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Tre mesi prima che Grasselli aiutasse Graciela Daleo a lasciare l’Argentina, l’ambasciatore statunitense Raúl Castro informò il Dipartimento di Stato americano su un programma sperimentale di riabilitazione dei prigionieri politici che erano nelle mani dell’Esercito e della Marina (Argentina Project. Buenos 00082. “Rehabilitation programs for political pri­soners” [“Programmi di riabilitazione per prigionieri politici”], 4 gennaio 1979).

Secondo una sua stima, il programma coinvolgeva diverse centinaia di detenuti.

I riferimenti all’Esercito erano imprecisi, le informazioni sulla Marina militare molto dettagliate. Castro datava la prima notizia su quel programma alla metà del 1978, vale a dire la stessa data in cui

Grasselli disse di essere venuto a sapere che nella ESMA operava un centro di detenzione clandestino.

A partire dal 1977, la Marina decise di non eliminare più tutti i militanti, bensì di convertirne alcuni in autentici agenti dell’intelligence (Deposizione resa in fase istruttoria dal capitano di fregata Jorge Acosta alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo sulla ESMA, 27 febbraio 1987). L’esperimento si ispirava ai campi di “disintossicazione e rieducazione” politica che l’esercito coloniale francese aveva messo in piedi in Indocina e in Algeria. L’obiettivo era convertire i prigionieri per poi utilizzarli come fonti d’informazione. Dall’inizio degli anni Sessanta, questa metodologia fu introdotta nelle Forze Armate argentine ad opera sia dei consulenti ufficiali inviati dal governo francese, sia di quelli segreti, espatriati clandestinamente dall’Europa dopo l’indipendenza dell’Algeria e la sconfitta dell’organizzazione terroristica OAS (Marie-Monique Robin, op. cit. Tra i partecipanti alla missione ufficiale figu­ravano Robert Bentresque, artefice del sistema di villaggi fortificati nel Laos. Tra i clandestini il colonnello Jean Gardes).

Castro seppe dalle sue fonti che i vertici della Marina avrebbero chiuso il centro di detenzione della Scuola di meccanica. Ciò confermava quanto anticipato dal sottosegretario generale della Marina, il contrammiraglio Rodolfo Lucheta. Dai primi giorni del 1977 il governo nordamericano di James Carter faceva pressione sull’Argentina affinché accettasse l’ispezione della Commissione interamericana per i diritti umani, e la Marina si proponeva di portarla a visitare la ESMA, per smentire le affermazioni della stampa europea secondo cui nella scuola era operante un campo di concentramento e interrogatorio.

Al programma di riabilitazione della Marina, scrisse l’ambasciatore, partecipavano ottanta “sovversivi” suddivisi in gruppi di sei o

sette, ciascuno dei quali sotto la responsabilità di un tenente di fregata e sottoposti a un’attività di rieducazione coordinata da psicologi e sociologi. “Sono state rafforzate le propensioni individuali verso la famiglia, la religione e gli obiettivi nazionali, con l’intento di sostituire nei detenuti i sistemi politico-ideologici preesistenti di supporto alla personalità”, aggiungeva (Argentina Project, Buenos 00082 01 OF 02 042008Z. “Rehabilitation pro­grams for political prisoners” [“Programmi di riabilitazione per prigionieri politi­ci»]. “Recuperación de prisioneros: el programa de la Escuela de Mecánica de la Armada” [“Rieducazione dei prigionieri: il programma della Scuola meccanica della Marina”]. Ambasciata Americana di Buenos Aires al Segretario di Stato, Was­hington D.C., 4 gennaio 1979).

L’informativa dell’ambasciatore coincide con le testimonianze dei sopravvissuti e con quanto accennato da Grasselli alla famiglia del detenuto-desaparecido Carlos Lorenzo. Tra le tematiche affrontate nelle conversazioni che facevano parte del processo di rieducazione dei prigionieri, figurava anche la religione. Gli ufficiali preposti al trattamento riabilitativo affermavano che l’intento era quello di inculcare nei detenuti “i valori occidentali e cristiani”, valori che i rieducatori interpretavano come una forma d’introspezione individualista e una perdita d’attenzione verso i problemi sociali (Testimonianza di Graciela Daleo alla Camera Federale nel processo 13/84, 18 luglio 1985). Il responsabile dell’intelligence del reparto speciale della ESMA parlava tutti i giorni con Gesù. “Se Lui dice che devi morire, ti do’ un pentonaval e te ne vai in cielo” (Ibid.), diceva, con un gioco di parole con il farmaco Pentotal. Aveva coniato altre espressioni, adatte a ogni situazione. Il panino con cui nutrivano i prigionieri lo chiamava bistecca navale, le stanze si chiamavano cabine.

