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Le attività della Scuola di meccanica della Marina non si limitavano alla rieducazione di alcuni prigionieri ai quali veniva risparmiata la vita. L’illusione data dal partecipare a quel processo serviva per estorcere informazioni alle vittime.

Il 10 gennaio 1977 un plotone occupò un appartamento nel centro di Buenos Aires. Membri della Marina agli ordini di Rolón tesero un’imboscata e per l’intera giornata fecero prigioniero chiunque arrivasse. Lì aveva il suo ufficio Conrado Higinio Gómez, un avvocato di buona posizione economica, noto come difensore di prigionieri politici. Gómez dormiva nell’appartamento, perché stava terminando di riadattarne un altro, nello stesso edificio, dove aveva intenzione di andare ad abitare con sua moglie e i cinque figli, che nell’attesa vivevano a Mendoza. Il superiore di Rolòn era il capitano Jorge Perren, quello che accompagnò Graciela Daleo alla Curia affinché Grasselli le procurasse il visto per il Venezuela. Secondo la testimonianza di Perren, in quell’appartamento operava una cellula finanziaria dei Montoneros (Jeorge Perren , deposizione spontanea al giudice federale Claudio Bonadío, 30 agosto 2001). Lo stesso afferma un altro detenuto della ESMA, Emilio Enrique Dellasoppa: “Sentii dire che Gómez era affittuario del locale dove aveva sede il dipartimento finanziario” (Processo N. 7694/99 contro Astiz Alfredo e altri. Testimonianza dell’ex dete­nuto Emilio Enrique Dellasoppa, 15 ottobre 2001). Ma il sopravvissuto Marcelo Camilo Hernández, uno dei responsabili delle finanze dei Montoneros, disse alla giustizia che Gómez non faceva parte dell’organizzazione (Ibid., testimonianza dell’ex detenuto Marcelo Hernández, 27 maggio 2001).

Nel viaggio di ritorno alla ESMA, oltre a Gómez e un’altra mezza dozzina di persone, gli uomini della Marina si portarono dietro un archivio, sedie, poltrone, un letto e un materasso, due comodini, abiti da camera e biancheria, quadri, libri, una gelatiera, generi alimentari, utensili da cucina e una macchina. Lasciarono il piano a coda della moglie dell’avvocato e la cassaforte perché non riuscirono a portarli giù dall’appartamento. Ma prima ritirarono tutta la documentazione, un orologio d’oro e il denaro contenuto nella cassaforte: c’era circa un milione di dollari. Gli ufficiali erano euforici e davanti ad alcuni sequestrati discussero di cosa avrebbero fatto con tutti quei soldi (Ibid., testimonianza della moglie di Conrado Gómez, Gloria Josefina Miran­da). Due settimane più tardi, all’alba, i sequestratori ritornarono nell’ufficio di Gómez, bloccarono il passaggio sulla strada e dalla facciata esterna dell’edificio calarono con delle funi il piano a coda. Staccarono anche le piastrelle dalle pareti, i radiatori, i lavandini, le stufe a gas e i lampadari (Ibid., testimonianza di Federico Gómez Miranda).

Tra le carte contenute nella cassaforte c’erano i titoli di proprietà e i progetti di una società creata per lottizzare e urbanizzare un fondo rurale nella località di Chacras de Coria, i migliori terreni della zona di Mendoza. Gómez aveva acquistato nella zona alcuni ettari di terra e si era messo in società con il proprietario del terreno confinante, il negoziante di vini Victorio Cerutti. All’inizio del secolo scorso Cerutti aveva ereditato dai genitori la tenuta vinicola, una cantina e due fabbricati che la famiglia chiamava la Casa Grande e la Casetta (Juan Carlos Cerutti, testimonianza nel processo 13/84, 8 luglio 1985). Con l’avanzare dell’urbanizzazione della capitale, le campagne coltivate andarono via via allontanandosi dalla città e Chacras de Coria finì per trasformarsi nella zona residenziale più cara dei sobborghi di Mendoza. Tutta la borghesia emergente aspirava a costruirsi una casa in quella zona, ad appena 12 chilometri dalla città.

Victorio Cerutti, che attraversava un periodo di difficoltà economiche, cedette parte dei terreni e formò una società con il genero, con Gómez e con il ragioniere Horacio Mario Palma, per urbanizzare e lottizzare la proprietà, in totale 26 ettari valutati complessivamente 10 milioni di dollari. Tutti e tre avevano relazioni, per legami familiari o personali, con organizzazioni vicine ai Montoneros, sebbene non ne facessero parte in modo diretto.

