della comunità che eravamo già morti. Sono state pronunciate diverse messe funebri in mio ricordo. Tortolo poi lo disse alle Religiose di María Ward. Il New York Times pubblicò la notizia della nostra morte, la Croce Rossa internazionale aveva la stessa informazione, i familiari di Jalics celebrarono funerali”, dice Yorio.

A suo giudizio, Bergoglio “era in contatto con Massera, lo avranno informato che io ero il capo dei guerriglieri ed è per questo che se ne lavò le mani ed ebbe questo atteggiamento ambiguo. Non si aspettavano che ne uscissi vivo . Anzi, sospetta che Bergoglio fosse presente nella sede operativa della Marina dove passarono diversi mesi. “Una volta ci dissero che avevamo una visita importante. Arrivò un gruppo di persone. Jalics sentì che uno era Bergoglio”, dice.

In che modo lo sentì?”

“In circostanze come quelle uno riconosce il proprio carceriere anche dai battiti del cuore”.

Nell’ottobre del 1976, Yorio e Jalics furono narcotizzati e condotti in elicottero in un terreno paludoso nella zona di Cañuelas, dove si risvegliarono in mezzo a un paesaggio di pascoli. “Fu alla vigilia della riunione dell’Episcopato con Martinez de Hoz”, dice Yorio (Assemblea Plenaria della Conferenza episcopale argentina, San Miguel, dal 25 al 30 ottobre del 1976. Archivio Devoto, p. 81. [Martinez de Hoz fu ministro del­l’Economia della dittatura, ndt]).

Il 16 luglio 1985, quando giurò come testimone dinanzi alla Camera federale che processò Videla, Massera e compagni, Yorio

disse che quando riacquistò la libertà si nascose in una chiesa e prese contatto con Bergoglio, che allora non considerava corresponsabile dell’accaduto. Dinanzi ai giudici, Yorio disse anche che Bergoglio si era attivato presso Massera per la sua liberazione.

“Uscendo dalla prigionia pensavo di essere ancora gesuita. Noi gesuiti facciamo quello che si chiama il ‘rendiconto di coscienza’, raccontiamo al nostro superiore anche le cose più intime. Io lo eseguii fino all’ultimo istante, perché mi fidavo di Bergoglio. Gli avevo consegnato una missiva che avevo scritto per il generale dei gesuiti ma che padre Pedro Arrupe non ricevette mai. La mia pratica per lasciare la Compagnia rimase in una situazione poco chiara. Non firmai le dimissioni, presentai solo richiesta ma non ricevetti mai alcuna comunicazione. Nell’interrogatorio alla ESMA fecero allusione al fatto che non ero più sacerdote. Tornato in libertà, venne a trovarmi Bergoglio in persona per comunicarmi che non ero più gesuita, dicendo che si era occupato lui stesso della pratica per non incomodarmi, visto che ero nascosto. Ma in seguito a Roma venni a sapere che ero stato espulso. Quel giorno Bergoglio ammise che vari gesuiti avevano parlato con i vescovi per non farci ricevere, ma che lui aveva sistemato la faccenda ed era riuscito a far sì che un vescovo mi accogliesse” (Orlando Yorio, intervista citata).

Era Jorge Novak, nella cui diocesi di Quilmes Yorio rimase di lì in avanti, salvo tre anni trascorsi a Roma. “Bergoglio non voleva mandarmi a Roma, ma grazie alle pressioni della mia famiglia e di Novak ci riuscii. Ero nascosto, perché Videla emise l’ordine di ricercarmi. C’erano retate.

Bergoglio sostiene che a causa dei “problemi” intervenuti nella comunità della baraccopoli di Bajo Flores, aveva disposto che i sacerdoti lasciassero quella comunità o, in alternativa, la Compagnia. Al momento del sequestro Yorio non era più gesuita, e ciononostante, afferma, fece tutto quanto in suo potere per ottenerne la liberazione.

“Perché dovevano lasciare la baraccopoli?”

“Non la baraccopoli, la comunità gesuita. Di fatto, altri sacerdoti gesuiti continuarono a risiedere nelle baraccopoli e la Compagnia non glielo proibì.”

Bergoglio mi fece pervenire dei documenti a sostegno della sua posizione. Uno di questi è un manoscritto di Yorio nel quale il sacerdote annuncia la sua decisione di abbandonare la compagnia di Gesù. Un altro, del 19 marzo 1976, vistato dal Consultore provinciale della Compagnia, padre Luis Totera (Manoscritto di Bergoglio, in latino, recante anche la firma di padre Luis Tote­ra, fotocopia nell’archivio dell’autore), dice che Bergoglio consegnò due lettere di dimissioni rispettivamente a Yorio e al padre Luis Dourron, e a Jalics “l’indulto di secolarizzazione” che aveva richiesto, dopodiché disse loro “di osservare particolare cautela, che si stava preparando un colpo di stato militare e che, sebbene i padri Yorio e Dourron non appartenessero più alla Compagnia, li consigliava, in vista di tale evento, per cautela e per loro maggior sicurezza, di andare a stabilirsi in una casa della Compagnia, dove sarebbero stati ben accolti” (Ibid.). Quel documento reca una data di cinque giorni antecedente al colpo di stato, ma non è dato sapere se fu realmente scritto allora o se costituisca un giustificazione posteriore retrodatata.