I rieducati furono scelti in base alle loro intelligenze e capacità. L’informativa dell’ambasciatore statunitense utilizza il termine “recuperabili” in spagnolo e lo spiega a beneficio dei lettori di lingua anglosassone: “Cioè non terroristi” (Argentina Project. Documento citato). Dopodiché svolsero lavori di fiducia all’interno della ESMA, aggiunge.

Perfino la terminologia adottata era di matrice francese. Nell’agosto del 1957, il Dipartimento di azione psicologica dell’Esercito francese, da poco istituito, mise in pratica in Algeria il suo primo programma di rieducazione dei prigionieri. L’obiettivo: “recuperare alla causa francese il maggior numero possibile di ospiti dei campi e, una volta rimessi in libertà, convertirli in sostenitori convinti di questa causa (“Le Monde”, 23 gennaio 1958. Citato in Marie-Monique Robin, op. cit.). La direttiva dell’esercito francese raccomandava di suddividere i prigionieri in tre categorie: irriducibili, deboli e recuperabili. Il periodo di rieducazione, in Algeria, variava tra i sei mesi e i due anni, a seconda dei casi. Al termine, si redigevano liste delle persone rilasciate. La lotta per essere inclusi nel programma portava ad accuse reciproche tra prigionieri (Ibid.). I discepoli argentini adottarono questo metodo senza riflettere troppo sulle sue conseguenze politiche, sociali e morali. Come ai loro maestri francesi, anche a loro non sono mancate le opportunità nei tribunali per asserire che vinsero la guerra perdendo la pace. Le illusioni coltivate dagli uni e dagli altri sul processo di rieducazione rivelano una scarsa capacità di comprensione della natura umana e delle cause del conflitto, fatto che non si attenua con le accuse di tradimento a De Gaulle o di propensione alla democrazia nei confronti di Videla. Molti dei presunti convertiti denunciarono la dittatura non appena si sentirono al sicuro.

Uno degli ufficiali incaricati del processo di rieducazione era Ricardo Miguel Cavallo. Nel suo ufficio appese un manifesto su tela con una frase di un generale francese dell’Algeria. In ricordo di un prigioniero, il testo diceva che la guerra contro un popolo può essere vinta solo affondando le mani nella merda (Enrique Mario Fukman, intervista per questo libro a Buenos Aires, 16 gen­naio 2003).

Il metodo è opinabile. Cavallo fu arrestato in Messico nel 2000 su richiesta del giudice Baltasar Garzón ed estradato in Spagna nel 2003, dove il pubblico ministero ne ha chiesto la condanna a 5700 anni di carcere.

All’ambasciatore statunitense dissero che i prigionieri “più svegli sono stati messi a lavorare in squadra alla redazione di discorsi e articoli giornalistici che vengono poi firmati dall’ammiraglio Massera”. Venne loro consentito di usare il telefono e diverse volte all’anno i loro responsabili militari li portarono nelle rispettive case, dove ad alcuni fu persino concesso di trascorrere dei fine settimana in famiglia. Uno di questi, Horacio Domingo Maggio, approfittò di una di

quelle visite per fuggire e scrivere una dettagliata descrizione della ESMA, accompagnata da accurati schizzi dell’architettura dei luoghi e dei locali nei quali erano confinati i prigionieri. Maggio, tuttavia, è stato ricatturato e assassinato dai servizi segreti della Marina, dice l’informativa dell’ambasciatore.

La precisione dei fatti raccontati dall’ambasciatore è comprensibile. Castro spiega che le sue fonti sul programma di riabilitazione della ESMA provenivano dall’ambasciata di Francia e dalla Chiesa cattolica. L’ambasciatore avverte che quelle fonti devono essere salvaguardate rigidamente e accenna al codice corrispondente a quel livello di protezione: XDS-1 (Argentina Project. Documento citato). Come le testimonianze dei sopravvissuti della Scuola di meccanica della Marina e dei familiari dei detenuti-desaparecidos, nemmeno lo scambio di comunicazioni tra l’ambasciata statunitense e il Dipartimento di Stato conferma la versione autoindulgente di Grasselli.

