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Se si osserva il periodo della nascita del proletariato, diventa abbastanza evidente che le cause di molti errori che ancora oggi devono essere riparati sono da ricercarsi nelle stupide chiacchiere prive di un minimo nesso con la vita, fatte da chi aveva il compito di amministrare i sentimenti religiosi.
Con gli avvenimenti di un’epoca in cui un’umanità completamente nuova si sviluppava sotto forma di lavoratori industriali, tali predicazioni sulla “fede che sposta le montagne” si rivelarono del tutto inutili, dato che nell’attuale catastrofe economica sia i lavoratori che gli imprenditori muoiono di fame, oppure si suicidano…
Ed oggi dal pulpito continuano ad essere sciorinate simili inutili chiacchiere, che ieri la gente desiderava soltanto per nascondere con illusioni di ogni tipo le vere realtà della vita.
Oggi queste scemenze dei Vernagelt per fortuna sono meno ascoltate, o sono ascoltate dai più ignoranti. Ciò è testimoniato dalla crisi della chiesa e delle vocazioni religiose: un tempo la maggior parte delle vocazioni religiose prendeva gli uomini per fame, e per fame si diventava predicatori di quell'amore astratto. Oggi è preferibile il suicidio a ciò, perché la dignità umana si fa maggiormente sentire, e le vocazioni calano in Europa, mentre crescono soprattutto in Asia e Africa, luoghi di maggiore fame.
La crisi delle vocazioni non è dovuta alla crisi spirituale degli uomini ma al suo contrario: proprio perché la spiritualità e la dignità dell’uomo si fanno maggiormente sentire, l’io non si abbassa più al compromesso col pane e/o col potere (Mt 4,9-10).
L’interesse che in futuro gli uomini svilupperanno l’uno per l’altro sarà massimamente necessario alla risoluzione dei problemi di questa crisi.
Ciò però non c’entra niente col - e non ha mai riguardato il - il senso delle intenzioni che ancora oggi si riscontrano nei sermoni domenicali.
Infatti non si tratta di aprire “la porta della carità” né di “desiderare di imitare Gesù” per agire “sull’esempio del Buon Samaritano”: fare la carità all’extracomunitario o interessarsi piamente a lui, magari invitandolo a mangiare un panino, o a pranzo per Natale, al ristorante o a casa tua, tanto per sentirti più buono, o per passare un Natale diverso (perché è questo che in definitiva la chiesa predica anche oggi), tutto questo non è vero interesse per l’altro. Questa è solo ipocrisia che, dopo quel pasto o quella mancia detta carità, fa ritornare tutto esattamente come prima.
Il vero interesse farà invece dirigere profondamente l’attenzione degli esseri umani sulla struttura sociale del presente.
Si prenda un esempio concreto.
Oggi abbiamo una rappresentazione completamente confusa e astratta della vita, della nostra  vita personale. Se ci chiediamo di cosa viviamo, la risposta dei fedeli Vernagelt sarà: “di soldi”. E la maggior parte di chi risponde così ha ereditato i soldi dai propri genitori, ed ora crede di vivere del denaro ereditato.
Vivere di denaro è però solo un’astrazione. I soldi non sono qualcosa di cui si possa vivere.
A questo punto bisogna incominciare a pensare.

Dunque alla domanda: “Di che cosa vivi”, la risposta non può essere “di soldi”. Perché la domanda è intimamente legata al vero interesse che si ha da uomo a uomo.

Chi crede di vivere di denaro ereditato o avuto in qualche altra maniera (eccetto quello ricevuto come compenso per lavoro) e crede in tal modo di poter vivere di denaro, non ha interesse per il suo prossimo. Perché nessuno può vivere di soldi.

Bisogna mangiare, ed il cibo deve essere prodotto da qualcuno.

Bisogna vestirsi. E quello che si indossa deve essere prodotto da persone.

Perché io possa mettermi una giacca o un pantalone, degli uomini devono lavorare a lungo per produrli. Anche se i vestiti li fanno le macchine, sono gli uomini a costruirle. Ed anche se le macchine costruiscono altre macchine, questa è sempre opera di uomini che lavorano per me.

Di questo io vivo, non del mio denaro.