All’alba del giorno successivo al sequestro di Gómez, quindici uomini armati e in divisa da combattimento presero d’assalto la Casa Grande e la Casetta. Agivano con la tranquillità di chi sa di operare in una zona franca. A 50 metri c’era una stazione di polizia, ma nessuno intervenne. Uno dei saccheggiatori cercò di palpeggiare la figlia di Cerutti. Il marito provò a difenderla. Gli aprirono la fronte con il calcio delle armi e lo trascinarono via. Quello stesso giorno, alla stessa ora, Palma fu sequestrato nella sua casa di Buenos Aires. Le figlie stavano vedendo un film dell’orrore. Passarono il resto della nottata pregando, perché i sequestratori promisero che lo avrebbero riportato a casa in poche ore, cosa che non avvenne. Alle preghiere si unì una suora loro vicina di casa.

Il produttore di vini Cerutti, il ragionier Palma e l’avvocato Gómez erano gli unici procuratori della società e il reparto speciale della ESMA aveva ora il controllo sui tre. Due settimane dopo il sequestro, la firma di Cerutti comparve in calce a un documento grazie al quale la società venne defraudata dei suoi terreni. Lo aveva firmato in prigionia (Mentre era detenuto nella ESMA, Lisandro Raúl Cubas vide Cerutti firmare una serie di documenti su richiesta dei suoi carcerieri. Testimonianza di Cubas nel processo N0 7694/99 contro Astiz Alfredo e altri).

Il reparto speciale inviò a Mendoza l’ufficiale Hugo Berrone, soprannominato il Tedesco, che viaggiò con documenti falsi intestati a Pascual Gómez. In un controllo di routine fu arrestato da membri dell’esercito. Quando fu rimesso in libertà e fece ritorno alla ESMA, nel raccontare ad alcuni sequestrati quello che gli era accaduto commentò che fortunatamente non gli avevano applicato la picana “perché altrimenti raccontavo tutto”. Berrone era l’ufficiale che accompagnava Marcelo Camilo Hernández nelle sue prime visite alla casa dei genitori, approfittandone per bere come un pazzo. Il curioso senso dell’umorismo del Tedesco impressionò la madre del detenuto. Puzzava di whisky quando le disse: “E pensare che l’ho torturato, a questo tipo” (Marcelo Hernández, testimonianza nel processo N0 7694/99, 27 maggio 2001).

Gómez aveva lasciato su una scrivania una procura per l’amministrazione di beni. Dopo il suo sequestro comunicò per telefono che avrebbe inviato qualcuno a prenderla. Chiamò anche la moglie. Le spiegò che lo avevano sequestrato e le disse di non fare nulla, che qualcuno le avrebbe fatto pervenire il denaro sottratto dal suo studio e le avrebbe versato un assegno sul suo conto corrente. Poiché nulla di tutto ciò accadde, dopo aver lasciato passare per prudenza qualche tempo, la moglie s’informò con l’addestratore di una ventina di cavalli di razza di proprietà di Gómez circa la possibilità di venderli. L’uomo aveva già ricevuto la visita di uno sconosciuto che diceva di aver comprato i cavalli. Prima ancora di capire quello che stava succedendo, la donna ricevette una lettera scritta a mano da Gómez.

Diceva:

“Non vendere nulla, cavalli o qualsiasi altra cosa. Disinteressati di tutti i miei affari, stanne fuori. Se hai bisogno di denaro, le persone che si metteranno in contatto con te per recapitarti questa lettera te lo faranno avere. Se seguirai le mie istruzioni, ti rivedrò molto presto”.

In un’altra lettera scritta dal campo di detenzione, Gómez ordinò all’addestratore di consegnare i cavalli al presunto nuovo proprietario.

Conrado Gómez telefonò di nuovo a casa due mesi più tardi. Disse che per quanto le cose fossero andate un po’ a rilento, pensava ancora che sarebbe riuscito a uscire dal paese. Si alterò soltanto quando seppe che la famiglia non aveva mai ricevuto il denaro e l’assegno promessi. L’assegno fu versato alla Citibank, che non l’accettò perché la somma eccedeva la liquidità disponibile sul conto di Gómez, e lo restituì alla famiglia. Era evidente che avevano tentato di prosciugare il conto. L’assegno era stato girato da Juan Héctor Ríos con un timbro a favore del sindacato degli operai tessili. Anche i cavalli di Gómez furono ceduti al signor Ríos. Juan Héctor Ríos era il nome di copertura del tenente di vascello Jorge Radice, responsabile delle finanze del reparto speciale della ESMA e al tempo stesso tesoriere del commissariamento militare nel sindacato tessile (Interviste con Federico Gómez Miranda, figlio di Conrado, a Buenos Aires, nel 2003).