Elisa Tokar fu sequestrata il 21 settembre 1977 e portata alla ESMA, dove rimase fino al novembre del 1978. Inserita nel processo di riabilitazione, era stata messa a lavorare al ministero degli Affari Esteri agli ordini dell’ufficiale che l’aveva torturata, il capitano Francis Whamond. La sua mansione consisteva nell’elaborare confutazioni di quella che la dittatura qualificava come una campagna antiargentina, vale a dire le denunce che comparivano sulla stampa internazionale di situazioni come quella di cui lei stessa era vittima. In quel lasso di tempo assistette a qualcosa che andava al di là anche dell’anormalità tipica della ESMA.

“Ricordo che un giorno mi spostarono da Capucha (“Capucha” (cappuccio): così era chiamato il terzo piano mansardato dell’edifi­cio della ESMA, dove i prigionieri vivevano legati e incappucciati in attesa di esse­re torturati [ndt]) al seminterrato e scendendo le scale mi scontrai con un’enorme sottana nera con una fascia viola. In quel momento non riuscii a vedere molto perché avevo ancora il cappuccio sul viso” (Munú Actis, Cristina Aldini, Liliana Gardella, Miriam Lewin, Elisa Tokar, “Ese Infierno. Conversaciones de cinco mujeres sobrevivientes de La ESMA” [Reaparecide, Minimum Fax, Roma 2005], Sudamericana, Buenos Aires, 2001, pp. 270-271).

Elisa Tokar non sa chi era il prelato che visitò le aree proibite della ESMA.

Secondo decine di informative appartenenti alla medesima raccolta di documenti, il contatto più frequente di Castro nella Chiesa era il nunzio apostolico Pio Laghi. A sua volta, Laghi introdusse Grasselli presso l’ambasciatore.

Laghi non agiva di sua iniziativa. La Santa Sede appoggiava la relazione speciale tra il suo ambasciatore e Massera. Dopo una missione esplorativa del sottosegretario agli Affari esteri, il capitano vascello Walter Allara, il Comandante supremo della ESMA s’incontrò con Paolo VI (L’incontro si svolse il 26 ottobre 1977. Memo strettamente riservato 522/79 dell’ambasciatore Rubén M. Blanco al sottosegretario militare Carlos Cavandoli, 28, agosto 1979. Archivio della Direzione del Culto, raccoglitore 9, schedario 2c, Arcivescovato di Buenos Aires, documento 1, Assassinio dei padri Pallottini). Fu Massera, e non il Papa, a introdurre tema dei sacerdoti assassinati dagli squadroni della morte a Buenos Aires e La Rioja, a spiegare la difficoltà di fornire i chiarimenti che il Vaticano aveva sollecitato e a dire che il governo “doveva assumersi la sua responsabilità” (Ibid.). Paolo VI rispose che si trattava di “episodi superati” (Ibid.).

L’Ambasciata e il ministero degli Affari Esteri si scambiarono giubilanti telegrammi di congratulazioni. Il Cardinale Raúl Francisco Primatesta, anch’egli a Roma in quel momento, al ritorno in patria dichiarò che la visita di Massera era stata giudicata “altamente positiva” dal Vaticano (Ibid.). E “Paolo VI rimasto piacevolmente impressiona personalità ammiraglio Massera, soddisfatto temi conversazione” (Ibid.).

Non è strano dunque che tre settimane più tardi l’Università del Salvatore insignì Massera della laurea “honoris causa”, nel corso di una cerimonia nella quale il capo della Marina pronunciò una delle sue magniloquenti omelie su “la vita o la morte, la libertà o la schiavitù” e sullo “scontro accecante tra cultura e anticultura”, sullo “spazio galattico e la conversazione dell’atomo”. Il Signore della ESMA concionò anche sulla “indifferenza dei giovani, l’amore promiscuo, le droghe allucinogene” e la “degenerazione prevedibile” di tale “escalation sensoriale” nel “sussulto della fede terrorista”. Se Marx mise in dubbio il carattere inviolabile della proprietà privata, se Freud aggredì lo “spazio sacro del foro interiore” e Einstein mise in crisi la condizione “statica e inerte della materia”, dall’Università sarebbe scattata la controffensiva dell’Occidente. Come se Marx, Freud e Eìnstein fossero pensatori orientali (“El almirante Massera se refiriò a la juventud en la Universidad del Salvador” [L’ammiraglio Massera si rivolge ai giovani nell’Università del Salvatore”], “Clarín”, novembre 1977; “Massera expuso sobre la problemática de la juventud y urgió respuestas a la Universidad” [“Massera parla dei problemi dei giovani e sollecita risposte dall’Università”], “La Opinión”, 26 novembre 1977; e “La Universidad debe condenar la demagogia, expresó Massera” [“Massera: l’Università deve condannare la demagogia], “La Nación”, 26 novembre 1977).

