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Graciela Daleo partì in aereo per il Venezuela il 20 aprile 1979. Dieci giorni dopo, il suo posto alla ESMA fu preso da Thelma Dorothy Jara de Cabezas.

Nella ricerca del figlio Gustavo, sequestrato tre anni prima (Thelma Jara de Cabezas, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84/85, fg. 6227 e successivi, 24 luglio 1985), Thelma Jara arrivò a diventare segretaria della prima “Commissione dei familiari di detenuti desaparecidos per ragioni politiche”. Insieme ad altre madri viaggiò a Madrid e a Roma. Cercavano di prendere contatti con la Chiesa cattolica e con le chiese evangeliche. Di lì andò in Messico per ottenere udienza presso papa Giovanni Paolo II, che tra il gennaio e il febbraio del 1979 presenziò alla Terza Conferenza Generale dell’Episcopato Latino americano a Puebla de los Ángeles. Non riuscì ad avere udienza e di ritorno a Buenos Aires fu sequestrata.

Alle otto e mezza della sera del 30 aprile 1979 uscì dall’Hospital Español, dove il marito era agonizzante. Un’auto bianca le si accostò con lo sportello posteriore aperto. Quando si accorse di quel dettaglio, una mano le tappò la bocca e la trascinò nell’abitacolo. La misero sul pavimento della macchina, la ammanettarono e le infilarono un cappuccio. Quando glielo tolsero si trovava nella Scuola di mec-canica della Marina. A suon di ceffoni prima e con la picana poi, le chiesero dei suoi viaggi a Roma e in Messico e dei suoi contatti in quei luoghi (Ibid.).

La struttura della ESMA addetta all’intelligence si era infiltrata nelle associazioni di solidarietà con i desaparecidos. L’8 dicembre 1977 diverse madri furono sequestrate nella chiesa di Santa Cruz, dove si riunivano. Tra loro la prima presidentessa, Azucena Villaflor (Nel 2005 l’equipe di Antropologia Forense identificò i resti delle madri Azu­cena Villaflor de Devincenti, Esther Ballerino de Careaga e Mary Ponce de Bian­co, e quelli di una delle religiose francesi fotografate nella ESMA, Léonie Duquet. Il mare li aveva depositati su una spiaggia della provincia di Buenos Aires, dove rimasero sepolti come NN per quasi tre decenni. Le fratture multiple corrispon­dono all’impatto sull’acqua dopo la caduta da un aereo. In una traiettoria perfet­ta, quelle donne che furono gettate in mare perché la gerarchia ecclesiastica appro­vò quella “forma cristiana di morte”, furono sepolte nei giardini della Chiesa della Santa Croce).

Alla ESMA, Thelma Jara venne a sapere che l’infiltrata era una dei membri della Commissione dei familiari, Julia Sarmiento (Thelma Jara de Cabezas, testimonianza citata). Il capo del reparto speciale, il capitano di fregata Jorge Acosta, temeva che i familiari l’avessero individuata e tentò di infiltrare un’altra persona nella delegazione delle madri in Messico. A tal fine fece pressione su una delle sequestrate. Voleva che la madre di questa persona si aggregasse alla delegazione. Ma la donna rifiutò, e ciononostante fu lasciata in vita. Un fratello di Acosta, maggiore dell’Esercito, era stato fidanzato con la prigioniera. Perciò Acosta lo incaricò di occuparsi del processo di rieducazione della donna. Il maggiore la obbligava a mantenere rapporti sessuali con lui, come prova di aver preso la via del recupero (Rosario Evangelina Quiroga de Cubas, testimonianza alla Conadep, fascico­lo 6975). Thelma Jara venne inoltre a sapere nella ESMA che alcuni membri del reparto speciale si erano imbarcati sui suoi stessi voli per seguirla in Messico e in Italia (Miguel Bonasso, “Un viaje por los abismos de la ESMA” [“Viaggio negli abis­si della ESMA”], “Pagina/12”, 4 settembre 2000).

