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Andrés Castillo fu sequestrato dalla Marina il 17 maggio 1977. Dopo il rovesciamento di Perón aveva militato nei Tacuara, un gruppo di giovani nazionalisti dove conobbe Dardo Cabo. Il padre di Cabo era dirigente della Unione operaia metallurgica, il sindacato che finanziava il gruppo, la cui dottrina inizialmente era dettata dal sacerdote integralista Julio Meinvielle.

I Tacuara si trasformarono nel movimento nazionalista rivoluzionario Tacuara che finì per confluire nei Montoneros, a cui si unirono anche il giovane Cabo e Castillo dopo essere transitati per altre organizzazioni minori. Cabo diresse la rivista montonera “El descamisado” mentre Castillo fu uno degli organizzatori del braccio sindacale, la Gioventù lavoratrice peronista, che si contrapponeva alla Gioventù sindacale peronista. Quest’ultima sigla era stata creata ed era sostenuta dai sindacati capitanati dalla Unione operaia metallurgica. In poco più di un decennio, gli ex Tacuara erano finiti dall’altro lato della barricata e avevano rotto ogni legame con Meinvielle.

Il mese successivo al golpe del 1976 Cabo finì nelle mani dell’Esercito, che nel gennaio del 1977 gli applicò la “ley de fugas” (Pratica degli anni della dittatura consistente nell’uccidere a sangue freddo e poi affermare che la persona uccisa aveva tentato la fuga [ndt]) insieme ad altri detenuti del carcere de La Plata. Castillo fu condotto alla ESMA, dove si era già costituito il primo gruppo di prigionieri che parteciparono al programma di riabilitazione.

Quando testimoniarono al processo contro le Giunte militari, Castillo e gli altri sopravvissuti della ESMA, si autodefinirono manodopera in schiavitù. Tra altri delitti più gravi, la giustizia condannò l’ex Comandante in Capo della Marina Emilio Massera per aver ridotto in schiavitù quei prigionieri. Uno degli ex detenuti-desaparecidos attribuisce alla sagacia del capitano Acosta l’idea che alcuni prigionieri avrebbero potuto fornire intelligence utile per l’ascesa al potere di Massera (Andrés Castillo, intervista con l’autore a Buenos Aires, 13 febbraio 2003). Prima delle dimissioni, Massera li salutò con un discorso tutto politico. Dopo che ebbe esposto il suo progetto, che senza alcuna parvenza di umorismo definiva “socialdemocratico”, li riportarono nelle loro celle, dove vennero messi in catene. Cosa che doveva sembrare normale, come lo scherzo di un altro dei carcerieri, che nel cuore della notte toglieva loro il cappuccio e li salutava con una maschera di Frankenstein sul viso (Graciela Daleo, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel pro­cesso 13/84, “Videla”, 18 luglio 1985).

Per partecipare al processo di rieducazione non solo era necessario possedere attitudini tecniche, ma anche dare prova di quella che gli uomini della Marina chiamavano volontà di recupero. In nome dell’Occidente cristiano si adoperavano a fomentare l’individualismo e a scoraggiare la solidarietà. Ogni venerdì li facevano assistere alla proiezione di un film ammanettati alle sedie. L’obiettivo era modificare l’identità del prigioniero, sopprimere il suo passato e il suo futuro, ridurre la sua realtà a quel presente instabile, dove le percosse e le minacce di morte si alternavano a telefonate e visite ai familiari. Un sintomo di recupero era quando le donne si preoccupavano dell’aspetto esteriore e andavano dalla cella al bagno con la borsetta del trucco (Lila Pastoriza, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84, 19 luglio 1985). Nell’opera più acuta mai pubblicata sulla ESMA, la giornalista nordamericana Tina Rosenberg descrive la folle situazione in cui vivevano le prigioniere. Quando vedevano arrivare un militare, non sapevano mai se veniva per torturarle o per portarle a cena a Recoleta (Tina Rosenberg, “Children of Cain. Violence and the Violent in Latin America” [Figli di caino. La violenza e i violenti in Arnerica Latina], William Morrow and Company, New York, 1991. [La Recoleta è il quartiere più elegante del centro di Buenos Aires, ndt.]).