L’ultimo documento è una lettera a discarico inviata dal provinciale argentino al provinciale tedesco, Juan Hegyi, che aveva presentato reclamo al Generale della Compagnia per i fatti occorsi a Jalics e Yorio. “Osservo che padre Jalics (e forse anche padre Yorio) ha l’impressione di essere stato accusato in qualche modo su alcuni punti”, scrive Bergoglio in questa nota del 19 agosto 1977. “Le voci sui contatti che alcuni padri della comunità avrebbero intrattenuto con gruppi estremisti” gli paiono inesatte e ingiuste. Giudica inoltre “una grandissima leggerezza... l’accusa di falsa dottrina” formulata contro Jalics, giacché i suoi scritti e i suoi corsi possono contare sull’“imprimatur” e il “nihil obstat” ecclesiastico e “fanno del bene a tanta gente”. Jalics, Yorio e Dourron “hanno ritenuto dinanzi a Dio di dover chiedere lo scioglimento dai voti religiosi, non potendo obbedire a un ordine che veniva loro impartito”. Conclude quindi con parole di afflizione per le sofferenze del “buon padre Jalics” nei “suoi sei mesi di detenzione da innocente” e di comprensione per i suoi sentimenti per “essere stato sospettato di contatti con guerriglieri o di cattiva dottrina” (Lettera di Bergoglio a padre Juan Hegyi del 19 agosto 1977, fotocopia nel­l’archivio dell’autore).

“Le do’ questi documenti perché possa conoscermi meglio mi disse nel congedarmi, consegnandomi una copia della sua omelia pronunciata nella Messa quaresimale del 1 aprile 1999. Quel testo spiritualista accenna “alle difficoltà e ai conflitti che ricorrono sovente tra i nostri sacerdoti”. Sostiene che “particolarmente in questi conflitti desideriamo mantenere quella devozione che faceva dire a David, nel mezzo della sua lotta con Saul: ‘Mi guardi il Signore dall’alzare la mano contro l’unto del Signore’, di modo che abbondiamo di rispetto e concordia fraterna”.

Quando Yorio arrivò a Roma,

“il segretario del generale dei gesuiti mi aprì gli occhi. Padre Gavigna, colombiano come il provinciale successivo Álvaro Restrepo, era stato in Argentina, fu maestro di novizi, mi conosceva bene. Mi informò che ero stato espulso dalla Compagnia. Mi riferì inoltre che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze Armate perché i nostri superiori ecclesiastici avevano informato il governo che almeno uno di noi era un guerrigliero. Gavigna gli chiese di confermare per iscritto, e l’ambasciatore ottemperò a quella richiesta”.

Nel lacunoso e saccheggiato archivio della Direzione del Culto del ministero degli Affari Esteri non si rinviene quella corrispondenza. Di contro, vi si trovano altri documenti che chiariscono la condotta di Bergoglio e che permettono di rileggere sotto un’altra luce tutti gli antefatti.

Il 4 dicembre 1979, Bergoglio indirizzò una nota alla Direzione nazionale del Culto. Jalics doveva far ritorno in Argentina dalla Germania, per rinnovare il suo passaporto. “Al fine di evitare un viaggio tanto costoso, mi rivolgo al signor Direttore nazionale del Culto per verificare la possibilità di effettuare il rinnovo da qui”, chiedeva.

Due settimane più tardi, il Direttore del Culto cattolico, Anselmo Orcoyen, “con riguardo ai precedenti dell’istante” giudicò di “non doversi rilasciare il benestare all’istanza (sottolineato nell’originale). Allegò al memorandum la lettera di Bergoglio, i dati personali di Jalics, la fotocopia del suo passaporto e una nota di poche righe, nella quale Orcoyen appose la sua firma. Recita testualmente così (Direzione del Culto, raccoglitore 9, schedario 2A, Arcivescovato di Buenos Aires II, documento 10, passaporto di padre Jalics. Nello stesso archivio, un docu­mento anonimo redatto da un’agenzia d’informazione specializzata nella copertu­ra dei temi e dei protagonisti ecclesiastici, afferma che “nonostante la buona volon­tà di padre Bergoglio, la Compagnia in Argentina non ha fatto pulizia al suo inter­no. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso, con gran sostegno dall’esterno e da certi vescovi terzomondisti, hanno cominciato una nuova fase” Direzione del Culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovato di Buenog Aires, documento 9):

Padre Francisco Jalics

- Attività disgregante in Congregazioni religiose femminili (Conflitti di obbedienza).

- Detenuto nella Scuola di meccanica della Marina dal 24/5/76 al XI/76 (sei mesi) con l’accusa, insieme a Padre Yorio, di sospetti contatti con guerriglieri.

- Vivevano in una piccola comunità che il superiore gesuita sciolse nel febbraio del 1976 e si rifiutarono di obbedire sollecitando l’uscita dalla Compagnia il 19/3, ricevettero l’espulsione, il padre Jalics no perché ha fatto voti solenni. Nessun Vescovo della Gran Buenos Aires (L’area metropolitana di Buenos Aires [ndt]) è stato disposto ad accoglierli.

NB: questi dati sono stati comunicati al signor Orcoyen dallo stesso padre Bergoglio, firmatario della nota, con raccomandazione speciale che non si desse corso all’istanza.

I racconti di Mignone e Alicia Oliveira cessano di contraddirsi e si fondono in uno solo, documentato e atroce.

Cap. 11

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