Il mio denaro non ha altro valore se non di darmi il potere di usare il lavoro altrui.

Nelle attuali condizioni sociali si incomincia ad avere interesse per il prossimo solo rispondendo in modo adeguato a questa domanda, cioè quando si vede spiritualmente che tanta gente deve lavorare ore e ore affinché io possa vivere nella struttura sociale.

Il problema non è che ci si senta soddisfatti nel dirsi di amare gli uomini.

Non si amano gli uomini credendo di vivere del proprio denaro e senza farsi una minima idea del come uomini lavorino per noi solo per avere il minimo indispensabile alla vita.

D’altra parte non si può dividere il pensiero che tanta gente lavori per avere il minimo dalla vita, dall’altro pensiero che non con denaro ma con lavoro occorre restituire alla società ciò che è prodotto per noi.

Solo se ci sentiremo obbligati a restituire la quantità di lavoro fatto per noi con altre forme di lavoro, soltanto così avremo interesse per il prossimo.

Il fatto di dare soldi a qualcuno significa solo poter tenere questo qualcuno sotto la nostra influenza. Dare soldi a qualcuno per farlo lavorare per noi significa solo renderlo schiavo. Significa costringerlo a lavorare per noi.

Fai come esperimento questa domanda per vedere quante persone pensano che il denaro sia solo un assegno in cambio di umana forza di lavoro, e/o che il denaro è perciò solo un mezzo di potere. Ne troverai ben poche. Eppure chi sa vedere spiritualmente le cose si accorge subito che non potrebbe nemmeno esistere in questo mondo fisico senza riconoscere al lavoro di moltissimi suoi simili ciò che gli serve per la sua vita.

Sentirsi obbligati alla società in cui si vive è l’inizio dell’interesse qui inteso per una forma sociale sana.

Bisogna una buona volta incominciare a pensare a queste, se non si vuole continuare ad addentrarsi in modo malsano in astrazioni spirituali. Salire in modo sano dalla realtà fisica alla realtà spirituale non può che passare per questa via.

Oggi senti perfino dire che la religione non c’entra col sociale. Questa però è follia. Dire così è pazzesco come l’”amore per il prossimo” senza il prossimo; o come l’”amore” di un “buon samaritano” che cura solo i non samaritani, mentre coi samaritani ne fa di tutti i colori solo perché questi sono migliori di lui…

Ma lasciamo perdere questo tasto infernale della storia infinitadi Bergoglio.

Voglio solo dire che la mancanza d’interesse per la struttura sociale caratterizza in pieno proprio questo tempo. Ed è ciò che è venuto sviluppandosi sempre più profondamente in questi ultimi secoli.

Infatti, negli ultimi secoli abbiamo progressivamente sviluppato e consolidato l’abitudine a interessarci socialmente solo della nostra riverita persona: più o meno per vie diverse, tutto è destinato alla propria persona. Siamo tutti di nuovo imborghesiti e nel senso peggiore del termine, siamo molto regrediti.

Una sana vita sociale è però possibile solo se l’interesse per la propria riverita persona si allarga a vero interesse sociale.

A questo riguardo dovremmo domandarci che cosa abbiamo omesso nella nostra vita divenuta sempre più virtuale e tecnologica.

La televisione ha progressivamente spento la nostra visione, cioè la nostra facoltà immaginativa della realtà, e questo continuo spegnersi di una parte di noi ci ha un po’ rallentato nel considerare le cose come sono. La nostra logica oggi non è più logica di realtà. È divenuta filosofismo ciarliero, dialettica vuota di contenuti di realtà, “parolismo”. Occorre avere davanti questo dato di fatto e, per percepirlo, dobbiamo sforzarci un po’ a immaginarlo. Questo sforzarci sarà senz’altro un bene se ci farà vedere cosa abbiamo smesso di considerare per esempio grazie ai nuovi raggiungimenti tecnologici, usati male.