Uno degli ufficiali che la torturò, Ricardo Miguel Cavallo, era responsabile della riabilitazione di un gruppo di prigionieri. Le propose un patto: se avesse accettato di scrivere e firmare delle false lettere, avrebbero smesso di tormentarla e le avrebbero risparmiato la vita. Il suo argomento era rafforzato dall’informazione che Thelma Jara aveva rivelato al tavolo di tortura e che il reparto speciale voleva render pubblica. Alla madre scrisse che era fuggita in Uruguay perché ricercata come appartenente ai Montoneros. Altre lettere furono indirizzate a Videla, al cardinal Aramburu, ai presidenti di Francia e Italia, a vari organismi di difesa dei diritti umani (Thelma Jara de Cabezas, fg. 6244).

Il 18 maggio l’ambasciata degli Stati Uniti ricevette una di queste lettere, con il timbro postale di San Paolo, in Brasile. C’era scritto che nella sua angoscia di madre di un desaparecido aveva cominciato a collaborare “con elementi sovversivi”. Che in Messico l’altro suo figlio l’aveva convinta a collaborare con i compagni del Movimento peronista montonero nella sua veste di membro della Commissione dei Familiari. Che a Roma aveva assistito a un incontro con la dirigenza dei Montoneros, tra cui Mario Firmenich e altri diciannove dirigenti dei quali fece i nomi. Che in quella riunione i Montoneros avevano pianificato la loro controffensiva verso il governo argentino e che per metterla in atto sarebbero rientrati clandestinamente in Argentina (Argentina Project, Buenos Aires 4233, “Alleged letter from disappeared Argentine Jara de Cabezas” [“Lettera presunta della desaparecida argentina Jara de Cabezas”], 24 maggio 1979). Che, infine, quando Marta Antonia Berger, sopravvissuta alle fucilazioni di Trelew nel 1972, le disse che una volta tornata in Argentina avrebbe dovuto mettersi in contatto con la Lega per i Diritti dell’Uomo (La Lega Argentina per i Diritti Umani, creata negli anni Trenta dal Partito Comunista, fu il primo organismo di difesa dei diritti umani del paese. Nel 1975, sullo sfondo della campagna di terrore della Tripla A, nacque il secondo, la pluralista Assemblea Permanente per i Diritti Umani, anch’essa controllata dal Partito Comunista. Dopo il golpe dell 1976 la Lega aveva ceduto una stanza della sua sede ai familiari dei primi desaparecidos. Ma nell’offrire loro ospitalità, li teneva segregati. Il Partito Comunista sosteneva che tra i militari golpisti c’erano “pinochetisti e non pinochetisti, o democratici”, e proponeva “una convergenza civico-militare” con i secondi. Ciò “rappresentava un’aberrazione politica”, perché “le differenze interne erano secondarie e non alteravano l’unità delle Forze Armate nella loro politica genocida”. Per quanto prigionieri, torturati, assassinati e desaparecidos non mancassero neanche tra i militanti del Partito Comunista, la solidarietà con i familiari delle vittime cozzava con questa “nefasta posizione”. Il Partito Comunista pretendeva che si parlasse esclusivamente del “governo delle Forze Armate Poiché Lenin aveva affermato che tutti i governi borghesi sono dittature, “risultava non necessario utilizzare quel qualificativo”. Non accettava neppure che si utilizzasse “l’espressione detenuti-desaparecidos come in altri paesi latinoamericani, bensì unicamente desaparecidos, al fine di non imputare la responsabilità diretta di quei fatti alle Forze Armate”, come avrebbe confessato anni dopo uno dei capi del partito in una notevole autocritica (Fernando Nadra, “La religión de los ateos. Reflexiones sobre el estalinismo en el Partido Comunista Argentino [La religione degli atei. Riflessioni sullo stalinismo nel Partito Comunista Argentino], Puntosur, Buenos Aires, 1989, p. 160), Thelma Jara capì che i suoi “rapporti con i Montoneros erano ambigui e distruttivi” e cominciò a temere, per la sua vita (Argentina Project. Buenos Aires 4233. “Alleged letter from disappeared Argentine Jara de Cabezas” [“Lettera presunta della desaparecida argentina Jara de Cabezas”], 24 maggio 1979). Nella lettera a Videla, lo invitava a porre fine ai tormenti delle madri spiegando “come e perché i loro figli erano morti”, in modo che “capissero e perdonassero” (Ibid.).

