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Oggi come ieri, la chiesa cattolica è figlia del suo passato. Un passato che vide una comunità accumulare proprietà, gestire catacombe, trafficare reliquie. Con tanto di guerriglia urbana per eleggere al vertice della piramide il vescovo di Roma, prologo alla doppia esistenza di papi e antipapi. Al seguito, una corte di ecclesiastici e diaconi dediti allo sfruttamento delle proprietà terriere, che si inventarono la “penitenza tariffata”, onde una «macchina amministrativa, sulla base di quella dell’impero romano, chiamata “Fiscus”, di cui sono responsabili i cardinali» (Claudio Rendina, “La santa casta della chiesa”, Ed. Newton Compton, Roma 2009, p. 19) per la remissione dei peccati e l’obolo dei pellegrini ai luoghi santi. La chiesa di Roma diventò Stato facendo carte false di una donazione di Costantino, si inventò un sacro impero frammentato in Stati vassalli, fonte di benefici da gestire, con l’unzione di un sovrano a latere, l’imperatore, solo teoricamente difensore dei beni del vescovo definito papa, qualificatosi sovrano temporale, e circondatosi di cardinali, vescovi, presbiteri, diaconi, con un potere finanziario basato su continui lasciti, dilazioni e rendite di provenienza feudale. Questa è l’origine della chiesa cattolica, una casta che nel Medioevo vide affermarsi attorno ai suoi vertici le famiglie romane all’assalto del potere papale, con i propri membri laici, amministratori del potere finanziario, e i propri cardinali, tra i quali erano eletti i papi, e tutto un entourage di contesse e principesse dominatrici di papi-fantoccio.

Cominciò così ad attuarsi un autentico stravolgimento del potere papale, dato che la chiesa di Roma finì per scotomizzare le connotazioni religiose per assumere invece chiare finalità materiali, anche se tra i suoi membri non mancarono figure ignare, o cieche volontarie al punto di accettare e perdonare questa istituzione delinquenziale, ma animate dal più puro spirito evangelico fino al martirio. In tal modo i martiri illuminavano la corte di una purezza evangelica, che però non riuscì mai a cancellarne la diavoleria.

L’avventura delle crociate impegnò la chiesa di Roma in una conquista territoriale ed economica, camuffata da missione apostolica, fonte di grande arricchimento per la corte pontificia, fino al raggiungimento di un fasto principesco addirittura profano, del tutto estraneo ai principi evangelici.

In epoca rinascimentale la corte pontificia continuò ad arricchirsi, vedendo affermarsi il nepotismo, col passaggio di cariche tra figli e nipoti di papi, e ancora degradandosi nel contorno di cortigiane e piaceri mondani, si specializzò nello sfruttamento dei beni della Chiesa per fini materiali, tramando assassini e congiure nel mondo politico, e sviluppando una vera e propria rete di spionaggio giustificata da falsi motivi religiosi, in collegamento a un tribunale d’inquisizione che non esitò a sentenziare condanne a morte. Tutto questo si accompagnò alla “vendita delle indulgenze”, in vari modi durata fino ad oggi, fino al diffondersi di vere e proprie attività commerciali: il riciclaggio di denaro “sporco”, la costituzione di istituti bancari, la compravendita di immobili, istituti e case di cura dichiaratamente “senza fine di lucro”.

Questa “santa sede” prolificò nella corte, detta più borghesemente “casa” dal “motu proprio” di Paolo VI del 28 marzo 1968 “Pontificalis Domus”, cioè il Palazzo Apostolico stesso. E ramificò fuori della Città del Vaticano, in cui si insediò dal 1929, tra prelature, comunità e associazioni laico-clericali, autentiche fonti di capitali finanziari provenienti da proprietà e donazioni. Queste risorse, destinate a impegni di carità ed evangelizzazione, in realtà confluirono solo in minima parte nelle opere cristiane che avrebbero dovuto invece costituire l’impegno precipuo e l’anima della chiesa.

Eppure in questo contesto si distinsero personalità dedite allo spirito puro del cristianesimo in cambio dell’assenza di problemi per il pane, attive in terre di missione fino al martirio, impegnate in diversi campi della società e della scienza. Personalità a volte abbandonate a se stesse o messe da parte dai vertici della “santa sede” perché “non in linea con l’ortodossia cattolica” e, in casi estremi, condannate dal “sant’uffizio”, detto “Congregazione per la Dottrina della Fede”. Parallelamente, le frange profanatrici dello spirito cristiano inseguirono il dio quattrino, dedicandosi ad attività illegali e a comportamenti immorali all’insegna della pedofilia e dei soprusi sessuali, spesso sotto la protezione dei vertici della chiesa preoccupati di nascondere l’ignominia. Intanto furono favorite sempre più le organizzazioni autonome e perlopiù laiche create per fronteggiare i movimenti sociali non cristiani, fino a farle diventare avanguardie della chiesa nella commercializzazione della religione.

La gestione delle finanze della “santa sede” andò a interessare sempre più il tessuto politico, fino alla creazione di un’associazione di laici e religiosi guidata da un prelato, parallela alla chiesa di Roma: una prelatura personale, finanziariamente autonoma, decantata come “Opera di Dio”. La sua storia è disseminata di “scandali” che peraltro non la sfiorano ormai più di tanto e sono diventati quasi un motivo ornamentale della sua esistenza.

Ripercorrere storicamente la varietà di eventi svoltisi nell’arco di duemila anni, permette di qualificare secondo logica di realtà questa vera e propria organizzazione a delinquere nella sua gerarchia e struttura odierna. Il quadro completo e particolareggiato del mondo economico di questo crimine istituito, dei suoi movimenti all’interno delle finanze ufficiali, in strutture sbandierate come caritatevoli e “senza fini di lucro” risulta dallo studio della sopra citata opera “La santa casta della chiesa” di Claudio Rendina.

Si comprende quanto questa santa casta non abbia tenuto presente l’esortazione allo stato dì povertà del messaggio cristiano tramandata nel vangelo di Luca 9,3: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denari; parimenti non abbiate ciascuno due vesti». Un messaggio che è stato ribadito da Gregorio Magno, sei secoli  prima di san Francesco: «Non abbiamo ricchezze nostre, ma ci è affidata la custodia e la distribuzione della sostanza del povero». Senza considerare il famoso ammonimento di Gesù in persona nel vangelo di Marco 22, 21, che è un’esplicita condanna a certi impegni politici millenari della santa casta: «Date a Cesare quel che è dì Cesare e a Dio quel che è di Dio». E ancora, l’altra prescrizione di Gesù nel vangelo di Matteo 6,24: «Non potete servire nello stesso momento Dio e Mammona».

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