Racconta Graciela Daleo:

“Il giorno in cui terminò il Campionato mondiale di calcio del 1978, ogni volta che l’Argentina segnava un gol, da Capucha si sentivano i festeggiamenti dal vicino stadio del River Plate. Il Tigre Acosta salì al terzo piano del circolo ufficiali dove ci tenevano rinchiusi e ci salutò euforico gridando: “Abbiamo vinto, abbiamo vinto!”. Decisero di portar fuori alcuni prigionieri perché potessero vedere come festeggiavano gli argentini. ‘La repressione è tutta un’invenzione della stampa marxista e socialdemocratica’, dicevano. Ne erano talmente convinti che non capivano quanto fosse ridicolo cercare di convincere i prigionieri. Il prefetto Héctor Febres, al volante di una 504 verde insieme ad altri tre membri del reparto speciale, mi portò in giro per le strade. Dopo un certo punto non si poteva più proseguire. Piangevo a dirotto, affacciata al tettino della macchina. ‘Se grido che sono una desaparecida, pensavo, nessuno ci farà caso’. Dopo ci portarono in una pasticceria. Quando non riuscii più a tenere a freno l’angoscia, chiesi il permesso di andare al bagno. La cura del proprio aspetto era considerato l’indizio che le prigioniere sulla via del recupero cominciavano a riappropriarsi dei valori occidentali e cristiani, e per questo ci restituirono il trucco che avevamo con noi al momento del sequestro. Scrissi sulle pareti con un rossetto per labbra fino a consumarlo: ‘Guardie assassine, Massera assassino, Viva Perón. Tornai al tavolo’. Ci riportarono alla ESMA” (Graciela Daleo, lettera all’autore, 28 settembre 1988).

Norma Cristina Cozzi raccontò le fasi successive del processo di rieducazione.

Nella prima, quando stavano incappucciati e ammanettati nel settore chiamato Capucha, “dovevamo passare il tempo a pensare e meditare”. La seconda fase era un regime intermedio. “Continuavamo a dormire a Capucha, ma durante il giorno si sbrigavano compiti amministrativi in un ufficio e mangiavamo nei piatti. Avevamo l’impressione di essere osservati, che i compiti che ci assegnavano fossero solo un pretesto”. D’improvviso entrava un membro del reparto speciale e commentava eccitato: “Sono caricatissimo perché stavo alla camera di tortura”. Tutti i giorni portavano delle fotografie e chiedevano ai prigionieri se conoscevano le persone ritratte. La terza fase si annunciava ad alta voce, perché tutti ascoltassero, e questo rappresentava una sorta di ratifica del processo di rieducazione. “Ci dissero che saremmo passati all’Acquario”, che erano le stanze dove si effettuavano lavori di archivio e intelligence, separate da un corridoio con pannelli divisori di vetro. A quel punto iniziava un regime di maggiore libertà. “Un giorno mi fecero truccare e poi salire su un’auto a caccia di Montoneros. Altre volte dovevo accompagnarli in un bar, in modo che al tavolo non fossero seduti solo uomini. La consideravano una dimostrazione della nostra volontà di aiutare”. La quarta fase prevedeva visite all’abitazione dei genitori, accompagnati da uno o due carcerieri. In seguito queste visite si facevano più frequenti e prolungate, senza vigilanza, ma con la minaccia che gli altri prigionieri e i familiari sarebbero stati vittime di rappresaglie se uno ne avesse approfittato per fuggire. Li facevano uscire dalla ESMA, dicevano loro quando dovevano tornare e li lasciavano soli. Al ritorno dovevano chiamare un numero di telefono perché li venissero a prendere e li facessero rientrare. La quinta fase era la partenza per l’estero o la libertà vigilata all’interno del paese. “Quando liberavano qualcuno erano soliti festeggiare” (Norma Cristina Cozzi, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires, nel processo 13/84/85, fs. 6313 e successivi, 24 luglio 1985). Il passaggio dalla seconda alla terza fase implicava altri vantaggi: l’uso di una piccola benda di tela sugli occhi al posto del cappuccio, spostamenti meno controllati, pasti migliori e un letto per dormire (Héctor Eduardo Piccini, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires, nel processo 13/84/85, 24 luglio 1985).

A Mario Villani (Cfr. “L’isola del silenzio 11 Rieducazione” - ndr) concessero la prima visita ai familiari dopo cinque mesi di lavori di elettronica, archiviazione e intelligence. I lavori di intelligence consistevano nel verificare incartamenti relativi a casi, preparare grafici di contatti, “collaborare all’attività di repressione contribuendo a realizzare nuovi sequestri”.

La seconda uscita di Villani ebbe luogo tre mesi dopo. Questa volta gli concessero di passare la notte a casa della moglie. Da quel momento le visite si susseguirono mensilmente e in seguito una volta ogni due settimane. Lo lasciavano restare con la famiglia dal mezzogiorno del sabato fino alla notte della domenica. Affinché non gli venissero fantasie di fuga, gli ricordarono che aveva cinque fratelli e svariati nipoti, oltre a una madre e un padre. Quel regime andò avanti fino al 1981. Da quel momento poté vivere in libertà vigilata. Una volta a settimana doveva passare alla ESMA. Dopodiché ogni due

settimane, fino a quando la visita fu sostituita dall’obbligo di telefonata. All’inizio del 1983 lo chiamarono per l’ultima volta per ordinargli di venire a riparare un’antenna e un amplificatore (Mario Villani, testimonianza citata). Si erano abituati a considerare quell’uomo un po’ gobbo come un tecnico a cui rivolgersi all’occorrenza. La disumanizzazione cominciò a funzionare alla rovescia: si dimenticarono che i prigionieri erano persone, con idee e sentimenti che potevano essere repressi solo finché durava la coercizione. Nel silenzio della coscienza di ciascuno prendeva forma un processo di rieducazione assai diverso, opposto a quello concepito dalla Marina.

