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Quando Marcelo Camilo Hernández, il fotografo e laboratorista forzato della ESMA, fece domanda di rinnovo del passaporto alla Polizia Federale, gli uomini della Marina trattennero il suo libretto di arruolamento. Con il numero identificativo e tutti i dati personali di Hernández confezionarono una carta d’identità contraffatta. Hernández lasciò il paese verso la metà di gennaio del 1979. Due settimane più tardi, con quella carta d’identità a nome di Hernández il reparto speciale comprò l’isola di “El Silencio”, a pochi metri dall’imboccatura del Chaná Miní, dove ha sede un grande distaccamento di Prefettura. Non occorre una perizia calligrafica per accorgersi che la firma nell’atto d’acquisto non coincide con quella del formulario di polizia compilato dal vero Hernández. E neanche cerca di assomigliarvi. Fu così che entrarono in possesso del luogo di cui avevano bisogno per alloggiare i prigionieri durante lo svolgimento della visita ispettiva della Commissione interamericana per i diritti umani.

Stando al rogito, a vendere “El Silencio” fu Emilio Teodoro Grasselli, il segretario del Vicariato generale castrense, che conosceva diversi membri del reparto speciale della ESMA ed era al corrente di quanto accadeva nei campi di concentramento clandestini della dittatura (Carlos Muñoz, testimonianza citata. Per questa operazione Grasselli si era messo in società con tre persone: il commerciante di automobili Rodolfo Fiala, il suo socio Homero Luna e Alfredo Berghella).

Grasselli aveva acquistato l’isola dall’amministratore della Curia di Buenos Aires. Antonio Arbelaiz entrò nella Curia negli anni Trenta. Nel giugno del 1967, Juan Carlos Aramburu diventò coadiutore responsabile dell’Arcivescovato di Buenos Aires. Ad ottobre designò amministratore diocesano il “Vasco”, come i sacerdoti chiamavano Arbelaiz. La sua permanenza nella Curia durò così a lungo da dar vita all’espressione, parodia di una vecchia pubblicità, “I vescovi passano, Arbelaiz resta”.

I sacerdoti e i seminaristi dell’Arcidiocesi conoscevano l’isola. Ogni anno, Arbelaiz li invitava a una giornata di escursione. “Pagava tutto lui, compreso l’immancabile “asado””, ricorda un sacerdote che andò nell’isola nel l960 (Intervista con i sacerdoti dell’arcidiocesi di Buenos Aires che chiesero l’ano­nimato).

Poco dopo aver assunto il nuovo incarico, Arbelaiz redasse il suo testamento di proprio pugno: “Nomino come unico ereditario (sic) di tutti i miei beni l’Arcivescovato della città di Buenos Aires”, c’è scritto. Questi beni includevano il saldo del prezzo di vendita dell’isola, altre tre proprietà, due terreni e gioielli d’oro che conservava in una cassetta di sicurezza bancaria (Antonio Arbelaiz, procedimento successorio, processo 4599, fascicolo 4444, Tribunale civile e commerciale N° 6, segreteria 11, San Isidro, f. 6).

Se fosse un lascito autentico o si trattasse invece di una controdichiarazione è qualcosa che rimane aperto alla speculazione. Vari sacerdoti sostengono che l’Arcivescovato non aveva bisogno di quei sotterfugi, perché possedeva e possiede tuttora numerose proprietà di valore, che riconosce come tali. L’esempio più rimarchevole è l’isolato centrale compreso tra Córdoba, Callao, Rodríguez Peña e Paraguay; o lo stabilimento agricolo La Montonera, a Pilar. Il testamento sarebbe allora da considerarsi il gesto spontaneo di uno scapolone, all’epoca settantunenne, che considerava la Curia come la sua famiglia.

Queste opinioni disinteressate coincidono con quella, di parte, del primo acquirente, Grasselli. “L’isola era proprietà privata di Arbelaiz. Nulla a che vedere con la Chiesa”, afferma. Ma dice anche di non sapere “chi l’ha comprata” (Emilio Teodoro Grasselli, intervista per questo libro a Buenos Aires, 2 agosto 2002).