L’indagine giudiziaria fu promossa molti anni più tardi dal primogenito dell’avvocato, Federico Gómez Miranda, che rintracciò testimoni, raccolse documenti, suggerì dove cercare le prove e addirittura presenziò alle perquisizioni domiciliari. Ciò permise di stabilire che grazie alla documentazione rinvenuta nell’ufficio di Gómez, il reparto speciale aveva istituito una organizzazione parallela all’interno della stessa ESMA, per amministrare quei beni. Un collaboratore forzato di tale organizzazione la descrisse come “la privatizzazione della repressione per il tornaconto economico del gruppo capeggiato da Massera”. Se prima “ci si limitava a saccheggiare i beni delle case perquisite, adesso si era passati alla speculazione immobiliare” (Emilio Enrique Dellasoppa, testimonianza citata).

La speculazione consisteva nell’estorcere i beni alle persone sequestrate e impossessarsene in forma sistematica, amministrarli, intestarli a nome di propri familiari o venderli a proprio profitto, sotto “la minaccia certa di eliminare le vittime”. Le telefonate di Conrado Gómez alla famiglia, nelle quali “supplicava di non utilizzare in alcun modo il suo patrimonio”, permettono di concludere che la consegna di tutti i suoi averi ai rapitori era l’unica strada per riacquistare la libertà e avere salva la vita” (Processo N° 7694/99, sentenza del giudice federale Claudio Bonadio il 1° ottobre 2001 nel processo a Massera, e altri cinque ufficiali della ESMA, Jorge Aco­sta, Jorge Perren, Juan Carlos Rolón, Francis Whamond e Jorge Radice).

Anche altri sequestrati della ESMA erano al corrente della situazione. “Credo che me la caverò, perché ho firmato tutti i documenti di cui avevano bisogno per il trasferimento delle proprietà”, disse Gómez a uno di questi incontrandolo nel bagno (Ibid.). Nella veglia perpetua del campo di reclusione non c’era spazio per i segreti.

Nella loro prima deposizione in tribunale, i capi del plotone della Marina smentirono la rapina. Negarono l’arresto di Conrado Gómez. Dissero che avevano arrestato il responsabile delle finanze dei Montoneros e che avevano consegnato la borsa contenente il denaro al direttore della ESMA (Processo N° 7694/99. Deposizioni istruttorie degli ufficiali della Marina in congedo Jorge Perren e Juan Carlos Rolón). L’ammiraglio Horacio Mayorga aveva già ammesso in un colloquio con la giornalista statunitense Tina Rosenberg che alla ESMA un centinaio di militari avevano torturato i detenuti, ma ribadì che non avevano rubato. “Siamo ufficiali della Marina, non ci sporchiamo le mani per un orologio d’oro”, protestò. Disse anche che se nel corso di una perquisizione trovavano una valigetta con mezzo milione di dollari, li riconsegnavano fino all’ultima banconota (Tina Rosenberg, op. cit). Quasi identica fu la dichiarazione resa da Rolòn al giudice. Disse che non contò neppure quanto denaro c’era nell’ufficio di Gomez prima di consegnarlo ai suoi superiori (Processo N° 7694/99. Deposizione istruttoria del capitano Juan Carlos Rolón).

A smentirlo fu uno dei suoi stessi commilitoni. Il capitano di fregata Adolfo Scilingo disse che tra i prigionieri della ESMA c’era un avvocato di Mendoza, da loro considerato un prestanome dei Montoneros fino a quando si venne a sapere che “non lo era”. Avevano deciso di sequestrarlo “con l’obiettivo di mettere le mani sul suo cospicuo patrimonio”. Scilingo menzionò “tenute a Chacras de Coria, maneggi con cavalli da corsa e fondi nella provincia di Entre Ríos o Santa Fe” (Processo N° 7694/99. Lettera di Scilingo a Federico Gómez Miranda).