Su ordine degli uomini della Marina Andrés Castillo scrisse una storia del sindacalismo argentino. A tal fine, con la tecnica di Penelope, chiese e ottenne che gli fosse consegnata una bibliografia di cinquanta libri. Lo avevano esortato a dimostrare che sin dalle origini il sindacalismo fu infiltrato da marxisti, anarchici e socialisti. Graciela Daleo batté a macchina una monografia sulla battaglia di Verdún scritta da un altro prigioniero della ESMA, forse lo storico Martin Grass, con cui il fratello di uno dei suoi carcerieri superò l’esame finale del corso della Scuola superiore di Guerra dell’Esercito. Inoltre preparò gli inviti per la prima comunione della figlia di un altro ufficiale. Il capo del gruppo di cui facevano parte Castillo e Daleo era uno degli ufficiali dell’intelligence della ESMA, che veniva chiamato Juan o Niño.

Un altro prigioniero ebbe un’idea che suscitò l’entusiasmo di Juan, o Niño: una guerra contro il Cile per le isole del canale di Beagle. Ciò avrebbe rafforzato Massera e indebolito l’Esercito, gli disse, perché i cileni avrebbero occupato la città argentina di Bariloche ma nulla avrebbero potuto contro la Marina. Come autore di quell’idea, il prigioniero sorvolò le isole contese con indosso un’uniforme della Marina. La guerra fu evitata grazie alla mediazione del Vaticano, appoggiata dal governo statunitense che vedeva come il fumo negli occhi la destabilizzazione del Cono Sur.

Due anni più tardi quel prigioniero stava per essere rimesso in

libertà. Niño entrò nella sua cella e gli mostrò un giornale. Nella prima pagina si vedeva la foto di un poliziotto dello Scià, in Iran, inseguito da un gruppo di donne che cercavano di strappargli l’uniforme.

“Lei pensa che questo sarebbe possibile qui da noi?”, gli domandò Niño.

“Se lei mi sta chiedendo se ritenga possibile che una folla la insegua per la strada, la mia risposta è no”, esordì il prigioniero. “Se quello che vuole sapere è se un giorno o l’altro le chiederanno conto, la mia opinione e sì.

“Crede che si arriverà a una qualche forma di giudizio?”

“Sì”.

“Se ci fosse un giudizio, lei testimonierebbe?”

Se avesse mentito e se Niño se ne fosse accorto, avrebbe perso la sua fiducia. Se avesse detto la verità, rischiava di mandarlo su tutte le furie.

“Sì”, rispose.

“E cosa direbbe?”, si accigliò Niño.

“La verità”.

“E lo direbbe che non mi piace torturare?”

“Sì”.

Per un istante, la bilancia del potere si riequilibrava.

“Direbbe che quando sono di turno nell’attività di intelligence mi chiudo a chiave nella mia cabina e spengo la luce?”

“Sì”.

“E che non rispondo quando mi chiamano, in modo tale da far credere che non ci sono e che un altro interroghi i nuovi prigionieri al posto mio?”

“Lo direi, perché è la verità. Ma racconterei anche di quelli che ha torturato”, concluse il prigioniero.

E così fu (Intervista con l’autore a Buenos Aires, nel gennaio del 1995. L’ex detenuto-desaparecido chiese l’anonimato).

Anche Castillo dovette ascoltare i tormenti di Niño. “Sono di guardia e sono arrivati altri prigionieri. Non sopporto più la picana”, gli disse. Niño “mi raccontava cose personali, si era separato e risposato. Mi portava riviste di calcio. Un Natale mi portò il panettone preparato dalla cognata. Era un po’ suonato. Non voglio scusarlo, ma aveva un peso sulla coscienza” (Andrés Castillo, intervista con l’autore a Buenos Aires, 23 dicembre 1993).

Il governo argentino riuscì a ritardare fino alla fine del 1979 la visita della Commissione interamericana per i diritti umani menzionata nell’informativa dell’ambasciatore statunitense, e di cui si era cominciato a discutere già all’inizio del 1977. Poco meno di tre anni che la macchina del terrore non lasciò passare invano; tuttavia, all’avvicinarsi della visita, uno dei problemi rimasti insoluti era quello dei prigionieri clandestini.