Questa cerimonia diede origine a un’accusa nei confronti di Bergoglio, che tra il 1973 e il 1979 fu la massima autorità gesuita in Argentina: sembrerebbe che sia stato ritratto accanto a Massera nel corso della cerimonia nel film documentario “La repùblica perdida” [“La repubblica perduta”]. L’analisi fotogramma per fotogramma non lo conferma. Tra le personalità sul podio è impossibile individuare Bergoglio, che nelle cronache giornalistiche non è neppure menzionato tra i presenti. Nel 1975 i gesuiti avevano trasferito l’Università del Salvatore a una fondazione civile, ma alle dirette dipendenze della Compagnia di Gesù. Tale fondazione era amministrata dall’organizzazione della destra peronista Guardia di Ferro, strettamente legata a Massera e Bergoglio (La “Guardia di Ferro” argentina fu battezzata così in omaggio all’organizzazione ­paramilitare e antisemita romena dallo stesso nome, fondata da Corneliu Codreanu sulle orme della Legione dell’Arcangelo Michele). La cerimonia era dunque stata realizzata con l’imprescindibile autorizzazione del Provinciale, ma non in sua presenza; tipico di Bergoglio.

Se era possibile passar sopra all’assassinio di sacerdoti, non v’era ragione di preoccuparsi del programma di riabilitazione dei detenuti clandestini.

Lo stesso giorno in cui l’ambasciatore Raúl Castro informò il suo governo a Washington del programma di cui aveva avuto notizia dalla Chiesa, uomini della Marina condussero all’aeroporto una coppia formatasi nei sotterranei dell’ESMA, i cui visti per il Venezuela erano stati procurati da Grasselli (Ciò accadde il 19 gennaio 1979. Cubas, Lisandro Raúl, denuncia. Procedi­mento istruttorio 40.007/84 del tribunale penale N. 3 di Buenos Aires, giudice Carlos Oliveri, fg. 1 a 5).

La donna, Evangelina Rosario Quiroga, era stata sequestrata a Montevideo tredici mesi prima. La torturarono in un luogo che assomigliava a un castello medievale. La denudarono, la incappucciarono e le introdussero la testa in un barile pieno d’acqua fino a farle perdere i sensi. Quando riprese conoscenza, l’appesero per le mani, con le braccia incrociate all’indietro. Il reparto speciale della ESMA la trasferì a Buenos Aires. Dall’aeroporto la portarono alla ESMA e lasciarono le tre figlie del suo primo matrimonio in un collegio di suore. Alla ESMA conobbe Lisandro Raúl Cubas, sequestrato dall’ottobre del 1976 (Rosario Evangelina Quiroga de Cubas, testimonianza resa all’ambasciata argentina a Caracas nel 1983, fascicolo Conadep 6975). Quando i due s’innamorarono, gli uomini della Marina giudicarono l’evento un passo in avanti nel processo di riabilitazione, come se il vincolo affettivo li distogliesse da qualsiasi interesse per gli altri.

La famiglia della donna conosceva Grasselli e si rivolse a lui. Tre mesi più tardi, Grasselli li informò che l’aveva rintracciata: era viva, in un luogo che non rivelò e nel quale era stata condannata a morte. Ma lui avrebbe impedito che la sentenza fosse eseguita. A metà del 1978, i sequestratori di Evangelina condussero la donna in un appartamento dove poté incontrare la madre e Grasselli. Seguirono altri incontri. Il successivo si svolse nella sede della Curia, dove uomini della Marina condussero Evangelina e il compagno. Grasselli li portò a fare un giro per la strada mentre parlavano tra loro. Gli riferirono di sessanta persone detenute nella ESMA e gli chiesero aiuto per farle uscire dal paese.