Nel tempo pre-tecnologico, l’uomo ragionava secondo logica di realtà molto più di oggi: nel 1916 George Bernard Shaw vedeva per esempio la divisione del lavoro che i nuovi tempi avevano portato con la nascita dell’industria in questi termini. Osservando un ferro di cavallo come semplice prodotto derivante dal lavoro, diceva: è infantile dire che questo ferro di cavallo sia esclusiva proprietà del fabbro che lo ha fatto, dato che è innegabile che “appartenga” anche al fornitore da cui il fabbro ha acquistato la materia prima, l’incudine e il carbone. Ed “appartiene” pure ai minatori da cui il fornitore ha acquistato il ferro, e così dunque, a tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno partecipato alla creazione di quel ferro di cavallo secondo i presupposti della divisione del lavoro nella quale tutti sono coinvolti. Certamente io sono il proprietario di quello che compro, diceva Bernard Shaw, ma quello che pago per avere il ferro grezzo è nulla in confronto all’impiego di ciò che è stato necessario per ricavare dalla miniera il ferro: la tuta del minatore, il suo lavoro, il trasporto del materiale, ecc., tutti elementi anch’essi bisognosi in concreto di altri lavori (divisione del lavoro) al fine della loro e mia esistenza. A me fabbro rimane poi solo una briciola del valore di quel ferro di cavallo, e so che dovrò scambiarla col macellaio, col panettiere e col sarto in cambio di tutti quegli altri beni che costituiscono l’autentico tessuto, o involucro, del mio vivere. Oltretutto, pagherò questi beni più del loro valore, perché anche gli altri commercianti dovranno soddisfare le richieste dei rispettivi lavoratori e creditori coinvolti nel loro e nel mio sostentamento. Poi Bernard Shaw si chiedeva: se un gigantesco re del mondo stringesse in una mano una corazzata e domandasse al più saggio degli uomini chi l’ha costruita e a chi dovrebbe appartenere, delle due l’una, cosa risponderebbe quel saggio? Ammutolirebbe, oppure direbbe che Dio è il costruttore supremo, e che tutto dipende dunque da lui? (G. Bernard Shaw, “Preface on the Prospects of Christianity” del 1916, trad. it.”Sia fatta la sua volontà”, Milano, settembre 2011).

Ma poniamo che non si voglia parlare del creatore del mondo per non inoltrarci nel campo inflazionato delle sterili predicazioni Vernagelt. Si potrebbe allora domandare: come fa una moltitudine di persone, ciascuna delle quali lavori per se stessa, a costruire una nave, o un aereo, o una centrale elettrica? Non ce la farebbe. Perché? Innanzitutto perché perfino per realizzare un panino il panettiere non ce la farebbe mai se dovesse per se stesso prima arare il campo in cui seminare il grano, costruire un mulino per macinarlo, e così via; e poi perché lavorare per sé significa avere un compenso che in sé non potrebbe mai bastare a compensare tutti coloro che dovrebbero lavorare a tali realizzazioni.

Il concetto essenziale di solidarietà comporta allora anche una nuova consapevolezza del cosiddetto credito, dato che ci rende coscienti del fatto che, fin dalla sua origine, il credito capace di compensare ogni essere umano è accresciuto dall’incremento della cooperazione di tutti.

Da tutto quanto ho esposto valendomi di singoli esempi (che potrebbero essere moltiplicati non per cento ma per mille) potrà ora sorgere la domanda: “Ebbene, come si può cambiare la situazione, se in realtà i soldi sono soltanto uno strumento di potere?”.

La risposta non può che formarsi in noi per gradi.

Tutto ciò che l’uomo guadagna, ricevendolo per il suo lavoro, ha cattivi effetti nel rapporto sociale. Il nesso sociale sarebbe sano solo se l’uomo potesse vivere ricevendo il necessario da altre fonti della società, cioè da tutte quelle fonti che deve apprezzare per potersi mangiare un panino o fare un viaggio su una nave o su un aereo.

Apparentemente questo è in contraddizione con quanto ho scritto all’inizio di questa pagina sul giusto compenso per lavoro, ma appunto solo apparentemente. Dovremmo infatti incominciare ad accorgerci di un fatto che sfugge sempre alla nostra capacità immaginativa. Cioè: il fatto che il lavoro NON sia remunerato lo rende apprezzabile.