Nell’ambito dei preparativi volti a creare un clima favorevole, furono assoldati alcuni giornalisti per scrivere la versione ufficiale. Erano stati selezionati tra i simpatizzanti ideologici della dittatura dal Centro pilota di intelligence che la ESMA aveva aperto a Parigi. Sebbene si trattasse di un lavoro remunerato, non era possibile chiedere a quei giornalisti di compromettersi in modo diretto con le atrocità perpetrate dalla dittatura. Dinanzi alle denunce degli esuli e delle associazioni di solidarietà, dovevano essere fabbricate prove che rendessero convincente la loro opera di confutazione. Era necessario che visitassero i luoghi additati come campi di detenzione clandestini, di modo che in seguito potessero fornire testimonianze che suonassero veritiere.

A causa della visita di due giornalisti inglesi, i prigionieri ancora reclusi nella ESMA furono condotti in una villa di campagna nei dintorni di Buenos Aires; solo pochi restarono nelle installazioni della Scuola, camuffati da marinai. Mentre erano in viaggio alla volta della villa, Niño commentò:

“Tutto questo era di mio nonno, ma ha dilapidato tutto ed è rimasto solo un viale”.

“Ti chiami Rolón”, gli disse all’istante Castillo.

“E come fai a saperlo?”, trasecolò il Niño.

“Da lì partono i viali Fondo della Lega e Rolón. E tuo nonno non poteva chiamarsi Fondo della Lega”, rispose il prigioniero.

Il rapporto di dipendenza tra padrone e schiavo stava diventando reciproco. Niño si trasformò in Rolón.

Piangere alla vista delle torture inflitte a un altro detenuto era controproducente per la permanenza nel processo di riabilitazione. Vale a dire che poteva costare la vita. Per essersi avvicinato a un prigioniero incappucciato che gemeva, per consolarlo, Castillo fu punito con due giorni di legnate e altri trenta di incertezza aggiuntiva. Il capo del reparto speciale voleva eliminarlo. Rolón lo salvò. Per evitare che lo ammazzassero disse che ciò avrebbe interrotto il processo di riabilitazione di altri sette detenuti che erano suoi amici. Tutti gli appartenenti a quel gruppo furono fatti uscire dal paese, mentre a Castillo, rimasto solo, non fu concesso di conoscere i nuovi sequestrati che arrivavano e venne rinchiuso nella stanza delle donne incinta. Rolón gli disse che conosceva un prete che era al corrente di tutto e che poteva aiutarlo. Lo portò in auto fino alla sede della Curia di Buenos Aires. “Si presentò a monsignor Grasselli con il suo nome e grado e gli spiegò che io ero uno di quelli che la Marina avrebbe rimesso in libertà, ragion per cui gli domandò di procurarmi il visto” (Andrés Castillo, intervista con l’autore a Buenos Aires, 13 febbraio 2003). Grasselli accompagnò Castillo al consolato venezuelano.

Quando tutte le carte furono in regola, Rolón condusse Castillo con la sua auto all’aeroporto di Ezeiza, il 4 marzo del 1979. Rimase a conversare con lui confuso tra le persone che salutavano i familiari, fino a quando Castillo si imbarcò sull’aereo. Solo alla fine gli rivelò che il suo biglietto era intestato al numero di conto corrente della Marina. “Conservalo. Ti servirà per ritornare in Argentina, perché è la prova che la Marina non ha nulla contro di te”, gli disse prima di andarsene. Era ancora convinto che stessero costruendo un nuovo ordine destinato a durare per generazioni.

Quel biglietto servì a provare altro. Appena sei anni dopo, nel 1985, Graciela Daleo e Andrés Castillo consegnarono i loro biglietti aerei ai giudici della Camera federale. Nella parte bassa del biglietto, sulla sinistra, accanto al prezzo, era indicato che erano stati addebitati sul conto corrente della Marina argentina. Graciela consegnò ai giudici anche il crocifisso ricevuto da Grasselli. Servì a condannare all’ergastolo l’ex ammiraglio Massera e a otto anni di prigione chi ne prese il posto nell’agosto del 1978, l’ammiraglio Armando Lambruschini, in precedenza suo capo di Stato Maggiore.

Al momento del cambio al vertice, bisognò decidere il destino delle persone ancora recluse: alcuni furono giustiziati, altri costretti a proseguire la loro opera al servizio dei rapitori in attività più istituzionali, nei ministeri degli Affari Esteri e delle Politiche sociali, controllati dalla Marina, altri ancora messi in libeità e fatti uscire dal paese. Lambruschini prese quella decisione consultandosi con il nunzio apostolico Pio Laghi, il messo del Vaticano che forniva a Grasselli i contatti con le ambasciate.

Cap. 13

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