Sollecitato ulteriormente, Grasselli finì per ammettere che Arbelaiz aveva ceduto l’isola ad “alcuni miei amici”, costruttori di barche, che avevano bisogno di un posto dove collaudarle. Sminuì tuttavia la sua partecipazione a quella di un semplice esecutore di buoni uffici. “Dicevano che era anche mia, ma non e esatto”, disse, il che è smentito dalle prove documentali sulla sua partecipazione nella società acquirente.

Ribadì di aver agito semplicemente da intermediario, “perché io e l’amministratore lavoravamo entrambi nella Curia”. Seppe così che Arbelaiz voleva vendere l’isola e informò i suoi amici della sua richiesta economica. “Non è possibile, è troppo bassa”, gli risposero. “Dissi loro che non dovevano approfittarsi di un vecchio”, insiste Grasselli. Chiese ad Arbelaiz se non gli sembrasse bassa come richiesta, e l’amministratore della Curia gli rispose: “Mi accontento”. L’affare si chiuse il 26 settembre 1975 (Antonio Arbelaiz, procedimento successorio, processo 4599, fascicolo 4444, Tribunale civile e commerciale N° 6, segreteria 11, San Isidro, fg. 6). L’atto, che porta il numero di repertorio 205, indica che Arbelaiz cedette l’isola a Grasselli e ai suoi soci a un prezzo pari a 21.350 dollari. Versarono la metà all’atto del rogito e a garanzia del saldo accesero un’ipoteca sull’isola. Arbelaiz morì pochi mesi dopo, nel giugno del 1976. La parte residua del prezzo pattuito andò alla Curia, come parte della successione. Fu l’avvocato della Curia e non l’acquirente a chiedere, il 28 novembre 1978, la cancellazione dell’ipoteca e la relativa annotazione nel registro della proprietà immobiliare “poiché l’importo della medesima è stato versato nella sua totalità” (Ibid., fg. 132). Era già a conoscenza della transazione che avrebbe avuto luogo due mesi più tardi?

Jorge Alfredo Regenjo, uno degli abitanti autoctoni più anziani della zona, aveva lavorato come mezzadro a “El Silencio”. Era sempre stato convinto che l’isola appartenesse alla Curia di Buenos Aires e che Arbelaiz fosse il plenipotenziario dei luoghi. Disse che uno degli acquirenti era un sacerdote quando, nel 1979, la tenuta diventò di proprietà di un certo signor Ríos. Da quel momento vide arrivare lance della Prefettura con a bordo dalle quaranta alle cinquanta persone (Firpo, Alberto Néstor, denuncia. Fascicolo 11478/84, Tribunale penale N° 6, San Isidro, provincia di Buenos Aires. Giudice: Rolando Juan Salchmalieff, fg. 73. Dopo subentrò il giudice penale Juan Makintach. La causa passò in seguito al Tri­bunale federale di San Isidro, giudice Carlos Valdez Wybert, con il numero 568/84). Alcuni vicini credevano che Ríos fosse un colonnello e che lavorasse nella residenza presidenziale (Ibid., fg. 1 retro). Nessun isolano lavorava a “El Silencio”. Erano tutti “gente di fuori” (Ibid., fg. 74).

Urbano Ruano portava nell’isola l’arcivescovo Aramburu e la sua comitiva, che noleggiavano una lancia della sua compagnia di navigazione. Il cardinale arrivava al mattino, mangiava un asado a “EI Silencio” e quindi ritornava nella Capitale (Ibid., fg. 124) o nella sua residenza di Olivos. Anche il concessionario del servizio di buffet del locale club motonautico, Antonio Manuel Sierra, vedeva arrivare Aramburu sulle lance della compagnia di navigazione Ruano (Ibid., fg. 94).