Il 15 giugno del 1978, in una missiva al sacerdote venezuelano Naldi, Grasselli affrontò il problema dei “rieducati”, parola che mise tra virgolette. Disse che:

“Le autorità che li detengono non possono ottenere i visti in quanto il Ministero degli Affari esteri non è in condizione di chiedere alle rispettive ambasciate alcun visto speciale, poiché in diverse occasioni non è stato in grado di soddisfare le richieste di informazioni presentate dagli stessi ambasciatori in merito alla scomparsa di loro concittadini” (Grasselli riconobbe la sua firma sulla lettera davanti alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13, il 21 maggio 1985).

Questa lettera non lascia adito a speculazioni sulla assoluta conoscenza che Grasselli aveva della situazione. Lo stesso Grasselli, in un’intervista per questo libro, ha ammesso che ai suoi incontri con Evangelina erano presenti uomini della Marina, incaricati di ricondurla alla ESMA (Emilio Teodoro Grasselli, intervista per questo libro a Buenos Aires il 2 ago­sto del 2002). Quando Grasselli consegnò i passaporti alla coppia in un bar, al tavolo si sedette anche un ufficiale della Marina (Rosario Evangelina Quiroga de Cubas, testimonianza resa a Caracas in rispo­sta a un questionario inviato dalla Camera Federale di Buenos Aires nell’ambito del processo 13/84).

Tuttavia, davanti al giudice Carlos Bourel, che lo interrogò al termine della dittatura a seguito di una denuncia presentata da diverse vittime della ESMA, Grasselli disse di essere stato all’oscuro che Cubas fosse detenuto-desaparecido. Lo aveva visto soltanto nell’abitazione del padre, un ufficiale della Gendarmeria in congedo, il quale gli chiese aiuto perché aveva dei problemi. Secondo Grasselli, il figlio spiegò che “era attivo nella guerriglia e stava in clandestinità” e per questo motivo il prelato gli procurò il visto per il Venezuela. L’unica ammissione di Grasselli davanti al giudice fu quella di essere stato alla ESMA in compagnia di Tortolo, per una cerimonia ufficiale. Ma insistette sul fatto che vedeva i detenuti-desaparecidos solo nelle loro abitazioni, una volta tornati in libertà. Riguardo la donna, disse che l’aveva conosciuta nella casa della madre ma non fece alcun cenno alle verifiche che aveva condotto presso la ESMA né all’annullamento della sua condanna a morte (Cubas, Lisandro Raúl, denuncia. Procedimento istruttorio 40.007/84 del Tri­bunale penale N° 3 di Buenos Aires, giudice Carlos Oliveri, fg. 1 a 5. Deposizio­ne di Grasselli al giudice Carlos Bourel. Il giudice capì che Grasselli aveva com­messo delitti che dovevano essere perseguiti. Cominciò allora un interminabile conflitto di competenza, in cui il procuratore della Camera Federale Norberto Quantín chiese il trasferimento del procedimento alla giustizia militare. Quando gli poteva tornare utile Grasselli si appellava al suo titolo militare, che rifiutava in altri momenti).

Le sue versioni variano a seconda dell’interlocutore e del momento. Nel 2003, Grasselli raccontò di una riunione con l’ambasciatore statunitense Castro svoltasi nella sede diplomatica. Disse che gli portò il passaporto di Cubas, per sollecitare il visto che gli permettesse di entrare a Porto Rico.

“Ma lei sa dove si trova Cubas?”, gli avrebbe domandato l’ambasciatore.

“Io lo vedo a casa del padre, che è membro di una forza di sicurezza.

“Sta nella Scuola di meccanica della Marina, in quanto guerrigliero.”

“Mi scusi, non ne ero a conoscenza. Sono venuto qui in buona fede. Non sono mai stato alla ESMA. La prego di restituirmi il passaporto” (Emilio Teodoro Grasselli, intervista per questo libro a Buenos Aires nel gen­naio del 2003).