In questa maniera il reparto speciale puntava a conferirle credibilità e al tempo stesso approfondiva uno dei punti di conflitto del comandante della Marina con Videla: l’ammiraglio Massera chiedeva che fosse diffuso un elenco dei desaparecidos.

Come e più di un uomo della Marina, Grasselli difendeva la posizione di Massera. Il 14 maggio scrisse una lettera ai primi prigionieri che aveva fatto uscire dal paese. Quel testo, che il sacerdote riconobbe come suo di fronte alla giustizia, diceva che i familiari che reclamavano notizie sui desaparecidos “non possono convincersi che siano avvenuti fatti irreparabili, e ciò che è più deplorevole è che nessuno metta fine alle loro peregrinazioni” (La lettera è indirizzata a Evangelina Rosario Quiroga, che la consegnò alla Conadep. La Camera Federale la allegò agli atti del processo 13/84).

Due settimane più tardi, nella Giornata dell’Esercito del 1979, il comandante in capo Roberto Viola si riferì ai desaparecidos definendoli “assenti per sempre” e raccomandò di “non cercare spiegazioni dove non ce ne sono”. Tanto la Marina quanto l’Esercito ritenevano che l’unica discussione ammissibile fosse dare o non dare spiegazioni.

Nella lettera di Thelma Jara non mancava un paragrafo diretto all’ambasciatore Castro. Diceva che anche l’amministrazione del presidente Carter abusava del dolore delle madri, “il che potrebbe condurre l’Argentina a un nuovo bagno di sangue”. L’ambasciatore congetturò che la donna fosse vittima di “una manovra costruita ad arte per addossare ai Montoneros la responsabilità della sua scomparsa o della sua morte”. In una delle sue colazioni mensili con gli ambasciatori europei, il ministro dell’Interno, generale Albano Harguindeguy, disse che la donna poteva essere sotto il controllo di “elementi delle Forze Armate” (Argentina Project. Buenos Aires 4233. “Alleged letter ftom disappeared Argentine Jara de Cabezas” [“Lettera presunta della desaparecida argentina Jara de Cabezas”], 24 maggio 1979).

Pochi giorni dopo, l’ambasciata statunitense a Buenos Aires informò il Dipartimento di Stato che all’indirizzo del mittente a San Paolo non risultava “alcuna casa o edificio”. Inoltre, nessun vicino aveva mai visto un’argentina nel quartiere (Argentina Project. Buenos Aires 4369. “Human Rights Summar” 2. On Information on Jara case [“Rapporto sui diritti umani. Informazioni sul caso Jara], 7 giugno 1979).

Il 22 agosto 1979 il quotidiano “News World” di New York pubblicò un reportage da Montevideo su Thelma Jara che ebbe larga eco sulla stampa argentina. Si ripeteva che non era stata sequestrata dalle forze di sicurezza bensì nascosta dai Montoneros e dalle associazioni di difesa dei diritti umani che volevano in tal modo manipolare la sua vicenda per gettare fango sull’Argentina. L’ambasciata statunitense appurò che il giornale era di proprietà del reverendo Sun Myung Moon, la cui setta, Chiesa dell’Unificazione, faceva parte della stessa Lega Anticomunista Mondiale a cui apparteneva anche la dittatura argentina. La Lega considerava Carter e la sua amministrazione, rappresentata da Castro, dei traditori e tra i suoi principali nemici additava i vescovi e i sacerdoti impegnati nel rinnovamento avviato con il Concilio Vaticano II e l’Assemblea del Consiglio episcopale latinoamericano di Medellin (Scott Anderson, Jon Lee Anderson, “Inside the League” [Dentro la Lega], Dodd, Mead & Company, New York, 1986. Horacio Verbitsky, “La última batalla de la Tercera Guerra Mundial” [L’ultima battaglia della Terza Guerra Mondiale], Suda­mericana, Buenos Aires, 2003. I principali contatti di Moon in Argentina erano i generali Carlos Suárez Mason e Ramón Díaz Bessone).