Tutta la documentazione necessaria per impossessarsi del bottino era falsificata nei sotterranei della ESMA dai prigionieri che il reparto speciale faceva lavorare come manodopera schiavizzata. Alcuni erano arrivati a convertirsi in collaboratori di fiducia dei militari, dei quali percepivano le contraddizioni:

“Acosta diceva che noi eravamo estremisti e loro occidentali e cristiani, che agivano per convinzione e cercavano il giusto mezzo aristotelico. Ciò era in contraddizione con un’altra affermazione dello stesso Acosta, quando diceva non ci sono limiti’ (Allusione al potere assoluto di vita o di morte che avevano gli uomini della Marina [ndt]), che in seguito si trasformò in un intercalare” (Processo N° 7694/99. Testimonianza citata di Emilio Dellasoppa).

Per far perdere le tracce, i terreni di Chacras de Coria passarono più volte di mano attraverso una serie di società formate da persone inesistenti che utilizzarono documenti falsi, seguendo i consigli di due sequestrati che collaboravano con la Marina. Un ufficiale che veniva chiamato il Duca scelse per i suoi documenti falsi un nome con le sue stesse iniziali autentiche, in modo da poter continuare a usare le

sue camicie con le cifre. Si chiamava Francis Whamond e si ribattezzò Federico Williams. Anche Jorge Radice scelse la falsa identità di Juan Ríos, dalle iniziali coincidenti con il suo vero nome. Dopo una serie di transazioni fittizie, i terreni furono intestati a un’altra compagnia, questa volta costituita da persone assolutamente reali. Uno dei suoi direttori era Carlos Massera e il domicilio della società corrispondeva a una sede locale del Partito per la Democrazia Sociale, presieduto dal fratello Emilio Eduardo, militare in congedo con il grado di ufficiale ammiraglio. Trattandosi di uomini tanto devoti quanto amanti della loro terra, la compagnia fu battezzata Piccola Messa e le strade principali della lottizzazione presero il nome di Giustizia, Equità, Patriottismo e Onore.

Radice/Ríos adottava lo stesso metodo per rendere legale la spoliazione dei beni più modesti degli altri detenuti della ESMA. Le abitazioni dei familiari delle vittime venivano rogitate a favore di Ríos. Non si preoccupava neppure dei dettagli. Il 14 giugno 1978, in uno di questi. atti, dichiara di essere nato il 4 giugno 1948 e di essere residente in calle Besares, nella Capitale Federale. Identifica i genitori come Carlos e Ana Ríos. Quattro mesi più tardi, nell’ottobre del 1978, intesta a suo favore un’altra proprietà, ma questa volta il domicilio di calle Besares è quello che viene indicato dai venditori coatti. Ríos, invece, dichiara di vivere in calle Vallegrande, nel quartiere Florida. La sua data di nascita si è spostata in avanti di cinque mesi: adesso è il 4 novembre 1948. È variata anche l’identità dei genitori. Ora sono Jorge Héctor Ríos e Isabel Mansilla. L’unica cosa che rimane invariata sono gli estremi del suo documento d’identità (Processo N° 7694/99, fg. 2424 e successivi, 2453 e successivi).

I documenti usati da Ríos erano fabbricati alla ESMA. Delle fotografie si incaricava Marcelo Camilo Hernández (Marcelo Camilo Hernández, Miguel Angel Lauletta e Ricardo Coquet, testi­monianze nel processo N° 7694/99), un altro dei sequestrati nell’ufficio di Gómez. “Per quattro giorni gli passai informazioni e gli rivelai anche l’indirizzo della casa di mio padre, credendo che fosse alla spiaggia. Invece era rimasto a casa con un’amante. Sentendo dei rumori uscì in vestaglia. Rolòn per poco non lo ammazza.

Oltre alla documentazione, Hernández procurò loro anche il modo di arrivare a una compagna che poi venne sequestrata e scomparve nel nulla. “Mi fa ancora male”, dice (Marcelo Camilo Hernández, intervista con l’autore). Secondo Hernàndez, ogni sequestrato aveva una sua strategia per sopravvivere” e “Gómez cercò di centellinare i suoi beni per sopravvivere più a lungo” (Marcelo Camilo Hernández, testimonianza nel processo N° 7694/99).

Hernández entrò a far parte del programma di riabilitazione, con tale successo che lo portarono perfino a una festa nella casa dell’attrice Mirtha Legrand. “Mi vestirono bene e mi ordinarono di scattare fotografie. Massera voleva regalarle un album di foto ricordo della serata per restare in buoni rapporti con lei”, dice.