Grasselli ammette di malavoglia solo ciò che non può negare:

“Dopo sì, quel ragazzo lo feci partire per il Venezuela”. Vale a dire, riconosce di essersene occupato dopo che Castro l’aveva già messo al corrente che si trattava di un detenuto-desaparecido ospitato nella Scuola di meccanica della Marina (Lisandro Raúl Cubas, fascicolo 6974 della Conadep. Cubas racconta che sua moglie, Rosario Evangelina Quiroga, conosceva Grasselli, il quale le procurò il visto per il Venezuela. Fu liberato dalla ESMA il 19 gennaio 1979 e partì con un volo delle Aerolíneas Argentinas. La Marina acquistò il biglietto nell’agenzia CAVISA (Compañía Argentina de Viajes Internacionales SA). Ma prima Cubas dovette firmare una falsa dichiarazione (“mi sono consegnato volontariamente alla Marina”), con la data del sequestro).

Oltre ai passaporti e al visto, Grasselli consegnò a Cubas e Quiroga una lettera per Naldi.

Il processo di riabilitazione prevedeva anche spettacoli cinematografici nei sotterranei della ESMA. Non proiettavano film qualunque. Cubas ne ricorda uno, su dei prigionieri comuni che tentavano di evadere da una prigione ma finivano ammazzati. Attraverso di lui, Grasselli seppe che alla ESMA si trovava sequestrato dalla fine del 1976 il sacerdote Pablo Gazzarri. “Gli chiesi conforto spirituale e gli parlai di una messa che avevano celebrato per quindici detenuti il giorno di Natale del 1976”, una messa officiata da un cappellano della Marina, di nome Sosa. I prigionieri “arrivarono incappucciati e ammanettati, e una volta iniziata la messa ci tolsero il cappuccio” (Lisandro Raúl Cubas, deposizione resa a Caracas il 19 luglio del 1985 in risposta a un questionario inviato dalla Camera Federale di Buenos Aires, nell’am­bito del processo 13/84, fg. 4). Quell’usanza si ripeteva ogni anno.

Originario di Santa Fè come Grasselli, nel suo foglio di servizio si legge che si chiamava Pablo C. Sosa, in seguito capitano di vascello e cappellano generale della Marina. Per tutti gli ufficiali della ESMA era padre Cantalicio, il suo secondo nome. Quando celebrò la messa per gli incappucciati aveva 57 anni. Di pelle scura e capelli ricci sale e pepe, portava gli occhiali calati sul naso e osservava con aria di sfida e gesti militareschi. La sua popolarità tra i fanti di Marina si accrebbe nel 1982, quando si imbarcò su un aereo dell’Aeronautica diretto alle isole Malvine, nonostante il Comando navale di Puerto Belgrano non gli avesse concesso l’autorizzazione. Lì fu decorato a un braccio dalla mitraglia britannica. Nel 1991 Giovanni Paolo II, per i suoi servigi, lo gratificò del titolo di monsignore, lo stesso che Caggiano fece ottenere con minori fatiche a Grasselli. Quando morì, nel 2004, il vicario generale castrense Antonio Baseotto pronunciò la seguente orazione nella cappella Stella Maris, come se nulla fosse cambiato:

“Preghiamo per la spada, perché mantenga sempre in alto i principi della fede cristiana”.

Né Grasselli, né Caggiano, né Tortolo fecero alcunché per la vita del sacerdote Gazzarri, assassinato poco dopo, accusato dal governo di aver dato vita al movimento dei Cristiani per la Liberazione.

Le relazioni affettive servivano anche a ricattare i prigionieri. In cambio della collaborazione, ad alcuni fu offerta la liberazione delle consorti, a condizione che le donne accettassero di vivere con i propri genitori e di ricevere visite di controllo periodiche. Il responsabile era il prefetto Héctor Febres. Un giorno Febres tormentò un prigioniero con una confessione morbosa: durante quelle visite violentava la moglie, minacciandola di uccidere il marito se si fosse negata. Si vantò di fare lo stesso con altre mogli di prigionieri. Quando il sequestrato poté parlare con la moglie, questa glielo confermò (L’episodio fu raccontato ai giudici della Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84 da uno degli ex prigionieri. Consultato per questo libro, chiese l’a­nonimato). Febres era il funzionario incaricato di assegnare a coppie di militari sterili i figli delle donne che partorivano in stato di prigionia e che in seguito venivano assassinate. Fu incarcerato per alcuni mesi nel 1987, fino alla promulgazione della legge dell’Obbedienza dovuta, e tornò in carcere per lo stesso motivo nel 1998. Carcere è un termine eccessivo per il trattamento riservatogli dalla giustizia, nella prefettura di Tigre, tra i suoi ex commilitoni che lo trattano con deferenza. Gli diedero persino un vecchio magnetofono per registrare la conversazione che acconsentì ad avere una mattina d’inverno del 2003.