Infatti ciò cui si dovrà tendere, ovviamente senza alcuna assolutizzazione bolscevica o chiesastica o alla Vernagelt, ma ragionevole, sarà la separazione del lavoro dal procacciamento dei mezzi di sussistenza.

Questa è l’idea basilare di Rudolf Steiner per l’attuazione della triarticolazione dei poteri nell’organismo sociale.

In realtà si tratta di qualcosa di molto semplice ma contemporaneamente di grandioso, dato che farebbe davvero ritornare l’uomo schiavo del dio quattrino al “Dio trino”: se l’uomo non è più rimunerato per il suo lavoro, il denaro, come mezzo di potere, perde il suo valore per il lavoro. E termina la schiavitù.

Non vi è altro mezzo contro l’abuso che viene fatto col denaro se non strutturando la società in modo che nessuno possa essere rimunerato per il suo lavoro.

In un organismo sociale sano, il procacciamento dei mezzi di sussistenza sarà pertanto attuato in tutt’altra maniera da oggi.

In tal modo non si potrà mai far sì che qualcuno sia costretto, mediante il denaro, a lavorare.

La maggior parte dei problemi odierni, da quelli di “mafia capitale” a quelli dei suicidi dei lavoratori e degli imprenditori si presentano appunto in modo da essere affrontati in modo confuso. La loro risoluzione dipende dalla loro comprensione chiara.

Per poterli portare a chiarezza si può ricorrere solo alla scienza dello spirito, di cui abbisogna questo tempo di triarticolazione o di trinitarizzazione consapevole del potere.

Il potere è semplicemente mal costituito. Occorre ricostituirlo armoniosamente. Ed occorre farlo a partire dalla divisione del lavoro scientificamente intesa (per “scientificamente intesa” intendo ovviamente non solo la scienza ordinaria materialisticamente fondata, ma anche la scienza delloi spirito a carattere antroposofico).

In avvenire il denaro non dovrà essere un equivalente per la forza umana di lavoro, ma solo per la merce.

Solo merce si potrà avere in avvenire per denaro, non forza umana di lavoro.

La chiarezza su questo punto è molto importante, dato che a partire dalla nascita della concezione proletaria connessa a quella della società industriale, uno dei fondamenti del marxismo fu proprio la dichiarazione a tutto il mondo del contrario, vale a dire che la forza-lavoro era una merce! Si manifestava così in modo confuso e imbrogliato un’esigenza che non poté e non potrà mai soddisfatta, dato che la compravendita di forza-lavoro non è altro che compravendita di schiavi, a “pezzi”, dunque un’assurdità. L’esigenza era giusta, dato che era quella dell’eliminazione della moderna schiavitù nel rapporto fra il ricco padrone e il lavoratore, ricco solo di prole, onde il termine proletario. Il modo per soddisfare tale esigenza portava però ad altra schiavitù: quella della compravendita della forza-lavoro umana concepita come merce. Ed oggi la si pensa ancora esattamente così.

È dunque chiaro che tale esigenza, cioè la giusta e sana eliminazione della schiavitù non potrà mai essere soddisfatta a quel modo. Dovrà avvenire in tutt’altro modo.

Ciò che però sfugge agli “onorevoli” ed ai vari partiti, chiese comprese, è che questa esigenza non può essere soddisfatta da una struttura sociale caotica. Pertanto se non si incomincerà a pensare in modo neotestamentario ma per risolvere i problemi si continuerà a predicare “madre Patria” o “la Madre di Dio” i problemi resteranno, anzi si regredirà al tempo ai tempi del Faraone e delle adorazioni di Iside, generando confusamente ulteriori confusioni.

Ecco perché è tanto importante comprendere, mediante un pensare neotestamentario, una concezione sociale scientifico-spirituale: perché solo da questo nuovo modo di pensare possono essere risolti i problemi. Oggi occorre rappresentarsi questo nuovo modo di pensare usando per esempio come paragone le dinamiche strumentali del teorema di Pitagora: quando si sa che il quadrato dell’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati dei due cateti non esiste alcuna esperienza che lo contraddica, e bisogna applicare dappertutto quel principio. Non si tratta di credere questo o quello. Si tratta di pensare.