Fece lavori meno gradevoli, come le foto delle suore francesi con le quali il reparto speciale della ESMA tentò di dimostrare che erano state sequestrate dai Montoneros. Secondo Hernández quel sequestro fu un’iniziativa di due sottoposti desiderosi di dimostrare le loro capacità, mentre il reparto speciale era impegnato nella ricerca del tesoro dei Montoneros e nella costruzione della campagna politica di Massera. “Acosta andò su tutte le furie, ma non le potevano rimettere in libertà perché le avevano già torturate”, dice Hernández (Marcelo Camilo Hernández, intervista con l’autore. Quei subordinati erano il capitano di vascello Raúl Enrique Scheller, alias “Pingüino”, e l’ufficiale della Pre­fettura navale Héctor Febres, alias “Selva”. Nel momento in cui il libro e stato scrit­to i due erano in stato di arresto a disposizione della giustizia per alcuni dei crimi­ni commessi nella ESMA).

Per l’esperienza fatta nel laboratorio del campo di detenzione, nel settembre del 1978 lo trasferirono a Mendoza in regime di libertà vigilata per gestire un negozio di fotografia, Antares. Con lui andò anche Dellasoppa. La condizione era che si stabilissero lì con le rispettive famiglie, che dovettero far rimpatriare, dalla Spagna quella di Hernández, dal Brasile quella del suo amico. Antares era la succursale di un negozio dallo stesso nome che un cognato del Tigre Acosta, il Sordo, sommozzatore di profondità, aveva a Puerto Madryn. Mentre Hernández gestiva il negozio, Dellasoppa si occupava di Wil-Ri, l’immobiliare creata per lottizzare e vendere i terreni di Chacras de Coria da Williams e Rios, vale a dire Whamond e Radice. Quei grandi criminali non si privavano di piccoli traffici. “Antares non dava da vivere a nessuno. Serviva solo al Sordo, che girava a Mendoza le pellicole vecchie o scadute e si portava il materiale nuovo a Madryn” (Ibid.). La vendita dei lotti di terreno procedeva più a rilento del previsto. I due “rieducati” erano soliti pranzare nella Casa Grande, in compagnia di un notaio di Mendoza che conferiva una facciata di legalità alla ditta (Emilio Dellasoppa, testimonianza citata).

Tra le vane denunce che Gloria Josefina Miranda de Gómez sporse in quei giorni per la scomparsa del marito, una fu alla Conferenza episcopale argentina e un’altra alla Nunziatura apostolica.

Una nipote di Gómez si rivolse a Grasselli. Forse perché era fidanzata con il figlio del comandante dell’Esercito a Mendoza, Grasselli si confidò e le disse che per ottenere l’informazione richiestagli dai familiari, lui stesso partecipava alle “retate con le Forze di sicurezza”. Per quella via seppe che Gómez era stato ucciso perché all’ultimo momento non aveva potuto disporre di “molte migliaia di verdoni” (Commissione nazionale sulla scomparsa di persone, fascicolo 224 “Conrado Gómez, desaparecido”).

Grasselli ricevette anche la sorella di Conrado Gómez. Tirò fuori un incartamento da un mobile metallico e le disse:

“Possedeva molti beni. È rimasto in vita fintanto che gliene sono rimasti a disposizione per negoziare. Poi lo hanno trasferito. Non lo cerchi più” (Maria Victoria Gómez de Erice, testimonianza nel processo N° 7694/99).

L’anno seguente gli uomini della Marina concessero a Hernández di partire per la Spagna con la famiglia. Ma i tecnici che tornavano in libertà venivano rimpiazzati da nuovi sequestrati. Il reparto speciale ebbe tre responsabili nel periodo in cui la ESMA funzionò come centro clandestino e ciascuno si costituì il proprio gruppo di collaboratori forzati. “Su, firma qui. Comportati bene. Abbiamo tutte le informazioni”, gli disse Acosta prima di congedarlo. Hernández non lesse cosa firmava. Suppone si trattasse di una dichiarazione di complicità con il reparto speciale. “Fino a quando non salii sull’aereo non mi sentivo sicuro di nulla. Tutto si basava su relazioni affettive, un giorno poteva cambiare il personale e addio. Pensavamo che era una farsa, che non sarebbe durata”.

Nel gennaio del 1979 gli recapitarono un nuovo passaporto alla Polizia Federale. Gli uomini della Marina si tennero i vecchi documenti di Hernández, che avrebbero utilizzato poco più tardi per una transazione stupefacente. Il Signor Ríos, impersonato da Radice, sarebbe rientrato in scena.

Cap. 14

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