Il 30 agosto il quotidiano “Buenos Aires Herald” divulgò curiose dichiarazioni del direttore del “News World”: affermava di aver ricevuto il reportage da un argentino a New York e che il giornalista che lo aveva realizzato si era identificato come “Víctor Carrasco”. Le virgolette di scetticismo sono dell’ambasciatore Castro, che aveva già avuto modo di verificare attraverso “una fonte affidabile” che quell’inchiesta del “News World” aveva un prezzo: “un supplemento pubblicitario di quattordici pagine sull’Argentina; la stessa fonte ci informa che il contatto argentino del giornale a New York è un funzionario della Marina” (Argentina Project. Buenos Aires, 7185. “Two more disappearances and more on Jara de Cabezas” [“Altri due scomparsi e altro su Jara de Cabezas”] 30 agosto 1979).

L’ambasciata statunitense in Uruguay informò che nessun giornalista o corrispondente a Montevideo conosceva un collaboratore del “News World” nella capitale uruguayana, né aveva mai sentito parlare del “Víctor Carrasco” autore della presunta intervista (Argentina Project. Montevideo 3225. “Alleged interview from disappeared Argentine Jara de Cabezas” [“Intervista presunta alla desaparecida argentina Jara de Cabezas”], 1 settembre 1979). Di contro, Thelma Jara conosceva eccome “Víctor Carrasco”. Era lo pseudonimo di uno degli agenti dell’intelligence uruguayana che accolsero a Montevideo il collega argentino Ricardo Miguel Cavallo, che portava con sé la donna (Centro di studi legali e sociali, deposizione di Thelma Jara davanti ai suoi avvocati nel 1983). Lì la fotografarono in una strada del centro accanto a un veicolo con targa della capitale uruguayana. Mancavano pochi giorni all’arrivo a Buenos Aires della Commissione interamericana per i diritti umani. Il Centro pilota istituito dalla Marina a Parigi portò in Uruguay un giornalista tedesco e uno statunitense per intervistare la donna (Ibid.). Ai loro occhi, Carrasco rappresentava l’amico che la proteggeva a Montevideo (Ibid., e Thelma Jara, fg. 6256). Thelma Jara era l’arma segreta su cui gli uomini della Marina facevano affidamento per neutralizzare l’impatto della visita della Commissione. Il reparto speciale aveva deciso di mostrarla al mondo.

La Commissione interamericana per i diritti umani arrivò in Argentina il 6 settembre 1979. La dittatura la accolse con una copertina della rivista “Para Ti” che annunciava: “Diritti umani. Parla la madre di un sovversivo morto”. Tema appropriato per una pubblicazione femminile specializzata in moda e bellezza.

Il servizio costituiva l’argomento di primo piano di quel numero e occupava cinque pagine della rivista. “Suo figlio è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco. Per saperne di più sulla sua fine, la donna si è lasciata coinvolgere in meccanismi internazionali che l’hanno messa a repentaglio e utilizzata per i propri fini. Una testimonianza illuminante e sconvolgente che svela i metodi impiegati dalla sovversione. In tono truculento, la rivista si vantava di “far luce sulla verità e l’infamia” di “gruppi dalla natura manifestamente e inequivocabilmente ideologica che si fanno scudo di una presunta e strumentale difesa dei diritti umani”.

La donna raccontava che il figlio “era un ragazzo molto dolce. I suoi sentimenti non avevano nulla a che vedere con la violenza. Le sofferenze degli altri lo addoloravano ed era molto sensibile ai problemi del mondo”. Solo dopo la sua scomparsa da casa seppe del suo coinvolgimento attivo nei Montoneros. Mio figlio è morto in uno scontro con le forze di sicurezza” (“Habla la madre de un subversivo muerto” [“Parla la madre di un sovversivo morto”], “Para Ti”, 10 settembre 1979), diceva. Aggiungeva che non poteva dare dettagli sul modo in cui era venuta a conoscenza della morte del figlio, ma che la notizia “mi e arrivata attraverso le Forze Armate” (Ibid.).