“Mi hanno rovinato la vita”, disse con un tono lamentoso che non abbandonò per tutta la durata del breve dialogo. In sovrappeso e con l’aspetto di un inoffensivo pensionato di provincia, al termine di quella penosa introduzione negò tutti e ciascuno dei fatti addebitatigli.

Nilda Actis Goretta, “Munú”, fu rilasciata in libertà condizionata nel febbraio del 1979, il mese successivo alla partenza di Cubas. A luglio anche lei lasciò il paese con destinazione Venezuela, grazie a un altro dei visti procurati da Grasselli. Come nel caso di Graciela Daleo, gli uomini della Marina la condussero in quella clinica dove stava morendo una personalità molto importante della Chiesa”. “Munú” non sapeva chi fosse.

“Ricordo che attraversai un patio e arrivai in una cappella. Lì c’era una sala dove stava Grasselli e, al di là della porta, il malato. Eravamo tutti lì”, la prigioniera, i suoi carcerieri e il sacerdote. Grasselli le disse che l’Esercito era peggiore della Marina, che i militari dell’Esercito “erano più stupidi, più brutali. Che avevano commesso molte più atrocità. Mi raccontò anche che lui aveva aiutato delle persone... non ricordo la parola che utilizzava... militanti, sovversivi, guerriglieri, terroristi o qualcosa del genere, che erano dei pesci piccoli e in quanto tali li aveva aiutati a lasciare il paese, ad attraversare il fiume, a spostarsi in Uruguay. ‘Alcuni invece li denunciai perché responsabili della militanza degli altri, sicché alcuni li ho aiutati e altri li ho denunciati’, diceva. Era al corrente dì tutto quello che succedeva e non faceva nulla per nasconderlo. Credo che se avessi accennato un gesto o una parola fuori luogo, lo avrebbe comunicato immediatamente alla ESMA. È incredibile come alcuni personaggi della Chiesa possano aver avuto simili comportamenti” (Actis, Aldini, Gardella, Lewin e Tokar, op. cit., pp. 267-268).

Per ottenere il visto venezuelano, Grasselli diede a intendere che “Munú” avrebbe assistito a un incontro di religiose. La donna si recò due volte all’Arcivescovato per avere il visto. La seconda volta, Grasselli le consegnò anche una lettera per il parroco Naldi, che si occupava di cercare lavoro e ospitalità per coloro che arrivavano nel paese attraverso quel tramite.

Ciononostante, né Laghi né Grasselli hanno mai ammesso di essere stati al corrente di quel programma, che risparmiava la vita a quei pochi che riuscivano a simulare l’ingenua metamorfosi che i loro rapitori proponevano e condannava a morte tutti gli altri, senza possibilità di giudizio né difesa.

Poco dopo la partenza di “Munú” Actis, arrivò alla ESMA il laureato in fisica Mario Villani, un uomo alto e magro con occhiali da forte miopia. Ex segretario accademico della Facoltà di Scienze esatte di La Plata e assunto come contrattista presso la Commissione nazionale dell’energia atomica, svolse sempre attività sindacale. Quando lo condussero alla ESMA era da più di un anno che andava percorrendo diversi gironi infernali. Nel novembre del 1977 conobbe il Club Atletico (un campo di concentramento gestito dalla Polizia federale). Lì vide una foto del commissario Alberto Villar, ex capo della Polizia federale e fondatore della Tripla A, che i Montoneros avevano fatto saltare in aria mettendo una bomba nel suo yacht. Un mese dopo finì a El Banco, centro di detenzione vicino all’aeroporto internazionale di Buenos Aires, e nell’agosto del 1978 lo trasferirono a El Olimpo, un altro campo di prigionia della Polizia federale. Nel gennaio del 1979 lo spostarono da li per portarlo al Pozo Malvinas o Pozo de Quilmes (Ordinari distretti di polizia, nei quali però era attivo un settore clandestino, da cui il nome di pozzo [ndt]) della polizia di Buenos Aires. In tutti quei casi era stato sotto il controllo del 1° Corpo dell’Esercito, finché nel marzo 1979 lo condussero con altri nove prigionieri alla Scuola di meccanica della Marina.