L’uomo è stranamente arrivato all’equalizzazione tecnologica del suono della musica che preferisce senza avvertire l’esigenza di un equalizzatore funzionante anche nella sua vita sociale. Questo equalizzatore è, appunto, epicheia cristiana consistente nel disobbedire alle leggi ritenute ingiuste.   

Senza questo modo di intendere la realtà, Gattopardo docet, tutto cambia affinché nulla cambi, e si rimane nel pensiero embrionale jahvetico. Non serve creare nuove leggi. Infatti l’unica legge funzionante è quella che dice: “fatta la legge, trovato l’inganno”…

Infatti cosa cambia se per esempio un mero erede continua a comprarsi merce col denaro che ha o che ha ereditato? Nulla. Nella merce c’è il lavoro di altra gente. Lui compra quella merce e permane la compravendita della forza-lavoro. Permane la schiavitù.

Cosa succede invece separando il procacciamento dei mezzi di sussistenza dal lavoro? Già osservandone immaginativamente gli effetti si giudicherebbe diversamente.

A questo punto uno può obiettare che sto facendo solo delle astrazioni. Ma non è che dalla realtà si traggano solo conclusioni astratte. Le cose hanno anche i loro effetti concreti: se veramente avvenisse che il procacciamento dei mezzi di sussistenza fosse separato dalla prestazione di lavoro, non vi sarebbero più, per esempio, le eredità, perché non ce sarebbe più bisogno. Che bisogno ha l’uomo di lasciare eredità ai suoi figli se la struttura sociale in cui vive consente a tutti il procacciamento di mezzi di sussistenza al di là del lavoro di ognuno? Tale bisogno sarebbe inutile come pranzare dopo pranzo. Infatti chi riesce ad immaginare un simile fatto come la liberazione dell’uomo dall’obbligo del lavoro può vedere con chiarezza che ciò provocherebbe un tale mutamento della struttura sociale che si avrebbe solo denaro equalizzato per l’approvvigionamento di merci. Invece oggi il denaro fluttua nella Borsa rendendo ricchi i ricchi e riducendo alla fame il pianeta. Occorre dunque imparare a pensare concretamente le cose. Oltretutto starebbero meglio anche i ricchi perché non sarebbero più costretti a girare con la scorta… E non avrebbero più bisogno di arraffare.

Se infatti si pensa concretamente una cosa, questa cosa provoca precisamente effetti di ogni genere.

La separazione del procacciamento dei mezzi di sussistenza dal lavoro avrebbe poi un altro effetto. Quando si parla di realtà, per esempio della realtà di un albero, non esiste che magari uno dica: “Non capisco perché quello è un albero” oppure che uno dubiti se quell’albero sia cosa buona e giusta o no. Non si può dubitare della giustezza di un albero o del fatto che la morfina addormenti. Queste cose non sono deducibili da mere relazioni di concetti, ma si manifestano come tali osservandone semplicemente gli effetti. Un albero può produrre quella data ombra, così come qualsiasi altro oggetto naturale ha la sua propria ombra naturale davanti a una luce. Un cane non può dare l’ombra di un gallo. Perché l’ombra di un gallo fa presumere che lì c’è un gallo, non un cane e non altro. I soldi dovrebbero far presumere merci e servizi, non altro. 

Esiste invece nell’ordinamento sociale odierno qualcosa di innaturale al massimo grado e cioè che, semplicemente per il fatto di possedere soldi, quei soldi aumentano: si mette il denaro in banca e se ne ricavano interessi.

Questo è il fatto più innaturale che possa esistere.

In realtà è semplicemente un assurdo: non si fa nulla; si mette solo in banca il denaro che si ha, che forse non ci si è nemmeno procurato col lavoro, ma che si è ereditato, e se ne ricavano interessi.

È tutta un’assurdità.

Se non si riconosce questa assurdità come assurdità, l’uomo è spacciato. Si cadrà sempre più in basso se non si impara a pensare da cristiani, e l’uomo sarà comprato e venduto come ai tempi di Iside e dei Faraoni d’Egitto, anzi peggio: sarà comprato e venduto a fette. Si regredirà sempre più!