Neanche una sola riga era vera. La madre intervistata era Thelma Jara de Cabezas, la Vecchia, che dall’aprile precedente si trovava nelle mani del reparto speciale della ESMA. Il figlio, Gustavo Cabezas, di diciassette anni, non era morto in uno scontro a fuoco. Truppe militari requisirono l’autobus in cui viaggiava. Gustavo era con una compagna, che cominciò a correre e fu uccisa da una raffica. Una recluta della truppa avvisò la famiglia che Gustavo era stato fatto salire vivo e illeso su una camionetta dell’Esercito. Di lui non si seppe più nulla (Thelma Jara de Cabezas, testimonianza alla Camera Federale di Buenos Aires nel processo 13/84/85, fg. 6227 e successivi, 24 luglio 1985).

Non si trattava neppure di un reportage di “Para Ti” bensì di un esempio di azione psicologica della Marina. Il servizio ripropone l’argomento delle lettere che Thelma Jara fu obbligata a scrivere alla ESMA. Quando si rese conto che “i Montoneros mi avevano usato” e che suo figlio era morto, “smise di partecipare alle riunioni” e fuggì a Montevideo. Lì venne a sapere che una denuncia pubblicata su un quotidiano di Buenos Aires la citava come desaparecida e ne rimase indignata. Conclude affermando di aver fede solo in Dio e lo supplica che “non ci siano più madri disperate e ragazzi che sbagliano” (Ibid.).

Al termine della dittatura, Thelma Jara raccontò la verità in una testimonianza resa di suo pugno al Centro di studi legali e sociali. Un mese prima dell’arrivo della Commissione Interamericana, una colonna di tre automobili uscì dalla ESMA. Lei era a bordo della prima, di colore giallo, insieme a un altro sequestrato, soprannominato il Russo, che doveva far finta di essere suo nipote. Negli altri due veicoli viaggiavano la donna infiltrata tra i familiari che l’aveva consegnata agli uomini della Marina; l’ufficiale che dopo averla torturata le offri il baratto della sua vita in cambio della firma sulle lettere, il tenente Ricardo Cavallo; il successore di Acosta alla ESMA, il capitano Luis D’Imperio, e due uomini armati. Dopo un breve tragitto giunsero in una pasticceria, dove si sarebbe effettuata la presunta intervista per “Para Ti” e si sarebbero scattate le foto per illustrarla. Thelma Jara indossava un microfono e una trasmittente nascosti. Seduto a un altro tavolino, Cavallo controllava ogni singola parola (Centro di studi legali e sociali, deposizione resa da Thelma Jara davanti ai suoi avvocati nel 1983).

Il servizio apparso su “Para Ti” fu solo una parte dell’accoglienza riservata dal reparto speciale alla Commissione interamericana per i diritti umani. I delegati dell’Organizzazione degli Stati Americani visitarono senza riscontrare nulla di anormale gli uffici della ESMA che i detenuti illegali avevano battezzato Acquario, dove prestavano opera forzata al servizio dei tenenti Cavallo e Rolón. Le insegne sulle porte lasciavano pensare che vi si svolgessero ricerche idrografiche. In realtà le persone che vi lavoravano facevano parte del servizio di intelligence della Marina. Le guardie si sistemarono nei dormitori dei prigionieri, che erano stati evacuati in un luogo insospettabile.

Il mese successivo alla visita della Commissione, Thelma Jara venne riportata per la prima volta a casa.

“Prima mi facevano fare una telefonata a settimana. Era concessa a tutti i sequestrati. Io chiamavo la casa di un vicino e parlavo con mia madre e mia sorella. Loro, quelli dell’intelligence componevano il numero e dicevano che la chiamata era dall’Uruguay (Ibid)”.

La lasciavano a casa il sabato notte e passavano a riprenderla la domenica, dapprima la mattina e poi la sera. Nel dicembre del 1979 la liberarono.

Cap. 15

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