Se uno dei criteri per selezionare i partecipanti al processo di rieducazione erano le loro capacità, Villani era la persona ideale. Al Club Atlético riparò la pompa che svuotava i bagni dei sotterranei. A El Banco tradusse dall’inglese il manuale di un impianto audio che i suoi carcerieri avevano trafugato durante una perquisizione. “Benvenuti all’Olimpo degli Dei. I Centurioni”, diceva un cartello collocato accanto all’immagine della Vergine nel campo di prigionia dove dovette costruire l’impianto elettrico del circolo sottufficiali (Mario Villani, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 22 maggio 1985).

A EI Banco gli chiesero di riparare una picana (Strumento di tortura che trasmette scariche elettriche; cfr. “L’isola del silenzio 03 Il Cristo sei tu” - ndr).Villani si rifiutò, fino a quando si rese conto dello stato in cui si venivano a trovare i prigionieri torturati con un trasformatore Varivolt collegato alla corrente elettrica a 220 volts. Quello strumento era molto dannoso, produceva bruciature profonde, e Villani ne vide gli effetti sulla pelle di altri detenuti. In capo a due mesi, chiese che gli portassero la picana, l’avrebbe riparata. Senza che se ne accorgessero, sostituì il capacitore con un altro che trasmetteva meno energia.

El Olimpo si trovava su calle Ramón Falcón, così chiamata in omaggio a un colonnello dell’Esercito che fu a capo della Polizia nel primo decennio del secolo ventesimo. Nel 1909 Falcón ordinò ai fucilieri della Polizia di aprire il fuoco su una manifestazione operaia che commemorava il 1° maggio, perché sventolavano bandiere rosse e intonavano parole d’ordine anarchiche e “sovversive”. Ci furono diversi morti e molti feriti. In rappresaglia, un adolescente anarchico russo lo uccise lanciando una bomba all’interno del veicolo su cui viaggiava.

A El Olimpo, Villani fu interrogato dall’allora generale Suárez Mason, comandante del 1° Corpo dell’Esercito, circa la possibilità di effettuare interferenze sulle trasmissioni radiotelevisive dal laboratorio di elettronica che Villani aveva installato nella sua cella. Nel gennaio del 1979, quando Suárez Mason fu deposto dal comando del Corpo, gli dei dell’Olimpo decisero di giustiziare tutti i prigionieri. Ne lasciarono vivi solo dieci, come merce di scambio. Li portarono al Pozo Malvinas, sito in una unità di polizia della provincia di Buenos Aires creata per combattere il furto di bestiame.

Lì, ricevettero le visite dei successivi capi della polizia di Buenos Aires, i colonnelli Ramón Camps e Ovidio Riccheri. Il reparto speciale era rimasto privo di guida istituzionale e negoziava con forze distinte. “Quello che avevano da offrire eravamo noi dieci, il laboratorio di elettronica e i fascicoli di intelligence.” Ma l’Esercito scoprì dove stavano e andò a prenderli. Da El Olimpo li portarono alla ESMA.

Il primo capo dell’intelligence del reparto speciale della ESMA sotto la dittatura, il capitano di fregata Jorge Eduardo Acosta, alias “Tigre”, disse alla giustizia che a partire dal 1977 si era deciso di non uccidere i militanti sequestrati bensì di cercare di convertirli in agenti di spionaggio, che contribuissero a far terminare rapidamente lo scontro (gli ammiragli Massera, Lambruschini e Luis María Mendía si erano risentiti alla semplice domanda su detenuti destinati a compiti di intelligence).

Il tribunale volle sapere come si decideva il destino di ciascun detenuto. Ascoltò la descrizione di un simulacro di giudizio, in un macabro tribunale clandestino:

“Si riunisce qualcosa di molto simile a questo tribunale, con tutto il rispetto. C’è il comandante e il suo Stato maggiore. Il procuratore è l’ufficiale addetto alle Operazioni, e il difensore quello dell’Intelligence. Espongono tesi contrapposte. Quello delle operazioni racconta quello che ha detto [il sequestrato] al momento del suo arresto. Quello dell’intelligence ribatte che lo ha detto perché stava fingendo. Si va avanti così fino alla deliberazione finale”.

Così si giocava la vita o la morte (Capitano di fregata Jorge Acosta, deposizione conoscitiva alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo sulla ESMA, 27 febbraio 1987).

Cap. 12

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