Invece quando il procacciamento dei mezzi di sussistenza sarà separato dal lavoro sorgerà la necessità che sia impiegato il denaro esistente, o di emetterlo, solo come equivalente di merci esistenti.

I soldi vanno utilizzati, devono circolare.

Si avrà allora l’effetto reale che il denaro non aumenterà, ma diminuirà. E ciò sarà un bene! Perché i soldi allora saranno imbrigliati al servizio degli uomini.

Occorre comprendere questo. Non vi è altra via.   

Oggi se uno possiede un certo capitale, in circa quattordici anni e ad un interesse normale, ha quasi il doppio, senza far niente per il suo prossimo; semplicemente aspetta.

È giusto? Non è giusto. È criminale.

Cosa aspetti dunque, Bergoglio, a parlare di queste cose con lo IOR che ti ritrovi? Perché preferisci continuare a sbaciucchiare le reliquie e la sindone senza accorgerti che questo è ancora lantica procedura dellimbabolamento degli schiavi?

Immaginando la modifica della struttura sociale che si avrebbe con l’applicazione del principio sopra esposto, il denaro non aumenterà ma diminuirà, e dopo un certo numero di anni la banconota che uno si sarà precedentemente procurata non avrà più valore; sarà svalutata.

Allo stesso modo nella struttura sociale sarà naturale un certo movimento, e sorgeranno condizioni a seguito delle quali il semplice denaro, che in fondo non è null’altro che un documento, cioè un assegno che da’ un certo potere sulla forza di lavoro degli uomini, si svaluterà se non sarà messo in circolazione.

Quindi non aumenterà, ma diminuirà progressivamente, e dopo quattordici, quindici o più anni, sarà assolutamente uguale a zero: il milionario non potrà più raddoppiare i suoi averi semplicemente aspettando senza far nulla, e sarà un povero diavolo se in quel frattempo non avrà guadagnato alcunché.

Chi nella chiesa cattolica ha avuto il coraggio di parlare d’amore in questi termini sociali?

Nel 1918 Rudolf Steiner parlò a Dornach in questi termini. Notando un certo disagio nel pubblico, si espresse come segue: “Se presentemente si dice questo, a volte se ne riceve l’impressione come se si sentisse il prurito provocato da certi insetti, se mi è consentito il paragone. Non avrei usato il paragone, se non avessi percepito uno strano movimento in sala.

Ma dato che la situazione è così, che la cosa fa l’impressione come se certi insetti provocassero del prurito, per questo vi è il bolscevismo” (R. Steiner, seconda conferenza del ciclo “Esigenze sociali dei nuovi tempi”, Ed. Antroposofica, Milano 1971).

Anche oggi le cose stanno a questo punto e ci meritiamo il totalitarismo mascherato di democrazia che ci ritroviamo da ogni parte.

Perciò a proposito del non uccidere e degli articoli 2266 e 2267 del catechismo che non escludono la pena di morte, nel 2008 scrissi una raccomandata a Ratzinger la seguente proposta: “perché anziché predicare la legge del taglione [...] a lato dell’instabilità delle finanze, non incominciate a dare il buon esempio creando nel Vaticano una moneta cristiana, cioè per l’uomo, attraverso lo IOR (banca vaticana)?”, che ho poi ripetuto anche nella “Lettera aperta a Bergoglio).

Si cerchino dunque i giusti motivi della crisi e si vedrà che sono questi.

Non si risolve alcuna problema se non si comprende veramente la verità. E non c’è scampo se la verità è spiacevole. C’è solo da prenderne atto e incominciare a pensarci.

Sarà compito essenziale dell’educazione dell’umanità del presente e del prossimo avvenire, far sì che non si creda più che le verità possano muoversi secondo pareri soggettivi, o secondo simpatie o antipatie.

La scienza dello spirito può aiutare. Ovviamente non la scienza dello spirito praticata dai venduti “antroposofi” odierni della “Società antroposofica”, i quali da un lato predicano che il denaro è arimanico e dall’altro godono dello statalismo che parifica la scuola pedagogica steineriana a scuola di Stato, facendo poi pagare la retta scolastica un occhio della testa. No, la scienza dello spirito di costoro non basa su sano raziocinio ma su furbizia animale, la stessa furbizia che fece e fa speculare coloro che hanno promosso e non risolto questa catastrofe economica mondiale, questa terza guerra mondiale, dovuta ancora una volta ad un pensare anacronistico, veterotestamentario.