Il sottufficiale maggiore della Marina Nildo Virgilio Della Bitta, in servizio presso la ESMA, cercò di confondere le tracce. Disse che un collega della ESMA gli aveva raccomandato due persone che avevano bisogno di un consiglio sulla compravendita di un’isola, che risultò essere “El Silencio”. Tuttavia non fu in grado di ricordare il nome di quel collega né delle persone raccomandate, ad onta dell’impatto che ebbero sulla sua vita.

Quegli acquirenti fantasma lo assoldarono per dirigere il taglio del legname a cui lavoravano sull’isola “sei o sette “peones”’, che conosceva solo per i loro nomignoli. “Quei ragazzi non erano adatti ai lavori dell’isola, ma supplivano con la volontà”. Prima di cominciare a lavorare a “El Silencio” era un uomo semplice, ma il suo destino cambiò. Qualche tempo dopo godeva di una buona posizione, possedeva una lancia e due ville (Ibid., fg. 4 retro e 125 retro). Disse anche di non aver mai visto lance della Prefettura e di ritenere “impossibile che si siano mai udite detonazioni” (Ibid., fg. da 129 a 130 retro e 196), come invece affermavano alcuni vicini. Eppure suo fratello disse che quando Della Bitta gli annunciò che avrebbe iniziato a lavorare a “EI Silencio” si trovava a bordo di una lancia della Prefettura o della Marina, insieme a “tre o quattro persone, tutte in uniforme militare” (Ibid., fg. 161). Nel procedimento avviato al termine della dittatura, nessun magistrato, giudice o poliziotto scavò a fondo, sebbene l’indagine riguardasse la possibile esistenza di un centro di detenzione clandestina e la testimonianza del militare contraddicesse quella degli altri. Così si rinunciò a seguire una pista molto concreta che avrebbe potuto svelare l’intera trama.

Quando la giustizia lo interrogò a proposito dell’isola e del campo di concentramento, Grasselli disse di non aver mai conosciuto Marcelo Camilo Hernández. Forse è vero: mentre Hernández si trovava all’estero, il padre si presentò alla giustizia dichiarando che suo figlio non aveva mai comprato né venduto l’isola. Furono altri a farlo usurpando la sua identità. Tuttavia è altrettanto indiscutibile la relazione di Grasselli con diversi membri del reparto speciale della ESMA.

Nel 1980 il documento d’identità di Hernández fu utilizzato di nuovo, questa volta per vendere l’isola a Mario Pablo Verone, della ditta di import-export Lande SA, che ne è proprietario a tutt’oggi. La pagò 35.000 dollari. Dettaglio curioso: non ci fu alcun preliminare di compravendita e il venditore dichiarò di aver percepito l’importo pattuito prima della firma del rogito. La perizia calligrafica effettuata su una procura che Hernández lasciò al padre prima di partire per l’estero attesta che la sua firma fu falsificata (Firpo, Alberto Néstor, denuncia. Fascicolo 11478/84, f. 146-152. Lande SA è attiva nella vendita di apparecchiature per la saldatura e l’estrusione di metalli. Mario Antonio Verone, padre di Mario Pablo, è pure azionista di Extrumet SA, attiva nello stesso settore. Non vi sono indizi di connessioni con la ESMA, ma è significativo il fatto che di recente abbiano affermato di aver saputo del modo in cui veniva utilizzata l’isola a causa delle indagini giudiziarie avviate in seguito alla denuncia del deputato Firpo).

Nel rogito è scritto che i venditori e l’acquirente firmarono l’atto in presenza del notaio Rubens N. Larumbe Sepic, nel cui studio si effettuarono entrambe le compravendite, quella del 1979 e quella del 1980. Ma il notaio afferma di non ricordare nessuno dei comparenti e si rimette interamente a quanto attestato nei rogiti. Tanto Grasselli quanto i suoi soci aggiungono che a realizzare l’operazione in nome e per conto di Hernández fu “un certo signor Ríos”. Vale a dire Jorge Radice, il responsabile degli affari immobiliari della ESMA.

Cap. 17

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