Il sano raziocinio è oggi solo quello neotestamentario. Solo questo è un pensare cristiano, umano: solo se si è in grado di capire che nei soldi c’è il potere di costringere al lavoro un certo numero di persone provviste di pensiero, sentimento e volontà… Attraverso questo pensare si sarà nella vita con tutte le sue ramificazioni ed i suoi impulsi, perché allora non ci si fermerà più all’astrazione o al modo superficiale e distratto che fa usare impropriamente il denaro.

Chi chiama “Padre” il papa non è cristiano, ma vaticano, e il Vaticano non guarda più il cielo dei “vati” da cui ha il suo nome, ma solo lo IOR, cioè al tempio intesto come mercato. Questa è la grande menzogna della chiesa di tutti i partiti.

Non si tratta dunque di fare la carità, o di amare gli altri o di interessarsi al prossimo come è predicato dal pulpito, cioè senza un minimo accenno all’interesse per la struttura sociale. Quella non è carità. Anche quando si regala del denaro a qualcuno non si fa altro che far lavorare un certo numero di persone per chi riceve quel denaro. I soldi sono solo un mezzo di potere. La provvidenza divina non è quella.

Con la saggezza jhavetica acquisita nello stato embrionale si può comprendere soltanto la provvidenza della natura esteriore, quella che dall’embrione forma il corpo fino a fargli vedere la luce. Dal momento in cui il bambino vede la luce nasce un altro culto che non è più lunare come quando il bimbo era nel grembo ma solare. Ecco perché la parola cultura significa culto di Ur, culto della luce. Il venire alla luce è la vera provvidenza perché la vera provvidenza è il karma. Quando si cessò di comprendere la provvidenza, irruppe la pura scienza naturale atea, e l’immagine riflessa di questo è la circolazione del denaro senza che col denaro circoli merce.

Il fatto che del denaro passa semplicemente da un persona all’altra senza che circoli della merce è l’errore da correggere. Infatti, per quanto ci si sforzi in un dato campo, nel fatto che il denaro produca apparentemente del denaro, lì vive la forza arimanica.

La forza arimanica è quella di “Mammona”. L’etimologia di Mammona è “mimen” che in ebraico moderno significa “finanziare”. Ecco perché l’etimologia di “debito” risiede nel “dovere”… Ed ecco perché non potendosi contemporaneamente seguire il nuovo ed il vecchio (Mt 6,24; Lc 16,15) nei documenti Vatileaks risulta che la banca vaticana, con circa 8,3 miliardi di dollari, in assets, ha riciclato approssimativamente 280 milioni di dollari per conto della Mafia.

Insomma, non vi è altro mezzo di possedere denaro in modo salutare entro la struttura sociale, se non possedendolo in maniera cristica: vale a dire guadagnandolo tramite ciò che si sviluppa fra nascita e morte.

Per il fatto che la coscienza cristiana non si è ancora insediata, dato che la struttura sociale che si eredita è ancora attuata con l’antico pensare o col suo spettro statale romano, si sono verificate tutte le cose che hanno portato le attuali sciagure.

Non serve a nulla dirsi: “Io però sono un galantuomo o una donna onesta, e non faccio quindi nessun male se con la mia rendita pago qualcosa”.

In tal modo si offre ancora e sempre a Mammona la giustificazione di essere un dio. Ma è solo il dio quattrino.

Naturalmente entro l’attuale struttura sociale si è ripetutamente costretti a farlo. Non si deve però fare il giuoco dello struzzo e nascondersi il problema; bisogna invece guardare negli occhi la verità.

Quello che ci porterà il domani dipende appunto dal fatto che si guardi negli occhi la verità.

Molto di ciò che in modo così catastrofico si è abbattuto sull’umanità, si è abbattuto per il fatto che la gente ha chiuso gli occhi dinanzi alla verità, costruendosi concetti astratti per ciò che è giusto è non giusto, e non volendo comprendere il reale, il concreto.

Ne parlerò ancora.

 

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